James Aldridge.
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PRIGIONIERO SULLA TERRA.
Parte 2.
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Titolo originale: A CAPTIVE IN THE LAND. 1962.
Traduzione di: PAOLO C. GAJANI.
1964. Club degli Editori, MILANO.
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Scansione di Giorgio Fantinato.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 16.
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Rupert era ancora in condizioni alquanto precarie allorch gli americani annunciarono di aver trasferito Vodopyanov dalla base di Thule a un ospedale negli Stati Uniti. I russi naturalmente diedero subito la stura a una nuova e pi colossale indignazione, insistentemente e instancabilmente sollecitando la restituzione del pilota.
In fondo, Rupert non fu eccessivamente sorpreso quando una domenica - alle sei e mezzo del mattino - la signora Nina Vodopyanov gli telefon da Mosca per sollecitarne l'intervento presso gli americani.
"Pronto, sinuor Rupert Royce?..." disse la voce di Nina Vodopyanov.
Ma era Jo (sbigottita, sgomenta com'era solita essere nei lunghi mesi dell'assenza di Rupert... sempre in attesa d'una telefonata foriera di notizie spaventose) che aveva risposto alla chiamata. Disse che non era Rupert Royce, affatto: il signor Royce stava ancora dormendo. E poi, chi mai voleva parlargli a un'ora cos impossibile? Quando la voce russa - statica, eppure nitida e precisa - spieg in inglese che era la moglie di Aleksej Vodopyanov, e che telefonava da Mosca, Jo ebbe come in un lampo il ricordo di tutta la sofferenza da lei stessa provata mentre attendeva il ritorno di Rupert. Quando Nina Vodopyanov spieg che aveva telefonato per chiedere al "siniuor Rupert Royce" di fare il possibile per liberare suo marito dalle mani degli americani, Jo cap che il proprio istintivo antagonismo si andava sciogliendo. Le disse che doveva chiamare pi tardi, di l a tre o quattro ore. Ma Rupert intanto era uscito in corridoio a vedere che cosa succedeva.
"Era la moglie di quel russo... telefona da Mosca" gli bisbigli Jo. "Le ho detto che dormivi, quindi tu adesso mettiti di nuovo a letto."
"No, non fa niente" disse Rupert.
"Ma guarda l'ora..."
"A Mosca probabilmente sar piena mattina" spieg lui, e le tolse il ricevitore.
"Sar, m qui certo non  piena mattina" protest Jo, spingendogli sotto una sedia. "Avrebbe anche potuto pensarci."
Nina Vodopyanov era cos distante che la sua voce gli giunse con la strana, astratta sensazione che aveva sempre sperimentato in marina, allorch attraverso le paratie d'una nave l'altoparlante impartiva impersonali ordini metallici. Gli telefonava - cos spieg Nina Vodopyanov - per chiedergli come mai avesse consentito agli americani di trattenere suo marito, di farlo prigioniero. Per quale motivo, dopo aver compiuto un cos nobile, generoso gesto, egli aveva permesso agli americani di catturare, e quasi di rapire a viva forza un innocente che aveva gi fin troppo sofferto? Non aveva un po' di cuore, un minimo di sentimenti umani? Non gl'importava niente di quanto accadeva?
Rupert non la interruppe. La voce irritata della donna si affievoliva, a tratti svaniva. E similmente svanivano le intenzioni che aveva forse avuto di conservare modi cortesi, sicch and via via eccitandosi sempre pi e (cos parve a Rupert, almeno) si mise anche a piangere.
"Le sue responsabilit non sono certo finite dopo che gli americani lo hanno preso in consegna" grid dall'altro capo del filo la moglie di Aleksej. "La sua coscienza deve pur dirglielo, siniuor Royce."
Tuttavia Rupert cominci a indispettirsi quando la sent parlare di responsabilit. Come osava questa donna porgli domande sulla sua coscienza, quando proprio la sua coscienza - e pi di qualunque altra cosa - poteva sentirsi completamente paga al pensiero di aver fatto tutto il possibile e anche l'impossibile per Vodopyanov?
"Sono gi stato una volta a parlare di suo marito con gli americani" Rupert grid seccato nel ricevitore. "Pi di quello non posso fare."
"Quando ha parlato con gli americani? Che cosa ha detto?"
"Ho detto che avrebbero fatto bene a lasciarlo tornare subito a casa" spieg Rupert.
Fu costretto a ripeterlo diverse volte, ma la donna, anche se da ultimo arriv a capirlo, non lo diede a vedere, e di nuovo cominci a esortarlo perch l'ascoltasse con un po' di coscienza, perch si lasciasse intenerire il cuore...
"Non serve a niente chiamare in causa la mia coscienza" grid Rupert. "La mia coscienza  assolutamente in regola per ci che riguarda suo marito. Lei non pu certo sperare che io faccia molto di pi" aggiunse.
Pure - e nell'attimo stesso in cui lo disse - Rupert ebbe netta l'impressione di parlare in modo troppo retto e presuntuoso, troppo pieno di s; e questo si scostava molto da ci che veramente sentiva. Lo preoccupava realmente la sorte di Vodopyanov, e in fondo non gli era mai stato possibile scrollarsi completamente di dosso una vaga sensazione di corresponsabilit in quanto si era poi verificato. Tuttavia giudicava estremamente scorretto che una donna sconosciuta osasse chiamare in causa la sua coscienza. Gli sarebbe infatti stato assai facile dirle: Ma s  gi dimenticata che io mi sono trascinato dietro suo marito per una buona met dell' Artide, e che in primo luogo mi sono preoccupato di salvargli la vita? Con quale diritto crede di poter chiedere dell'altro alla mia coscienza?
Egli nondimeno era troppo svuotato di energia emotiva per dare l'avvio a siffatte argomentazioni, sicch si limit a gridare che avrebbe cercato di fare ancora qualcos'altro... quanto gli fosse umanamente possibile.
"Allora posso contare su di lei, siniuor Royce... vero?"
"Contare su di me... e per che cosa?" fece eco Rupert, un po' confuso, stordito. "Oh, va bene, s, credo di s" aggiunse, e depose il ricevitore mentre lei ancora lo stava ringraziando.
"Contare su di te per che cosa?" volle sapere Jo, sospettosa. "Che cosa puoi fare tu?"
"Non lo so, non saprei proprio" ammise lui, e s'infil sotto le coperte. Brontolando, Jo scese da basso per aprire a Fidge - lo spaniel - che li aveva sentiti parlare e perci adesso raspava la porta della cucina e uggiolava perch voleva uscire.
Rupert decise di tentare un'altra volta con gli americani, ma Alterton - all'ambasciata - gli disse che non gli era possibile fare pi di quanto aveva gi fatto... l'intera questione adesso era di competenza dei servizi di sicurezza statunitensi.
Allora Rupert telefon a uno dei suoi vecchi amici di marina, e vecchio amico di famiglia, inoltre, attualmente sottosegretario agli interni, ma si sent dire che non sarebbe stato affatto facile che gli americani lasciassero in libert il pilota russo, se non altro finch i russi non avessero convinto i cinesi a liberare a loro volta quattro aviatori americani che avevano arrestato da qualche anno e processato come spie.
"Ma non  possibile prendere quale merce da barattare un uomo invalido" protest Rupert, irritato. "Non mi sembra neppure corretto nel caso di Vodopyanov."
"Ascoltami, Rupert..." gli disse l'amico: "A questi livelli qualunque cosa  assolutamente giusta e perfetta. Non puoi certo aspettarti che in tempi di guerra fredda siano proprio gli americani a dimostrarsi di cuore tenero, quando nessun altro  disposto a farlo. Cerca di non essere cos maledettamente fuori del tempo e della realt".
Rupert non lasci pace neppure ad altri suoi autorevoli amici, alcuni dei quali gli promisero un attivo interessamento che poi naturalmente non misero in pratica. Arriv perfino a convincere suo zio (che personalmente giudicava un po' svanito) a presentare un'interrogazione ai Comuni, e proprio dai banchi della maggioranza; ma l'interrogazione si dimostr tanto all'acqua di rose, e la replica governativa fu cos facilmente elusiva (... la questione ovviamente concerneva solo gli americani, e pertanto non aveva niente a che vedere con il governo di Sua Maest) che apparve chiaro come non fosse possibile ottenere nulla per quella strada.
"Sta diventando una faccenda ridicola" Rupert disse a Jo. Lei era stata ad osservare tanta febbrile attivit con uno strano miscuglio di sentimenti: comprensione femminile per Nina Vodopyanov, e insieme un'assurda ostilit di cui non sapeva spiegarsi effettivamente il motivo. "La verit  che sono una massa di stupidi" decret Rupert "e il pi stupido di tutti sono io a sperare che siano disposti ad ascoltarmi. Evidentemente, per farsi ascoltare l'unico sistema  piantare in piedi un gran chiasso... e immagino che proprio questo mi toccher fare."
"Come sarebbe a dire?" volle sapere Jo. "Oh, niente... voglio semplicemente dire che di tutta questa faccenda far un gran chiasso."
"E se lui fosse colpevole, veramente?"
"Colpevole di che cosa?" chiese Rupert, indignato.
"Ma... io non saprei. Tu per sei tutt'altro che in condizioni adatte per metterti a fare del chiasso, e quindi sarebbe meglio se usassi un po' di prudenza."
Rupert protest di essere in condizioni adattissime a fare quel che meglio gli pareva e piaceva, sebbene al momento avesse in corso un'accanita vertenza con gli ambienti ministeriali che avevano deciso di sospendergli l'integrale corresponsione dello stipendio tre mesi dopo la sua scomparsa. Lui naturalmente aveva sempre insistito sul pagamento dello stipendio completo per l'intero periodo, quantunque fossero gi trascorsi i sei mesi a stipendio completo previsti normalmente. Ora il ministero pretendeva di pagargli soltanto il cinquanta per cento delle sue competenze, ma lui non aveva certo intenzione di lasciarsi prendere per il naso in quel modo. A suo tempo era stato a visitarlo anche un funzionario dei servizi assistenziali, il quale gli aveva manifestato piena comprensione, e tuttavia, anche se a malincuore, gli aveva fatto notare che il regolamento era pur sempre il regolamento. In fondo, Rupert - a voler essere rigorosi - non si era procurato le sue lesioni e il conseguente malfermo stato di salute nell'espletamento di suoi effettivi doveri d'ufficio...
"Mi dispiace tanto, ma io la penso in modo ben diverso" aveva obiettato Rupert; e senza por tempo in mezzo decise di telefonare al dottor Ivory, per informarlo che quelli del ministero cercavano di menarlo per il naso e frodargli lo stipendio... Non poteva intervenire per andare lui a dire una parola in suo favore?
Ivory trov la cosa molto divertente. "Per uno pieno di quattrini come sei tu" disse a Rupert "immagino che non vorrai perderti dietro un paio di sterline, no?"
Non erano molti a sapere che aveva trasferito l'intero suo patrimonio alla madre, e d'altra parte quello non poteva essere argomento valido nel caso specifico. Rupert conosceva perfettamente la meccanicit mentale dei piccoli autocrati preposti all'Ufficio paghe... un organismo che si avvaleva dell'enorme, incalcolabile vantaggio derivante dall'impossibilit del singolo di trovarsi a tu per tu con i funzionari; e non aveva quindi la minima intenzione di arrendersi, sebbene il suo superiore diretto - Phillips-Jones - non avesse voluto appoggiarlo.
"E va bene" disse il dottor Ivory. "Andr io a discutere la faccenda."
Un eroe a mezza paga!... E Joanna gi si lamentava: "Non ce la faccio a mandare avanti questa casa con quindici sterline la settimana... impossibile con le spese di lavanderia e quel diabolico impianto di riscaldamento a gas e i bambini e Angelina. Non ce la faccio proprio, Rupert". E adesso, come avrebbe potuto mandare avanti la casa con sette sterline la settimana? D'altra parte, Rupert era deciso a non intaccare il suo deposito in banca che attualmente arrivava a un totale di tremilaottocentosettantacinque sterline... e come se non bastasse ora gli sarebbe anche toccato fare un gran chiasso per la faccenda di Vodopyanov.
"Ma come farai?" domand Joanna.
"Semplicissimo... Lo dir ai giornali" spieg lui, pur sapendo che con ci avrebbe contravvenuto alle condizioni stabilite dal ministero per il suo rapporto d'impiego: nessuna comunicazione doveva mai essere fornita per nessun motivo alla stampa senza l'esplicita autorizzazione del funzionario addetto alle pubbliche relazioni o del capo servizio interessato. Ma Rupert sapeva gi quale sarebbe stato l'esito d'un tentativo d'interpellare Phillips-Jones... Tanto valeva risparmiarsi cos sgradevole compito.
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Capitolo 17.
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Rupert si era prefisso di dare la massima pubblicit possibile alla difficile situazione di Aleksej Vodopyanov, e l'unico effetto pratico che sort fu invece quello di fare pubblicit a se stesso.
"L'eroe dell'Artide finalmente rompe il suo artico silenzio" stamparono i giornali, e felici pubblicarono tutto ci che alla fine avevano potuto strappare sull'intera incredibile avventura di Rupert. Quanto ai suoi commenti su Vodopyanov, essi non furono altro che trascurabile appendice ai magniloquenti articoli sul ricco e giovane inglese - cos diafano, cos solido e volitivo - che conduceva un'esistenza romantica in condizioni d'incantevole e modesta anonimit.
Aveva mai avuto paura? La sua eroica marcia (da cui ancora non si era del tutto ristabilito, ovviamente) era davvero stata una prova cos straziante quale s'immaginava? Avevano sofferto la fame? Non erano mai stati tentati dal cannibalismo? Come si era comportato il russo?
Rupert aveva educatamente risposto a tutte le domande, pur insistendo sempre sul fatto che in effetti aveva convocato i giornalisti perch intendeva parlare del pilota russo. Desiderava mettere in chiaro che Aleksej Vodopyanov, a suo modo di vedere, non era impegnato in una missione di spionaggio, e che quindi gli americani dovevano lasciarlo libero, e che con un minimo d'onest non si poteva far altro che mandare immediatamente a casa quel povero invalido.
Rupert, forse, avrebbe anche potuto prevedere l'esito di quell'iniziativa. Invece fu sorpreso e deluso quando aprendo i giornali il mattino seguente lesse lusinghieri articoli su se stesso, e ben poco su Vodopyanov. D'altra parte doveva pur immaginarsi che se si era prefisso di servirsi dei giornalisti, costoro non potevano certo non essere spietati poich avevano visto quanto loro interessava. Era la sua storia quella che volevano i giornalisti, non quella di Vodopyanov.
Ma quando la sua storia si fu esaurita dopo una sola edizione, un giornale del pomeriggio mand un reporter per stendere un ulteriore articolo che non era destinato a esaurirsi tanto presto... Perch aveva fatto tutti quei commenti a proposito del pilota russo? Esisteva forse un retroscena? Per caso, i russi avevano avuto dei contatti con lui?
"S, si capisce che sono venuti da me" dichiar Rupert.
Ah!... Lui allora tutto questo lo faceva perch glielo avevano detto i russi?
"Neanche per sogno" protest lui. "Me ne infischio di quello che vogliono i russi. Quel che m'importa  soltanto quello che voglio io."
Aveva gi preso contatto con gli americani?
"Naturalmente" rispose.
E Vodopyanov... non credeva che fosse ancora troppo grave per essere trasportato in patria?
"Lo hanno pur trasportato in volo dalla loro base di Thule" spieg Rupert. "Perci immagino che potrebbero trasportarlo anche in Russia... ammesso che ne abbiano voglia. I russi si sono anche offerti di inviare un aereo a prelevarlo."
Ma per quale motivo dovevano restituirlo gli americani? Dopotutto, si trattava pur sempre d'un pilota russo e per di pi il suo aereo volava in prossimit delle basi artiche americane, presumibilmente impegnato in una missione di spionaggio.
"No, io non credo affatto alla missione di spionaggio" Rupert dichiar categoricamente allo scaltro reporter, il quale, in cuor suo, provava una sincera simpatia per questo Royce, anche se faceva del suo meglio per decimarne le varie argomentazioni. Poneva senza dubbio domande assai dure, e Rupert, evidentemente, se ne risentiva, ma ci non poteva che contribuire ad accrescere l'interesse dell'intervista.
"Ma guarda un po' qui!" sbott indignato Rupert, come vide i giornali della sera. I titoli dicevano: Royce dell'Artide ammette contatti con i rossi per il pilota da lui salvato. E poi, che bisogno hanno di chiamarmi "Royce dell'Artide"?"
Joanna era soddisfatta, invece. "A me piace. "Royce dell'Artide"... Ma sai che suona proprio bene?"
"Adesso non cominciare anche tu a dire sciocchezze" protest lui. "La verit  che non hanno capito qual era il punto essenziale."
Naturalmente vennero a intervistarlo anche i giornalisti americani, e per quanto cordiali, amichevoli, anch'essi non mancarono d'inquadrare il caso in una luce del tutto particolare. "Agisco di mia iniziativa." asserisce Royce, intest l'indomani un suo articolo l'edizione parigina d'un grande quotidiano newyorkese. E questo lo fer, in quanto lasciava praticamente supporre che poteva essere anche stata l'iniziativa altrui a suggerirgli quello che doveva fare.
"Accidenti a tutto e tutti!" esclam Rupert, e scaraventando via i giornali usc a passeggiare in giardino, che si era fatto giallastro e autunnale, e lentamente moriva con il vecchio anno ormai prossimo alla fine. "Ma s, che se ne vada pure anche lui" pens Rupert. "Bell'anno schifoso  stato per me."
Jo - che lo aveva seguito - gli pass affettuosamente intorno al collo un braccio tiepido, consolante. "Su, non essere tanto suscettibile" lo esort. "Sei ancora molto debole, non dimenticartelo. Forse avresti fatto meglio a non essere cos sicuro di te stesso quando ti sei messo in testa di salvare questo russo."
"Oh, credimi pure... mi  costata molto minor fatica salvarlo dai ghiacci."
"Be', se non altro dai ghiacci lo hai salvato" gli disse Jo.
Ma Rupert sapeva che lei non poteva effettivamente comprendere perch gli stava tanto a cuore che giungesse infine a casa anche Aleksej.
In ogni modo, gli ambienti ufficiali americani lo ignorarono completamente; e neppure fecero nulla di nuovo a proposito di Vodopyanov. Per contro, i russi, consapevoli dei suoi sforzi per ottenere la liberazione di Vodopyanov, gli comunicarono che intendevano proclamarlo "eroe dell'Unione Sovietica", appunto per i suoi meriti e l'abnegazione dimostrata nel salvataggio del pilota russo.
"Eroe... come?" Rupert domand a Mayevsky, il quale - il viso russo improntato a un'espressione molto eccitata, emozionata - era venuto appositamente a comunicargli la notizia.
"Eroe dell'Unione Sovietica!" esclam Mayevsky, e gli strinse calorosamente la mano. "E lei accetter, vero? Lei deve accettare, siniuor Rupert. Non credo che in precedenza simile onore sia mai stato conferito a cittadini stranieri, in tempo di pace... solo a cittadini sovietici."
"Ma come posso io diventare un eroe dell'Unione Sovietica?" volle sapere Rupert.
"Non lo so, ma spero ardentemente che lei accetti" disse di nuovo Mayevsky.
Com'era stato da tempo suggerito da parte di parecchi suoi amici, Royce avrebbe dovuto essere proposto per un'onorificenza britannica; ma lui vi si era opposto con tanta energia e quasi con rabbia che si era ben presto abbandonata l'idea. N (di questo lui era certo) il gesto si doveva intendere come strana forma di snobismo, una esasperata inversione. No, per quel genere di coraggio lui non desiderava nessuna medaglia. Di medaglie ne aveva gi guadagnate diverse in guerra, e per lui ora non significavano assolutamente nulla. Se qualcuno lo avesse proposto per una "medaglia polare", ebbene, in tal caso ne sarebbe stato felice, giacch avrebbe significato il riconoscimento d'un valido contributo a un effettivo lavoro utilmente svolto nelle regioni polari. Per altro, quella era cosa cui poteva ben difficilmente aspirare per la sua marcia con Vodopyanov. Eppure... la situazione ora sembrava alquanto diversa di fronte alla prospettiva di divenire un eroe dell'Unione Sovietica; e si sent prendere da un'invincibile tentazione di scherzare.
"A me sembra un'idea piuttosto divertente" disse infatti a Mayevsky, che tuttavia non la trov affatto divertente. Rupert se ne accorse, e subito divenne molto compito e si scus.
" una cosa seria" insistette Mayevsky, abbandonando il sorriso.
"Oh, anch'io ne sono certo. Mi scusi."
"Inoltre" prosegu Mayevsky "noi la invitiamo a visitare il nostro paese come ospite d'onore, quando lei lo creder opportuno: lei, e naturalmente tutta la sua famiglia. Accetter? S, la prego."
Rupert s'impose di non essere cinico neppure a questo proposito; e d'altra parte, gli sembrava di doversela prendere con qualcosa. Era forse il suo insuccesso nel tentativo di suscitare scalpore intorno al caso Vodopyanov?... Risentimento, dunque, che per altro non si spingeva in profondit (di questo era certo) quantunque arrivasse abbastanza in fondo da fargli desiderare di accettare dai russi qualche cosa che aveva invece cos energicamente rifiutato dai suoi stessi amici... sebbene lo giudicasse non meno privo di qualsiasi effettivo valore.
"D'accordo..." disse Rupert: "Accetto la vostra medaglia".
Fu stupito di vedere che le lacrime colmavano gli occhi di Mayevsky. Il consigliere d'ambasciata russo lo abbracci e lo baci su entrambe le guance, e disse: "Caro amico! I russi sono molto fieri di lei".
Rupert arross, comprendendo che quanto lui aveva pi che altro inteso accettare come ripicco contro la scioccaggine dei propri compatrioti non sarebbe stato preso tanto alla leggera dai russi.
Gi Rupert godeva discreta fama di non-conformismo, che fu ulteriormente acuita da questo gesto; sebbene da parte di alcuni si giungesse perfino ad ammirare la sicurezza e la decisione con cui procedeva dritto per la sua strada... soprattutto da parte di quei giovani che non godevano della sua simpatia e di cui egli non si fidava minimamente. Per quanto, forse, un uomo cos ricco proveniente da famiglia facoltosa, e comunque un eccentrico, poteva pur fare quel che meglio credeva entro determinati limiti, e Rupert, di certo, ancora stava molto al di qua dei limiti dell'ortodossia, anche se non si manc di dare ampia eco al fatto che aveva accettato una medaglia russa mentre si era ostinatamente opposto a qualsiasi onorificenza dei suoi stessi compatrioti. Ma in fondo, un eroe aveva pur diritto a essere originale o scontroso. Dopotutto, la questione non aveva nessuna effettiva portata politica. Rupert assai difficilmente si sarebbe potuto definire comunista, e nemmeno socialista. Tutt'altro...
Per lui l'unico grave contrattempo fu l'irritazione sorda di Phillips-Jones, quale suo superiore diretto al ministero. Lo accus infatti di essere venuto meno ai suoi doveri, e gli disse che - dando tanta pubblicit al caso del pilota russo - avrebbe pur dovuto comprendere di contravvenire ai regolamenti di sicurezza e di servizio del suo ufficio.
"Nient'affatto" protest Rupert, con estrema decisione. "Non ho propalato segreti di sorta. Tutto quel che ho fatto  semplicemente stato parlare di Vodopyanov. E inoltre, se voi non intendete pagarmi per il periodo in cui si  svolto l'episodio nell'Artide, e naturalmente pagarmi a stipendio completo, in tal caso io sono perfettamente autorizzato a considerare l'episodio stesso quale mia privata e personale avventura e dire tutto ci che credo in proposito."
"Mi dispiace, ma questo  troppo specioso" insistette Phillips-Jones.
Rupert si trovava nell'ufficio bianco e azzurro di Phillips-Jones, a Kingsway, dove si era presentato per chiedere di essere temporaneamente trasferito all'ufficio di qualche altro dipartimento che gli desse modo di lavorare a Londra, invece che a Bromley, almeno fino a quando non fosse completamente guarito. Avrebbe cos potuto finalmente mettersi a lavorare sulle note e gli appunti e i complessi rilevamenti eseguiti a suo tempo. Per questo, comunque, non gli sarebbe certamente occorsa l'autorizzazione di Phillips-Jones, e tuttavia aveva creduto conveniente farvi cenno come gesto di buona volont.
"Non sono affatto sicuro che sia possibile" gli rispose Phillips-Jones, con fare sostenuto.
Una vera disdetta doversela vedere con Phillips-Jones, il quale, quantunque fosse persona come si deve, era pur sempre un burocrate di carriera, sicch ovviamente non poteva sopportare determinate peculiarit di Rupert, e soprattutto una sua certa irrequietezza e la strana forma d'indipendenza dal dipartimento da cui pure dipendeva.
Quanto a Rupert, egli aveva invece l'impressione di attenersi scrupolosamente alle disposizioni e di non cercare mai nessun privilegio. Ma in effetti, era il timore stesso di quel che il giovane pensasse o potesse fare (come appunto sembrava ora sua intenzione) a indisporre Phillips-Jones; e tanto da indurlo a far gravare tutto il peso della propria disapprovazione sul comportamento di Rupert.
Rupert d'altro canto non vedeva l'ora di cominciare a occuparsi un po' del suo lavoro, e quindi telefon ad Arthur Wanscome, suo vecchio amico in marina, e ora vice-direttore al dipartimento, spiegandogli che cosa desiderava e chiedendogli se proprio non era possibile assegnargli temporaneamente un ufficio in qualche altro dipartimento, e meglio se presso la piccola Sezione geofisica che, come gli era noto, disponeva di uffici anche a Londra.
"Perch no?" disse Wanscome, e Rupert, i cui reni per il momento sembravano essersi assuefatti a una specie di status quo, fu in men che non si dica sistemato in un piccolo ufficio nei pressi deH'Embankment, con quattro giovani donne (intente a tradurre in codice i dati occorrenti per i calcolatori elettronici) e copie delle sue letture strumentali e note e appunti e perfino diversi frammenti del suo diario che qualcuno si era preoccupato di prelevare dai rottami dell'aereo precipitato a Thule.
Fu appunto in quell'ufficio che un americano - un giovanottone dall'aria molto preoccupata, che faceva capo alla Central Intelligence Agency - venne a cercarlo proprio lo stesso giorno in cui vi si era installato, e gli chiese se non gli dispiaceva accompagnarlo a fare una breve passeggiata nei giardini dell'Embankment... "Cos, giusto per scambiare due chiacchiere" spieg il giovanotto.
"Perch?" volle sapere Rupert. "Non potremmo chiacchierare qui dentro?"
Rupert era gi stato informato (da due dei suoi molti amici, e anche da un cugino e da un secondo cugino attualmente vice-ammiraglio) che gli americani dimostravano un certo interesse per lui, da quando aveva preso a sostenere con tanto zelo le sorti del pilota russo. Naturalmente i russi ne avevano fatto una discreta montatura, e gli avevano mandato intervistatori e corrispondenti, e Rupert, effettivamente, ora provava quasi gusto a parlare con loro come fosse qualcosa di simile a strofinare del sale sulle ferite - cos sperava lui, quanto meno - di coloro che avevano voluto ignorarlo.
Ora, comunque, ecco che le finali conseguenze gli stavano di fronte... nella persona di un austero giovanottone americano con occhi chiari e uno strano modo di fare. Che cos'erano quei modi, dunque? Gli venivano forse da qualcosa di segreto, o forse da una certa sicurezza, da fiducia in se stesso, da denaro e da un'efficace preparazione scolastica? No, pens Rupert, osservandolo meglio, quello era il modo di fare d'un missionario preoccupato: un viso allegro e aperto disperatamente nascosto dietro un'espressione dura ed estremamente importante, eppure consapevole. Rupert ne prov quasi dispiacere per il giovanotto, e decise di mostrarsi cordiale.
"Oh, d'accordo" disse Rupert. "Per abbia un attimo di pazienza, intanto che io getto tutte queste riviste nel cestino prima che passino a vuotarlo. Chi occupava questo ufficio prima di me doveva essere un fissato dei problemi dell'alta fedelt. Guardi, guardi qui: Notiziario di Alta Fedelt, Settimanale di Alta Fedelt, Bollettino di Alta Fedelt, Elettronica e il mondo della radio... Lei ci capisce niente di queste faccende?" domand all'americano, che ancora non gli aveva detto come si chiamava quantunque la sua venuta fosse stata preannunciata telefonicamente da Phillips-Jones.
"Non molto" disse il giovane americano, quasi a stento.
"Come ha detto che si chiama?" s'inform Rupert.
"Oleg Hansen."
"Oleg?...  un nome russo, no? E Hansen  scandinavo. Come mai quest'insolita combinazione?"
"Sono di Seattle."
"Ah!" esclam Rupert, in tono di approvazione. "Bene, bene... Lei dunque  di Seattle."
"Proprio cos."
Rupert indossava una giacca sportiva e non aveva cappello, ma spesso portava l'ombrello; e ora lo prese e se ne serv per indicare la porta dicendo: "Andiamo, andiamo pure".
Per la strada, nelle vie gremite di folla, Hansen non apr bocca, e Rupert, invece, attacc animatamente a parlare dei salmoni del Pacifico, che (come aveva letto) i russi ora stavano immettendo anche nelle acque del Nord Atlantico... un esperimento di certo interessantissimo se coronato da successo. Si proponeva forse di punzecchiare il giovane e preoccupatissimo signor Hansen? Costui - dall'idea che andava facendosene Rupert - evidentemente doveva essere stato istruito a parlare solo in parchi e giardini, sicch non avrebbe aperto bocca se prima non fossero giunti effettivamente in terreno aperto e sicuro.
"Eccoci arrivati" annunci Rupert, quando finalmente giunsero al piccolo parco dell'Embankment. "Qui pu parlare, adesso. Sentiamo... che cosa mi voleva dire?"
"Veramente, io non avevo niente da dirle" dichiar Hansen, con molta flemma e tuttavia in tono di deferenza. "Volevo semplicemente farle alcune domande, se me lo permette."
"Avanti, avanti... Tutto quello che crede."
"Vede, signor Royce: noi gradiremmo semplicemente sapere quali erano le sue vere intenzioni quando ha cercato di suscitare tanto scalpore a proposito di quel pilota russo."
"Noi..." fece Rupert: "Chi sarebbero questi noi che gradirebbero saperlo?".
"Non le ha detto nulla il signor Phillips-Jones? Non le ha spiegato qual  la mia veste?"
"S. Mi ha detto che lei  un funzionario dei servizi segreti americani. Allora... sono questi che vogliono saperlo: i servizi segreti americani?"
"Be', forse sarebbe pi esatto dire i dispositivi di sicurezza statunitensi che s'interessano al problema."
"Naturalmente. Ebbene, la risposta  molto semplice. Secondo me, Aleksej Vodopyanov dovrebbe essere mandato immediatamente a casa sua. A che scopo v'intestate a trattenerlo? A voi non serve a niente."
"Mi dispiace, a questo non posso rispondere. Il mio compito  semplicemente quello di stabilire come la pensa lei a questo riguardo."
"Come la penso?"
"S, certo."
"Oh, Hansen... non saprei proprio. Per credo di non essere disposto a dirle come la penso se prima non avr saputo come la pensa lei" fece Rupert, in tono scherzoso. Stavano passando di fronte a due busti di Gilbert e Sullivan(1) e Rupert, molto sorpreso di vederli, sollev verso di essi la punta dell'ombrello. "Pensi, me li ero completamente dimenticati" disse allo stupito Hansen. "Gi, immagino che li abbiano messi qui per la vicinanza del vecchio Savoy Theatre. Strano... li avevo dimenticati, assolutamente."
"Vodopyanov era gravemente ferito, come lei certo sa" riprese Hansen, con fare serio. "Volevamo evitare di trasportarlo."
"S, questo lo so anch'io. Ma come lo avete trasferito da Thule, avreste anche potuto spedirlo un'altra volta in Russia. Che ne dice?"
"Mi dispiace, ma neanche a questo posso rispondere" disse Hansen, quasi rammaricandosene. "All'atto pratico, io vorrei soltanto sapere perch mai lei dev'essersi messo in testa di creare tanto scalpore a proposito di quel pilota..."
"Ma gliel'ho gi detto. Perch non lo mandate a casa?"
"Solo questo il motivo?"
"Perch?... Dovrebbero essercene altri?" domand Rupert, di nuovo stuzzicando l'interlocutore.
"Dopotutto, lei ha trascorso parecchio tempo con Vodopyanov. Pu darsi che fra voi esistesse qualche accordo particolare... oh, comprensibilissimo del resto."
Con un sorriso, Rupert guard fisso Hansen. "Sicuro, un accordo c'era" ammise. "S?"
"Vuol sapere qual era?... Riportare a casa la pelle. Tutto qui. Cavarcela!"
"Be', quanto a quello pare che lei se la sia cavata in modo ammirevole" disse Hansen. Evidentemente provava simpatia per Rupert, cos come non gli andava a genio il ruolo che doveva sostenere; e tuttavia era pi che deciso a portare a compimento l'incarico affidatogli. "Ma il nocciolo della faccenda non  questo, naturalmente. Che bisogno aveva lei di sollevare tutto quel chiasso intorno a Vodopyanov, o di accettare quella medaglia russa?... Mi sembra che meglio di tutto con lei sia parlare schiettamente."
"No, non ne avevo nessunissimo bisogno. Siete stati voi a costringermi. Se aveste lasciato andare Aleksej, io non mi sarei certo sognato di dire neanche mezza parola."
"La moglie di quel pilota le ha telefonato da Mosca, vero?"
Rupert non seppe trattenersi, e scoppi a ridere. "Coraggio, Oleg... Qual  il problema?"
"Nessun problema" dichiar solennemente Hansen. "O meglio, l'intera questione costituisce semplicemente un problema di sicurezza. Capisce... da noi parecchia gente comincia a chiedersi questo: Che cosa pu esserci dietro un modo di fare tanto insolito?"
"Insolito?... Oh, non si preoccupi. Tutto in regola. Vada pure a dirglielo."
"Temo di non poterlo fare, purtroppo. Alla sua parola credo, naturalmente; e nondimeno non posso certo andare a dire che tutto quanto  in regola nel senso pi assoluto."
"E cio... voi non avete intenzione di lasciar libero Vodopyanov?"
"A questo proposito non so niente. Non posso darle informazioni sulla linea di condotta che si seguir con Vodopyanov. Ma secondo me, signor Royce, se lei continua a comportarsi cos, io davvero non credo che tutto quanto si possa considerare in regola. Glielo dico per il suo bene, mi creda. Pu essere piuttosto pericoloso..."
" lei che ha preso tutte quelle informazioni sul mio conto?"
Vedendo Hansen arrossire, Rupert scoppi a ridere un'altra volta.
"No, sono cose che non si devono fare... lo sa?" fece Rupert. "A buon conto, si ricordi che i miei amici sono dei tremendi bugiardi. Di me dicono sempre solo le migliori cose possibili."
Hansen era interdetto, disorientato. Ovviamente non era solito trovarsi di fronte a modi cos scanzonati; e proprio mentre faceva del suo meglio per svolgere con seriet estrema il proprio compito, per aiutare lo stesso suo interlocutore.
"Vede, il nocciolo della questione..." Hansen disse a Rupert, in tono quasi supplichevole: "Il nocciolo della questione sta nel fatto che lei pu liberamente trovarsi a contatto con una quantit notevolissima di documenti segreti concernenti le nostre difese nell'estremo settore nordico. Lei conosce parecchio dei nostri canali aerei, dei nostri dispositivi di avvistamento radar; e inoltre conosce gli schemi di assistenza mutua per gli studi nell'atmosfera superiore. Conosce abbastanza bene la nostra base di Thule, conosce i metodi seguiti per i nostri collegamenti radio e anche diversi codici cifrati".
"Solo entro i modesti limiti che voi abitualmente consentite di conoscere agli inglesi" gli fece notare Rupert. "Anche con questo..."
"Ma  il principio normalmente seguito dai servizi di sicurezza statunitensi quello di tenere sotto sorveglianza chiunque abbia avuto qualcosa a che fare con i russi, anche se i servizi di sicurezza inglesi sembra che non se ne preoccupino..."
"No? Strano, non lo sapevo.  molto male?"
"Vede..." spieg Hansen: "Dopo l'esperienza fatta in Corea, dove perfino alcuni dei nostri uomini migliori furono sottoposti a lavaggio del cervello, noi ci siamo convinti che non possiamo assolutamente permetterci di trascurare la probabilit... ossia" si affrett a correggersi "la possibilit che...".
Rupert era strabiliato. "Come dire... Aleksej Vodopyanov avrebbe potuto sottopormi a lavaggio del cervello, vero?"
"No, non esattamente. No. Il guaio sta nel fatto che noi, dal punto di vista della sicurezza, s'intende... noi adesso non possiamo ignorare il suo prolungato contatto con quel russo."
Rupert sospir. "Povero vecchio Aleksej!" disse. "Credo proprio di essere stato io a praticargli un lavaggio del cervello... fra l'altro, l'ho convinto a non compiere un gesto estremamente nobile."
Hansen per non era disposto a ridere, nemmeno a sorridere; e Rupert - che non voleva essere scortese - smise di mettere in scherzo qualsiasi cosa, sebbene gli fosse molto difficile dimostrarsi serio.
"Niente da dire, lei ha perfettamente ragione" ammise, al meglio delle sue possibilit. "Non si  mai troppo prudenti. Comunque, Hansen, io le posso giurare che Vodopyanov non mi ha mai sottoposto a lavaggio del cervello... Pensa che questo le sia utile?"
"Non molto" disse Hansen, assorto. "Potrebbe essere utile un'altra cosa, comunque... che lei evitasse di avere pi niente a che fare con i russi. Non dev'essere ancora troppo tardi, secondo me."
"Troppo tardi?..."
"Voglio dire... verosimilmente lei ora  classificato come rischio potenziale per la sicurezza. Da parte mia, le garantisco che far tutto il possibile; ma sarebbe molto meglio se lei declinasse almeno l'offerta di quella medaglia."
"Oh, questo non posso farlo. Ormai l'ho accettata."
"Peccato, peccato...  un contrattempo."
"S?" Rupert cominci a comprendere che l'altro era veramente preoccupato, e che faceva del suo meglio per dargli una mano. Com'era possibile prendere tanto alla leggera un giovanotto cos serio, animato da buone intenzioni? "Anche con questo" prosegu Rupert "a me sembra che davvero non potrei dimostrarmi tanto scortese."
"A mio parere, in questo caso la cortesia non  criterio valido" obiett Hansen.
"Ma non posso rimangiarmi cos semplicemente la mia parola" gli fece osservare Rupert, con molta gentilezza. "Sarebbe sconveniente."
Hansen sembr sconcertato dall'osservazione, anche se non si poteva certo dire che non arrivasse a comprenderla. Capiva la delicata situazione di Rupert, e tuttavia - sebbene facesse del suo meglio per apprezzarli - sembrava incapace di afferrare i sottili problemi di cortesia da essa comportati. L'educazione doveva proprio spingersi fino a simili estremi? A buon conto, quantunque senza eccessive speranze, il giovanotto promise di fare il possibile, tutto il possibile... La decisione per non dipendeva da lui, naturalmente.
"Naturalmente" assent Rupert, e insieme si avviarono per uscire dal parco; Hansen ricadde nel suo mutismo. "Ma io capisco benissimo" volle tranquillizzarlo Rupert. "Non si preoccupi."
Rupert comunque non sapeva esattamente quale avrebbe potuto essere la decisione o che cosa si supponeva avesse compreso, e quando fu sulla porta dell'ufficio, dopo essersi accomiatato da Hansen, si sorprese a pensare: Perdinci, che gente seria sono questi americani. Poi si dimentic del tutto della breve passeggiata, e ben felice si affrett a tuffarsi un'altra volta fra le sue note.
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Capitolo 18.
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Ma fu soltanto dopo una settimana che il servizio inglese di sicurezza impose limitazioni all'attivit di Rupert.
Lui, frattanto, aveva cominciato a organizzare il proprio lavoro, anche se, a trovarsi cos appartato, isolato nel piccolo ufficio lungo l'Embankment, gli sembrava che ogni cosa fosse vagamente provvisoria e irreale. Soprattutto, gli mancava molto Jack Pierpont, suo abituale compagno d'ufficio, con cui aveva intimamente collaborato per quattro anni. Attualmente Jack era all'estremo sud, all'Antartide; e questo naturalmente significava che ora qualche altro avrebbe elaborato i dati da lui raccolti all'Isola Melville. Inizialmente, Rupert era stato inviato all'Isola Melville con l'incarico di effettuare una serie di frequenti letture strumentali dei venti dominanti alle basse quote; e inoltre per lanciare a intervalli di sei ore appositi palloni sonda che poi gli schermi radar seguivano fino agli strati superiori dell'atmosfera, dove, a latitudini cos elevate, esisteva una circolazione zonale molto debole, o praticamente nulla. Oltre i venticinquemila metri di quota s'incontrava un altro strato di umidit? Questo appunto si erano prefissi di scoprire; e sebbene problemi siffatti avessero sempre attinenza con le condizioni generali del tempo alle alte quote, essi erano altres specificamente intesi quale ausilio alle indagini connesse con la caduta delle particelle radioattive prodotte da esplosioni atomiche.
Qualunque fosse il vero significato dei dati cos ottenuti, Rupert non era comunque destinato a sviscerarlo direttamente. Era un tecnico accurato e puntiglioso e fidato e costante, e aveva eseguito metodicamente i suoi rilevamenti esterni a intervalli di sei ore, sia di giorno che di notte, cos come a intervalli di sei ore, sia di giorno che di notte, aveva metodicamente lanciato i palloni sonda; ora per non poteva far altro che ordinare i dati ottenuti e trasmetterli a chi di dovere. Era quello il punto in cui dovevano intervenire matematici e calcolatori elettronici, che avrebbero sommato e analizzato e valutato i suoi dati, in quanto lui non poteva sicuramente vantare sufficienti cognizioni matematiche, salvo una certa pratica faticosamente acquisita nell'uso dei logaritmi per il normale svolgimento delle funzioni di navigatore. Ma non disponeva certo della preparazione teorica indispensabile a stabilire gli opportuni appigli con la fisica, in quell'amorfo groviglio di monumentali surrogati della realt. A questo avrebbero quindi pensato altri: uomini pi giovani, uomini usciti dalle universit e interamente dediti alla costruzione teorica del complesso quadro su cui andavano indagando. Moti dell'aria a elevate altitudini, umidit, circolazione stratosferica, densit, studi sulle nubi e perfino dati connessi con le radiazioni cosmiche... questa la materia prima da cui traeva elettronicamente origine il tempo al di sopra del Polo Nord, dove si generava per la quasi totalit il tempo dell'emisfero settentrionale. Rupert ne aveva solo una conoscenza empirica pur essendosene occupato per quattro anni, in quanto era sempre stato Jack Pierpont, il suo collega, a prendere in consegna i dati da lui ottenuti per elaborarli e trarne i valori finali.
Ora, Phillips-Jones - suo superiore diretto - lo aveva distolto dal lavoro con una telefonata. "Meglio che lei faccia una scappata qui da me, per parlarmi" gli aveva detto, in modo forse un po' sibillino. " piuttosto importante."
Pure, Rupert interruppe abbastanza volentieri il lavoro, cosa di cui si stup, e dopo aver percorso a piedi l'Embankment, si avvi su per Milton Lane, lungo il Tempie, sino allo Strand, dove mostrando il suo lasciapassare entr in uno degli uffici di Kingsway. Mentre saliva in ascensore, gli tornarono in mente le parole di Phillips-Jones: la sua voce gli era sembrata molto fredda al telefono. Ah, che peccato! Rupert non si era certamente prefisso di contrariarlo quando - per cos dire - lo aveva scavalcato interpellando direttamente Wanscome, e d'altra parte come poteva fare per completare il suo lavoro? Phillips-Jones, ultimamente, si era comportato come se non avesse intenzione di trovarsi di nuovo con Rupert, e il motivo non era certamente ignoto a Rupert... Molto semplicemente, Phillips-Jones non voleva vedersi attorno dilettanti pieni di quattrini e fortemente protetti. Nel suo dipartimento voleva soltanto uomini dotati d'una solida preparazione accademica, uomini forniti di lauree a pieni voti in fisica e matematica che fossero ambiziosamente capaci di spingere sempre pi avanti le nuove tecniche del tempo che precorrevano l'epoca (ormai non pi distante che qualche anno) in cui l'intera scienza dell'atmosfera sarebbe divenuta scienza esclusivamente matematica e numerica. Quanto a Phillips-Jones, sebbene non fosse un matematico, egli tuttavia era severamente professionale, e assolutamente deciso a trovarsi presente fin dallo stesso inizio di questo procedimento rivoluzionario.
Rupert dovette attendere; e quando, finalmente, si decise a farlo entrare, Phillips-Jones si limit a porgergli una comunicazione del ministero sulla quale - stampigliate in rosso, nell'angolo in alto a sinistra - apparivano visibilissime le diciture Segretissimo e Urgentissimo.
"Meglio di tutto mi  parso che lei ne prendesse visione direttamente" disse Phillips-Jones, assai sostenuto.
Rupert lesse la comunicazione che proveniva dal sottosegretario in cui si diceva che lui - Rupert Royce - era sottoposto a discriminazione derivante da motivi di sicurezza, e che pertanto, finch fosse perdurato siffatto stato di cose, doveva essere distolto da qualsiasi attivit di natura segreta, e doveva essergli altres impedito l'accesso a qualsiasi documento, cifrario e archivio segreto.
"Come certo sapr" si affrett a dirgli Phillips-Jones, non appena lo vide sollevare lo sguardo dalla lettera "l'intero nostro lavoro qui dentro  considerato di natura segreta, in maggiore o minor misura, ovviamente, e di conseguenza quasi tutto quello con cui viene a contatto nell'espletamento delle sue normali funzioni cade sotto le limitazioni di cui ha ora preso visione."
"Ma... dove intenderebbero arrivare?" chiese Rupert, in tono incredulo.
Phillips-Jones si comportava con tratto estremamente burocratico, formale. "In effetti, io stesso ignoro quale sia il fine ultimo di quel documento" disse, con fare piuttosto risentito. "Ho parlato col sottosegretario in persona, e lui stesso praticamente ne ignora i motivi. Tuttavia sembra evidente che gli americani siano alquanto contrariati per il suo modo di comportarsi con i russi."
"Gli americani?... Ma che cosa c'entrano gli americani? Non si pretender d'impormi limitazioni del genere per le pazzesche idee che gli americani si sono cacciati in testa, immagino? Sono forse usciti di senno?"
"Non credo affatto che siano usciti di senno. Anzi, essi hanno un fine ben preciso..."
"E quale? Sono effettivamente convinti che io sia stato sottoposto a lavaggio del cervello da parte di Vodopyanov? Vede bene che devono aver perso la testa!..."
Phillips-Jones aveva previsto una reazione violenta, sicch si comport in modo assai deciso. "Gli americani, e lei certamente non lo ignora, hanno in certa qual misura degli interessi diretti nel nostro dipartimento... Ed  giusto che li abbiano, perch noi dopotutto ci serviamo in misura notevolissima delle loro basi e attrezzature."
"Sciocchezze! L'Isola Melville  canadese, e la Groenlandia appartiene alla Danimarca, e quanto alla calotta polare, quella non appartiene proprio a nessuno. Tutto ci di cui noi ci serviamo sono i loro radar e collegamenti radar della base di Thule. Perci, di che cosa sta parlando?"
Phillips-Jones non fu a lungo capace di mantenere la maschera di pazienza che si era imposta, e prese quindi a portarsi aggressivamente sulla difensiva. Quantunque non fosse in grado di avvalorare con efficaci elementi le disposizioni limitative imposte da motivi di sicurezza, che dovevano essere totali, ovviamente, egli disse in tono molto secco che si vedeva costretto a insistere su quanto gi esposto.
"Sicch io dovrei smettere completamente di lavorare perch qualche stupido funzionario dei servizi di sicurezza americani ha deciso di sottopormi a controllo?" chiese Rupert.
"Il controllo non  affatto americano, bens nostro."
"Allora  ridicolo, e dev'essere immediatamente revocato."
"Le mie istruzioni sono contenute in quella lettera, temo."
"E allora, se mi  lecito dirlo, anche lei si sta comportando in modo non meno puerile di quanto non facciano coloro che hanno scritto la lettera" grid Rupert, inferocito. "Stia pur tranquillo, a costo di farmi tagliare la testa non mi atterr minimamente a quanto sta scritto qui sopra."
Phillips-Jones aveva mani piccole, e di una ora si serviva per accomodarsi continuamente, nervosamente, i leggeri occhiali senza montatura, mentre fissava Rupert. "Lei dovr invece attenersi a quanto sta scritto in quella lettera, temo. Pu anche darsi si tratti semplicemente d'un provvedimento temporaneo."
"No, non si tratta di questo. Il punto chiave sta nel fatto che io non intendo assolutamente accettare una simile dimostrazione di assurda interferenza."
"Mi dispiace, Royce... ma lei dovr. Quanto meno, io mi vedo costretto a chiederle il suo lasciapassare per il ministero."
"Lei pu chiedermelo, ma non credo proprio che io glielo consegner" disse Rupert, freddamente. 
"Oh, ma dimostri almeno un minimo di buonsenso... Non ho altra scelta!" esclam Phillips-Jones, con una punta di isterismo. "E se poi non vuole sentire ragioni, in tal caso non dovr far altro che dare istruzioni agli uscieri affinch le impediscano l'accesso."
"Non posso credere che parli sul serio" osserv Rupert, stupefatto.
Ma Phillips-Jones fu incrollabile, adamantino. Era il burocrate che aveva la meglio, in quanto doveva averla. Che altro poteva fare? Royce voleva essere indipendente?... Benissimo, ma non gli sarebbe certo servito a nulla in una situazione di quel genere. Phillips-Jones, per cos dire, si sentiva chiamato dal suo stesso dovere a restaurare una parvenza di equilibrio con il contegno scorretto di Royce; e capiva di dover eliminare i sottili privilegi derivanti dalla sregolatezza dell'uomo che gli stava davanti.
E dopotutto, quell'interdizione era davvero cos assurda?
" una questione molto seria, Royce" disse Phillips-Jones. "Quanto pi presto si decider a comprenderlo, e tanto di guadagnato."
Rupert poteva intuire l'opposizione, il risentimento di Phillips-Jones... dalle sue labbra sottili, contratte, e dagli occhi offesi, eppure aggressivi. D'improvviso, si sent sopraffatto da una tale ondata di nausea che - preso di tasca il bianco lasciapassare - lo gett sulla scrivania e usc.
Il provvedimento sorprese Rupert; e pi che sorprenderlo, esso giunse anche assai vicino al misterioso e segreto centro d'energia di cui egli viveva ormai da molti anni. Sempre il lavoro aveva conferito alla sua esistenza un alito di stabilit: esso costituiva l'unica, sicura salvaguardia su cui contare contro qualunque tentazione di cadere un'altra volta nel dilettantismo sostenuto dal denaro o nella vana e insaziabile ricerca di un effettivo scopo. Forse lo spettro della vacuit del padre poteva essere un'esagerata sopravvivenza dei suoi giovani anni, eppure ora non erano certo esagerati il timore dell'et (aveva quasi quarant'anni) e insieme la consapevolezza d'una preparazione scadente a qualsiasi genere di nuovo futuro. Nondimeno, il fatto lo rattrist pi che irritarlo. Jo, invece, se ne irrit e sdegn molto pi di lui.
"Ma com' possibile che avvengano cose di questo genere?" esclam Jo, esasperata. "Perch non vai a dire agli americani che si stanno comportando da bambini?"
"Che differenza farebbe, adesso?" disse Rupert. "Se vogliamo, l'intera faccenda dipende da quell'idiota di Phillips-Jones. Lui sa perfettamente che sono tutte assurdit." Comunque si prov di nuovo a scavalcare Phillips-Jones; e and quindi a trovare Arthur Wanscome, il quale gli disse che l'intera faccenda doveva di sicuro dipendere da qualche stupida trafila burocratica dei servizi di sicurezza. Ma tutt'al pi non poteva essere altro che una misura d'ordinaria amministrazione.
"Questi americani se la sono ficcata dentro la testa la faccenda del lavaggio del cervello" comment Wanscome, con i suoi soliti, vecchi modi di marina, e si mise a ridere. A buon conto Rupert - disse Wanscome - poteva benissimo farsi assegnare a qualche altro dipartimento, almeno per un certo periodo... un dipartimento qualsiasi, a parte naturalmente quello a cui apparteneva Phillips-Jones.
"Ma s d proprio il caso che il mio lavoro sia in quel dipartimento" obiett Rupert. "Non mi trovo certo nello stato d'animo pi adatto a cominciare a guardarmi attorno, e solo per trovare un surrogato che m'interessi abbastanza e insediarmici nell'attesa che i segugi del servizio informazioni si siano stancati di starmi alle calcagna. Per di pi, ero proprio a mezzo d'un lavoro del tutto particolare... e avrei intenzione di portarlo a termine."
"Allora dovrai proprio aspettare" gli disse Wanscome, un po' imbarazzato e tuttavia lasciando trasparire l'esistenza di segrete informazioni nascoste e decisioni sibilline.
"Che cosa devo aspettare?"
"Non saprei, Rupert. Non saprei proprio" fu la risposta dell'amico. Rupert gli credette.
Nessuno apparentemente sapeva quale fosse la vera fonte di quell'interdizione per motivi di sicurezza, e lo stesso sottosegretario - come fece vedere a Rupert - disponeva solo d'una lettera proveniente dal Ministero della Guerra che in sostanza era la copia della lettera che gi gli aveva mostrato Phillips-Jones. Al Ministero della Guerra aveva parecchi amici, e costoro furono capaci soltanto di spiegargli che si trattava d'una manifestazione alquanto stupida del moderno dubbio... il timore che chiunque avesse anche solo sfiorato i russi ne fosse contaminato. Essi comunque ammisero che il provvedimento aveva dovuto essere preso per accontentare gli americani. D'altra parte, anche gli americani che cosa potevano fare, dopo l'esperienza della Corea, e con l'affare di Nunn May? A voler essere giusti, Rupert nel suo lavoro effettivamente aveva diverse occasioni di venire a contatto con problemi di carattere segreto.
"Certo che avresti fatto meglio a non accettare quella medaglia dai russi" osservava spesso Jo, e non tanto per muovergli un appunto quanto per adeguarsi alla pi immediata e semplice delle spiegazioni. Jo passava da eccessi di furia contro gli americani, che avevano osato interferire in faccende altrui, a una sorda, ostinata irritazione per quello che secondo lei era uno scriteriato gioco del marito con i russi. "Perch hai voluto fare una cosa simile?" domandava. "Per te i russi non significano niente."
"Assolutamente niente" ammetteva lui.
"E allora... perch?"
Rupert, in effetti, non si sentiva in grado di discutere con lei, e neppure con se stesso. Stabil che dopotutto gli conveniva far fronte alla situazione con un certo disinteresse se intendeva superarla, anche se aveva l'impressione di essere in maggior pericolo adesso che non quanto lo fosse mai stato sulla banchisa polare. L il pericolo era fisico. Qui era morale, invece. Ne veniva minacciata la sua stessa energia di sopravvivenza.
E tuttavia era ben deciso a non lasciarsene sconvolgere. N d'altra parte poteva considerarsi probabile che un'intera esistenza fondata sulla disciplina dovesse abbandonarlo proprio in quell'occasione.
Nonostante questo, Rupert si sentiva sempre pi animoso e indisposto verso gli altri. Aveva la vaga sensazione della esistenza di qualcosa di molto simile a un larvato ricatto morale nei minacciosi accenni che se soltanto avesse fatto esattamente quanto gli dicevano di fare, in tal caso sarebbe stato liberissimo di continuare il suo lavoro. Non sapeva esattamente che cosa volessero da lui, a parte naturalmente il fatto che non doveva pi dire o fare quanto lui (sulla scorta della sua formazione mentale francese) giudicava del tutto corretto e normale. Perci non aveva nessuna intenzione di cedere a simili esortazioni. E questo nonostante il fatto che, proprio una settimana dopo l'avvenuta sua interdizione, la causa stessa e l'unico motivo che ne stava alla base - Aleksej Vodopyanov - fosse stato finalmente liberato dagli americani e autorizzato a tornarsene in patria.
Un apparecchio americano era uscito da uno dei corridoi aerei di accesso a Berlino, e aveva compiuto un fortunoso atterraggio nella Germania Orientale; i russi quindi si erano impadroniti dell'equipaggio e dell'aereo comunicando agli americani che avrebbero potuto ottenerne la restituzione se si fossero decisi a liberare Vodopyanov. Dopo molte, accese proposte e controproposte, l'accordo fu finalmente siglato. Un turboelica russo venne inviato in un aeroporto segreto della Germania, dove prese a bordo Vodopyanov; e contemporaneamente una squadra ricuperi americana fu lasciata entrare nella zona orientale a prelevare il quadrigetto il cui equipaggio veniva invece consegnato al comando americano di Berlino.
"Be', Aleksej almeno a quest'ora sar in viaggio verso casa" comment Rupert, sinceramente sollevato.
Jo, comunque, ora sembrava ancor pi contrariata... Rupert infatti s'intestardiva a non voler fare quanto evidentemente gli altri desideravano fargli fare: e cio, declinare l'offerta di quella ridicola medaglia russa.
"No!" diceva lui, irritato. "Se decido di essere un eroe russo, ebbene... devo poter fare quello che voglio."
"Ma sei proprio un ingenuo!" obiettava Jo. "Certe volte mi sembri peggio d'un bambino. A che cosa ti serve dimostrarti cos testardo adesso?"
Ma lei non capiva che se si giungeva a una prova di forza fra la di lui antica lotta per conservare la propria dignit e l'attuale sua esigenza di lavorare, la meglio non poteva che sempre e comunque essere dell'orgoglio. L'orgoglio doveva vincere. Rupert non poteva pi cambiare carattere, ormai.
E il provvedimento d'interdizione fu mantenuto, ovviamente.
Arthur Wanscome - suo vecchio amico dai tempi della marina - venne di nuovo a trovarlo a casa, e si mise a sedere e scherz con Tess e fum la sua corta pipetta e bevve il whisky di Rupert e infine gli disse: "Sicuro... il guaio  che quando ti hanno agganciato coi rampini, non c' pi nessuno che ti cavi di dosso il maledetto sospetto. Le informazioni sono sempre una gran sporca faccenda, comunque le rigiri". Ma Wanscome, con il suo schietto cuore di marinaio, era sinceramente preoccupato (come del resto lo erano molti amici di Rupert, in altri posti) e gli sugger di provarsi a scambiare due chiacchiere con un certo signore dell'MI 5... un tale che investigava su di lui e per lo pi se ne stava tranquillo a sedere in una stanzetta sopra la Barclays Bank, in Hornchurch. " quello l'interruttore" spieg Wanscome. "Fin qui ci sono arrivato. Quindi, perch non vai a trovarlo e gli spieghi tutto quanto?... Almeno cos la faranno finita."
Rupert ancora non si sentiva molto incline a spiegarsi con qualcuno, e tuttavia era chiaro che non poteva ulteriormente trascinarsi dietro una cos ridicola situazione... soprattutto adesso, visto che a casa era tornato sano e salvo anche Aleksej Vodopyanov. Perci si decise a prendere un autobus fino a Hornchurch, e senza eccessive difficolt trov il signore dell'MI 5: leggeva il "Times" appoggiato di sbieco al davanzale della finestra in un ufficio sopra la Barclays Bank.
Nella stanzetta faceva cos caldo che l'uomo si era tolta la giacca, quantunque si fosse vicini a Natale; Rupert esamin con una fugace occhiata il misterioso individuo che aveva capelli ondulati e castani, e occhi grevi di molti, molti dubbi.
Dopo essersi presentato, Rupert disse: "Non so il suo nome, ma immagino che non abbia eccessiva importanza".
A sentirlo, MI 5 non pot impedirsi di venir meno alla prima e pi fondamentale regola del suo mestiere... apparve sorpreso.
"Come ha fatto a trovarmi?" domand a Rupert. "Anzi... come ha fatto a sapere di me?"
"Oh, c' sempre qualcuno che sa queste cose" disse Rupert, con noncuranza.
"Ma santo cielo!... A me sembra molto insolito."
"Sia come sia, ma eccomi qui. Le dispiace? A quanto mi hanno detto, lei sarebbe la persona che devo soddisfare; e quindi mi consenta di fare se non altro il tentativo di soddisfarla."
MI 5 finalmente disse di chiamarsi Fairfax, e lo invit a sedersi. Sembrava che avesse ritrovato la propria padronanza. Studi Rupert con curiosit... Evidentemente non doveva essere tipo comune un uomo che se l'era sentita di presentarsi nel suo ufficio con tanta baldanza; e Fairfax, senza difficolt, fu in grado d'individuare sia nell'espressione che nei modi dell'interlocutore tutte le caratteristiche che ne facevano una persona indiscutibilmente a posto. La sospettosit iniziale divenne superflua, e i fatti sin l accertati (in favore di Rupert, d'altra parte) si svuotarono di qualunque significato; Fairfax dovette imporsi uno sforzo per conservare un atteggiamento professionale di dubbio davanti alla testimonianza vivente che gli stava di fronte. Rupert super facilmente la prova; e lo stesso Fairfax, di fatto, ammise che le sue indagini non avevano mai avuto un serio fondamento, e ancor meno ne aveva l'interdizione decretata a carico di Rupert, a parte naturalmente la continua pressione statunitense affinch si sottoponesse a controllo chiunque avesse mai avuto prolungati contatti con i russi. Era comprensibilissimo, in fondo. Rupert volle sapere che cosa si supponeva potesse avergli fatto Vodopyanov... la storia del lavaggio del cervello era davvero attendibile, genuina?
" sempre genuina" assent Fairfax, un po' malinconicamente.
Rupert non perse l'occasione di mettere un'altra volta in ridicolo il concetto, e si augur che almeno Fairfax cos disse - non fosse tanto stupido da crederci. "Lei, dopotutto,  inglese, e non americano! Ma mi spieghi, come farebbe un uomo in quelle condizioni a sottoporre qualcuno a lavaggio del cervello?... L'unico nostro desiderio  sempre stato di cavarcela, di portare a casa la pelle. E poi... se devo proprio dire la verit, io non so con esattezza che cosa intendano quando parlano di lavaggio del cervello. Lei lo sa?"
Fairfax spieg che non si trattava tanto di lavaggio del cervello, quanto d'un diffuso timore di contaminazione in chiunque avesse avuto contatti con i russi. Ma era faccenda finita, ormai.
"All'atto pratico..." disse Fairfax, concludendo: "Adesso dipende tutto quanto dal capo del suo dipartimento". "Wanscome?"
"No. L'altro... Phillips-Jones. Non  quello il suo capo sezione?... O  capo dipartimento? In queste cose finisce sempre che faccio una gran confusione, come con i generi e le specie. Come si originano?" Sorrise con aria incoraggiante a Rupert.
"Allora dipende tutto da Phillips-Jones?"
"Pi o meno. Contento lui, contenti noi.  lui che dovr trasmettere il nostro rapporto al ministero, e ovviamente ad avere valore determinante saranno le raccomandazioni che vi apporr lui."
"E Wanscome? Dopo tutto, mi sembra che abbia un'anzianit superiore a quella di Phillips-Jones."
"No. La sezione dipende da Phillips-Jones. Ne risponde al ministro, direttamente... almeno per quanto concerne la sicurezza."
"Nient'altro?"
"No, credo che basti" disse Fairfax, e la peculiare sua espressione si conserv impassibile, e del tutto integro il suo segreto cuore... eppure i suoi occhi cercavano il fratello in Rupert. Non erano forse tutti quanti bravi camerati, oltre che bravi uomini? Non era d'accordo anche Rupert, per favore?
Rupert comunque non vide e non comprese quel desiderio di essere qualcosa, una cosa qualsiasi eccetto che un uomo segreto dal segreto cuore, e usc frettolosamente, lasciando solo Fairfax, di nuovo solo nell'ufficio di legno compensato, con la sua vecchia scrivania di quercia e una grigia, fioca visione dell'uomo, senza neppure provare la curiosit di sapere come o perch simili cose avvenissero in quello strano luogo sopra la Barclays Bank.
Che significato potevano avere segreti siffatti nella vita di Rupert Royce?
Rupert ora si sentiva sicuro, fiducioso; Phillips-Jones invece si limit ad ascoltarlo sbalordito. Come aveva fatto a scoprire Fairfax? Chi era stato a dirglielo? Con quale diritto, con quale inconcepibile diritto si era permesso di andare personalmente a parlare con un funzionario dell'MI 5? Rupert non sapeva spiegarsi lo scopo di simili domande; gli sembravano insulse, prive d'importanza. C'ra arrivato, e questo solo contava. Pure le domande avevano un'importanza estrema per Phillips-Jones, per le cui convinzioni la persona oggetto di un provvedimento d'interdizione avrebbe dovuto comportarsi modestamente, e anzi, vergognarsene, e quasi cercare di passare inosservata, esattamente come dev'essere l'atteggiamento di chiunque si veda colpire da interdizione per motivi di segretezza. E poi, in che modo gli era mai stato possibile scovare cos facilmente l'MI5?
"Ma che differenza fa?" protest Rupert, spazientito.
" incredibile!" esclam Phillips-Jones. "A volte, lei oltrepassa ogni limite in modo davvero straordinario. Non doveva fare quello che ha fatto."
Phillips-Jones si sforz di non trovarsi senza parola; e tuttavia, Rupert assolutamente non sapeva spiegarsi per quale motivo dovesse prendersela come faceva. Gi erano su piani diametralmente opposti, dal momento che ovviamente non avrebbero mai potuto comprendersi come uomini. Quanto sembrava del tutto normale a Rupert (conoscendo qualcuno che a sua volta conosceva la persona giusta, e cos escludendo assurdit e lungaggini) costituiva uno stupefacente affronto agli occhi di Phillips-Jones. Ma dunque, aveva proprio osato tanto Rupert?... Possibile?... No, non pi - decise Rupert, fra s - di quello che dovrebbe fare chiunque intenda difendersi efficacemente.
"Comunque..." disse Phillips-Jones, al di l della sua scrivania penosamente ordinata: "Comunque, la questione non  affatto chiusa".
"Perch no?" domand Rupert. "Fairfax mi ha detto che ora dipende solo dalla sua decisione; e lei non vorr certo frapporre indugi, ne sono certo."
"Temo invece che dovr" disse Phillips-Jones, in tono di sofferenza.
"Per quale motivo? Che altro c', adesso?"
"Lei non potr mai capirlo, Royce.  impresa del tutto disperata sforzarsi di spiegarle in che modo dev'essere condotta una sezione come questa."
Con un sospiro, Rupert si dispose all'attesa. "Tanto per cominciare, il nostro lavoro  tutto di natura segreta..."
"Lei non tralascia mai di ricordarmelo."
"Ma  ovvio, io sono tenuto a ricordarle quanto lei dimostra di non comprendere. Non capisce che anche il pi lieve sospetto  sufficiente a determinare l'inidoneit d'uno dei nostri collaboratori."
"Sospetto di che?"
"Di qualsiasi cosa."
"Ma in particolare di che cosa sarei sospettato?"
"Di niente, s'intende, e tuttavia..."
"L'M5" spieg Rupert, con tutta la cortesia di cui fu capace "afferma di aver tolto tutte queste assurde limitazioni. Ora lei deve fare altrettanto."
"Temo proprio di non poterlo fare."
"Ma perch, in nome del cielo?"
"Quanto meno... non ancora" disse Phillips-Jones, con fermezza. Stava forse cercando di guadagnarsi una meschina vittoria burocratica? Era di nuovo deciso (e per necessit) a impartire una lezioncina sulla sicurezza a Rupert, appunto procrastinandone volutamente per un ulteriore periodo di tempo l'ammissione in servizio? Rupert agevolmente intu il lavorio meccanico di quel cervello, una scala mobile... ma quale poteva esserne il fine poich evidentemente non esisteva un autentico motivo connesso con la sicurezza o la cautela? Egli perci insistette con Phillips-Jones, insistette per strappargli una risposta; e tutto quello che ottenne non fu altro che un continuo e caparbio: "Non ancora".
Rupert cominci a innervosirsi, a perdere la pazienza. "Ma insomma... che cos'altro c', adesso? Qui ora non esistono pi problemi di sicurezza. Quali nuovi ostacoli sono sorti?"
"Ma sono motivi di sicurezza. Lei si comporta in modo cos incauto. Per aiutare quel russo non poteva fare a meno di lanciarsi col paracadute, d'accordo... e tuttavia poteva se non altro fare a meno di comportarsi come si  comportato in seguito. Deve pur convincersi che non pu godere d'una simile indipendenza se vuol continuare a far parte d'una sezione come questa."
"Oh, capisco... lei ora sta parlando di quella ridicola medaglia russa?" fece Rupert, e si mise a ridere.
Phillips-Jones si adombr. "No, non si tratta soltanto di quello... Si tratta di tutto l'insieme. Lei a volte agisce come se questa sezione le appartenesse, mentre in realt  lei che deve appartenere alla sezione. Ecco le mie obiezioni. Oltretutto, lei non deve considerarsi elemento indispensabile, e fintanto che non avr ben compreso di non essere affatto essenziale per..."
"Mi dispiace, ma questi discorsi non mi suonano molto chiari" intervenne Rupert. "Che cosa intende dire?"
"Allora sar forse meglio che mi decida una volta tanto a parlare in tutte lettere. Lei fa parte di questa sezione soltanto per il suo nome, e perch dispone di amicizie influenti in questo dipartimento. Ma non  precisamente il tipo di collaboratore che noi desideriamo, Royce. Come sa, qui dentro noi siamo tutti forniti di preparazione accademica. Eccetto lei, qui non esiste un singolo funzionario che non sia fornito di adeguato titolo accademico per l'attivit che svolge."
"Quanto ai miei compiti, io sono convinto di svolgerli in modo pi che soddisfacente" disse Rupert, in tono molto sostenuto.
"Non sempre, non sempre! Niente da dire se si tratta di compiti pratici, ma lei stesso deve ammettere che non pu seguire fino in fondo i dati elaborabili dal suo lavoro di campagna."
"E che cosa c'entra questo con l'interdizione per motivi di sicurezza?" chiese Rupert, cercando d'indirizzare di nuovo la discussione al punto iniziale prima di trovarsi chiuso in un angolo senza la possibilit di difendersi.
"C'entra, e come!... Rientra tutto quanto in un unico schema complessivo: e come lei si comporta, e come si  fatto assumere in questo dipartimento, e come svolge il suo lavoro, e come sempre agisce quasi che tutto e tutti fossero qui solo per fare il suo comodo..."
"Mi sembra che lei stia esagerando, e non credo che si possa permettere di dirmi certe cose."
Phillips-Jones avvamp, e non seppe pi controllarsi. "Vede!? Lei crede di potersene stare seduto li a dirmi quello che io devo o non devo fare... Ma no, non  possibile lavorare in questo modo qui dentro. Qui dentro, il suo nome non conta niente. E comunque, lei non  adatto per il nostro genere di lavoro. Lei potrebbe forse adattarsi ad altre attivit... le previsioni, oppure altri compiti semplici e pratici dove la sua mancanza di preparazione scientifica e insieme le sue capacit pratiche meglio si adatterebbero alle mansioni che dovrebbe svolgere; e dove inoltre l'originalit di certi suoi atteggiamenti non potrebbe alterare..."
"Non credo che lei possa dirmi cose del genere" lo interruppe Rupert, gelidamente.
"E invece gliele sto dicendo. Non posso farne a meno. Il suo lavoro..."
"Lei non ha il minimo diritto di muovermi degli appunti sul mio lavoro, quindi eviti di farlo."
"E invece lo sto facendo. Capisce?... E lo faccio per il semplicissimo motivo che lei non  all'altezza dei suoi compiti."
"Non  vero. Ho sempre fatto tutto il possibile."
"Ma non  abbastanza."
"Sino a questo momento lei non si era mai mostrato insoddisfatto."
"Perch ho cercato anch'io di ovviare ai suoi errori per favorirla, come tutti gli altri. A parte i suoi amici che si sono sempre..."
"Questa  una menzogna, una vergognosa falsit" grid Rupert, indignato.
"S?" disse Phillips-Jones, al colmo dell'irritazione. "Benissimo!... Allora le dir che potr darmi del bugiardo quando sar capace di svolgere il suo lavoro teorico, e potr darmi del bugiardo quando i suoi amici smetteranno d'interferire nella mia sezione per proteggerla, e potr darmi del bugiardo quando il suo lavoro sar pari a quanto giustamente si esige... ma fino a quel momento..." Tuttavia Rupert era cos esasperato, cos fuori di s per l'attacco mosso al simbolo stesso del suo lavoro, a quell'unico suo simbolo, idolatrato e sacrosanto e conquistato a duro prezzo, che scatt in piedi pallido di collera, eppure freddo e disciplinato come chi deliberatamente padroneggia i propri nervi.
"Lei questo del mio lavoro non pu dirlo" sillab. "Lei non pu certo definire malfatto il lavoro che ho svolto all'Artide, o quello che avevo svolto in precedenza con l'aviazione. I suoi giudizi non m'interessano..."
"Per me, il suo lavoro  insufficiente per questa sezione" si ostin Phillip-Jones, quasi gridando.
"Allora non esiste motivo per cui continui a gravare come fardello sui suoi malumori, o la chiami pure buona volont" aggiunse Rupert, sempre in tono distaccato e gelido. "Le presento le mie dimissioni."
Phillips-Jones lo fiss con uno sguardo cos freddo e ardente che Rupert, di colpo, si sent come privato, svuotato della propria ira, e si chiese stupito perch mai quell'uomo dovesse odiarlo tanto. Possibile che lui si fosse comportato in modo cos negativo, che avesse abusato di amicizie influenti, che si fosse dimostrato tanto incapace nel suo lavoro, che avesse ignorato qualsiasi forma di autorit?... "Neanche per sogno!" si disse Rupert, e se lo disse con assoluta certezza dopo aver esaminato spietatamente la propria condotta e imposto di discolparsi alla propria indole. Di ci era sicuro. Invece Phillips-Jones era sicuro e non troppo sicuro; ed era soddisfatto e in pari tempo preoccupato, vittorioso e tuttavia incerto del proprio diritto a esserlo.
"Non occorre che lei si dimetta" disse Phillips-Jones, mentre sul suo viso arrossato scorrevano vampate di autorit, di confusione, d'incertezza sull'effettiva opportunit di aver fatto quanto aveva fatto.
"Non mi offre alternative" osserv Rupert, con calma. "Ritengo inutile fingere."
"Sia pure, far a meno di fingere. Ma tornando sul terreno pratico, si potr esaminare nuovamente ogni cosa se lei si dichiara disposto a evitare ulteriori contatti con i russi..."
"Non ho nessun contatto con i russi."
"Ma quella medaglia  da sola sufficiente a..." Rupert si chiese perch mai il particolare della medaglia avesse cos aspramente ferito Phillips-Jones... Risentimento, forse? Perch Rupert Royce poteva fare qualsiasi cosa, e apparentemente arrivare sempre dove voleva? Comunque fosse, Rupert assolutamente non intendeva soggiacere a meschini compromessi, sicch senza dire altro usc dall'ufficio di Phillips-Jones, sebbene avvertisse di gi l'amaro dispiacere della triste realt di abbandonare qualcosa che per lui aveva significato moltissimo.
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Capitolo 19.
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Natale non aveva tradizioni per Rupert. Quando era vivo suo padre, il suo insolito, saltuario padre, essi di tanto in tanto avevano celebrato all'inglese le festivit natalizie a Londra, e tuttavia sempre in qualche grande albergo, mai nella casa di Hampstead. Morto suo padre, Rupert, con la madre, aveva conosciuto feste pi allegre ma in pari tempo pi nomadi, sicch aveva imparato a celebrare l'anno nuovo alla maniera dei francesi in Francia, e alla maniera degli italiani in Italia. Era stata Jo, in seguito, a ricondurlo alla commercialit inglese del Natale, che lei sempre accoglieva con gioia e festeggiava sempre in piena solennit.
Jo si considerava tuttora cristiana, quantunque non volesse illudersi di essere una buona cristiana. Anche Rupert considerava cristiana la propria morale, sebbene non considerasse tali la propria religione o la fede. La mattina di Natale, Jo conduceva i bambini alla chiesa parrocchiale di St. John, e Rupert, bench riluttante, ma ubbidiente, li accompagnava... Jo infatti aveva insistito affinch almeno una volta all'anno dimostrasse ai bambini qual era la fonte dei suoi sentimenti morali. Lui aveva obiettato che non si originavano di certo dal prete della parrocchia; ma Jo, ostinatamente, aveva sostenuto che - ancorch indiretta - era proprio quella la vera fonte. Quale altra poteva essere l'origine del giusto e dell'ingiusto se non la chiesa?
Rupert (al pari di sua madre) era pi superstizioso che religioso, e tuttavia non era mai propenso a discutere di religione. Jane Harrison e Frazer gli avevano insegnato quanto si poteva conoscere in tema di rituali mistici greci e pagani, e spiegato l'origine dei riti connessi con il solstizio d'inverno e la risurrezione; Rupert per altro si era sempre vagamente sentito in colpa di siffatta incredulit razionale sicch non aveva mai desiderato di soffermarsi a parlarne con i figli.
E ora sedeva in un banco della chiesa; e da un lato aveva Tess, dall'altro Rolland. Tess si guardava intorno curiosa sgranando grandi ed increduli occhi, e intanto stringeva con la manina calda la forte mano del padre... non si poteva mai sapere. Rolland era pi austero, attento. Ma in realt che cosa udiva il ragazzo, e che cosa pensava? Dimentico dell'officiante, Rupert si concentr nel tentativo di penetrare i chiusi sentimenti del figlio. Nel complesso, Rolland fisicamente era la sua identica copia. Anche lui aveva capelli biondi, e gli stessi lineamenti del padre. Ma come carattere, Rolland (cos pensava Rupert) lasciava supporre di avviarsi a divenire un enigma. Sotto quel punto di vista non gli riusciva di specchiarsi nel ragazzo, anche se - come sosteneva Jo - Rolland era degno figlio del padre per quanto concerneva il temperamento. D'altro canto, Tess era tale e quale Jo.
Ora, seduta nel banco vicino a lui, vanitosetta, carina e graziosa nel suo miglior cappottino, Tess a tutta prima era parsa diffidente di tante cose complesse per lei forse incomprensibili e strane, eppure un po' per volta la stretta della sua manina si and allentando, e infine tutto le divenne normale, accettabile... la voce recitante della chiesa d'Inghilterra, il sommesso ronzio dell'organo, le dionisiache cadenze dei cori. Tess era in grado di accettare ogni cosa cos come la vedeva, e solo dopo una lieve, superficiale indagine; Rolland invece era molto pi cauto per la curiosit stessa che gli dettava la sua mente di scolaro... Rupert quasi aveva l'impressione di sentirne il lavorio.
"Quanti soldi metti nel piatto della questua?" gli bi sbigli Rolland.
"Metto dieci scellini per noi tutti" gli disse Rupert, sempre bisbigliando.
"Che cosa ne far poi di tutti quei soldi che prende?"
"Se ne serve per lui, oppure li d ai poveri" spieg Rupert. "Almeno, io credo che faccia cos."
"Ma li tiene in una cassetta, o invece li mette alla banca?"
Rolland sembrava ipnotizzato dal piatto della questua e dal mucchietto di denaro che conteneva. Rupert, comunque, segu il filo di quei pensieri. Era un ragazzo sempre molto attento per quanto concerneva il denaro. Di solito, Rolland metteva da parte la mezza corona che gli veniva data settimanalmente, la conservava in una cassettina, e la spendeva solo quando aveva raggranellato dieci scellini... si comprava elementi di plastica per costruzioni o pile o libri. Rupert ammirava il figlio per questo suo senso dell'economia, giacch capiva la sensazione di solidit che poteva discendere solo dalla disciplina di doversi mantenere nei limiti d'un preciso bilancio. Una sensazione che conferiva sicurezza e stabilit alla vita. Vivere senza un bilancio e senza mai avvertire la necessit di osservare scrupolosamente i conti non poteva offrire che una sorta di esistenza provvisoria... eppure non gli era mai stato possibile di farlo comprendere a Jo. Lei aveva trascorso gli anni della giovinezza in una sorta di laboriosa povert di campagna. Ora desiderava gioire anche dell'altro aspetto della vita, sicch spesso si dimostrava eccessiva con il denaro; e oltretutto avrebbe preteso che i conti della banca indicassero sempre cifre superiori a quelle effettivamente esistenti. Avevano avuto frequenti discussioni anche per le matrici degli assegni... Per quale motivo lei non scriveva mai sulla matrice la cifra esatta dell'assegno staccato? Erano i soli momenti nei quali non si sentiva sicuro accanto alla moglie: quando lei con il denaro si dimostrava cos sventata, disordinata.
Perci Rupert poteva tanto pi apprezzare il quadro che suo figlio si faceva del prete; ed egli stesso si sorprese a chiedersi se il prete contasse il denaro della questua ogni domenica sera, come un bottegaio... magari dicendo alla moglie con un sospiro: "Eh, cara, davvero non  stata una giornata troppo buona!". O era forse il diacono che s'incaricava di prendersene cura per lui, come un bravo direttore.
Rupert pens che aveva idee sacrileghe, sicch inton a gran voce i consueti salmi che sempre lo pervadevano d'uno strano, ineffabile senso di depressione, e in pari tempo gli davano la vera sensazione del Natale di Jo. In ogni modo, lei - in fondo al cuore - era sempre una ragazza di campagna; e la chiesa evocava il pensiero della campagna.
La funzione fin, e mentre percorrevano lentamente la corsia fra le due file di banchi alcuni degli altri fedeli lo riconobbero. Rupert tra sempre un uomo interessante per quanti ammiravano l'intramontabile tipo dell'inglese avventuroso, romantico; e al cancello il prete - le mani sprofondate nelle tasche della nera veste, come un adolescente - li trattenne a conversare per qualche momento. Era una giornata limpida e fredda, e col prete parlarono dei bambini. S, doveva essere un lieto Natale. Quando entrarono in casa, Jo lo baci con affetto. Lei era felice per quella festa.
Rupert invece non era altrettanto felice, pur cercando di non darlo a vedere. Attribu la colpa ai suoi reni, e tuttavia non gli fu certo facile farla franca con quel piccolo sotterfugio. Dopotutto, egli aveva perso non soltanto il suo lavoro. Praticamente aveva perso il flusso stesso che alimentava la sua intera vita. Era forse peggio anche di quanto aveva previsto.
Jo s'infastid a vederlo cos mogio, cos assorto. "Ma che bisogno hai di stare a pensarci tanto?" gli disse. "Se non altro, sappiamo che non dovremo soffrire la fame. Proprio non mi sembri ragionevole a prendertela tanto. Anche se non trovassi un altro lavoro..."
Ma qui esit, poich ne avevano gi discusso animatamente anche in precedenza. Jo sapeva che cos'era il lavoro per lui, eppure non era mai stata veramente in grado di comprendere i motivi di tanta importanza. Lui era convinto che la moglie non potesse cogliere quale fosse l'autentico significato del suo lavoro. Nonostante questo, Jo era contrariata che lui avesse abbandonato la sua occupazione solo per un'alzata di testa, quasi per un puntiglio, e lo esortava quindi a lasciar da parte le sciocche ostinazioni e andare di nuovo a sistemare ogni cosa da Phillips-Jones.
"Con questo tuo orgoglio, finisce che poi te lo trovi sempre fra i piedi quando ti occorre un po' di buon senso" gli diceva Jo. "A che cosa serve, se poi ti tocca perdere tutto quanto? Sono sicura che con un po' d'intelligenza non ti sar difficile appianare qualsiasi difficolt."
Rupert comunque dubitava di poterlo fare, e ancor pi dubitava di potersi far ascoltare un'altra volta da Phillips-Jones. Eppure voleva tornare, lo voleva con tutte le sue forze: desiderava mettere ogni cosa in quadro, adeguarsi scrupolosamente ai loro regolamenti affinch gli fosse consentito di continuare il suo lavoro... e tuttavia quel medesimo folletto che sempre aveva interferito in ogni suo atto durante l'intera vita continuava anche adesso a interferire con la sua volont. Non si sentiva davvero capace di farlo, e sia pur tenendo conto dell'elevato prezzo che gi si accorgeva di pagare.
Quanto al denaro, Jo non avrebbe mai saputo prendere veramente sul serio la rinuncia da lui compiuta; e anche se ormai erano dodici anni che ne faceva senza. Il denaro c'era! C'era sempre stato! Una lettera a sua madre... e si sarebbe di colpo trovato al punto di partenza, in un solo giorno. Appunto questa era la tentazione - gettare alle ortiche l'antica disciplina, e abbandonarsi di nuovo al primaverile conforto di sapersi le tasche piene - questa era la tentazione che faceva tutto molto pi arduo, oneroso. A contatto delle pratiche domande di Jo, e di fronte al proprio intramontabile timore, Rupert si accorgeva delle infinite difficolt insite nella sua situazione, sicch finiva sempre per discutere con la moglie in tono esasperato... molto pi esasperato di quanto intendesse.
"Ma s tratta di denaro tuo!" prorompeva Jo. "Perch devi ostinarti a fare cos? Perch devi sempre averne tanta paura, o tanta vergogna? No, io proprio non ti capisco. Non ti capir mai!"
"Bada... io ti consiglio di non parlarne" esortava lui, un po' teatralmente. "Tanto non lo toccher, anche a costo di soffrire la fame."
"Oh, benissimo! Figurati se io mi adatter a soffrire la fame" protestava lei, infervorandosi. "E i tuoi figli, non pensi ai tuoi figli? Vuoi proprio costringerli a sopportare le conseguenze delle tue pazze idee, della tua benedetta ostinazione? No, tu stai sragionando."
"Lo so" ammetteva improvvisamente Rupert, con dolcezza. "Ma..."
Jo non voleva neppure stare a sentirlo, e quantunque dopo un'ora fosse in un mare di lacrime, e lui le chiedesse di perdonarlo, le loro divergenze d'idee non si appianavano.
No, queste non erano certamente le premesse d'un lieto
Natale, e nondimeno lui era pi che deciso a fare del suo meglio per soggiogare i propri sentimenti allo scopo di adeguarli a quanto desiderava Jo... almeno per un giorno, per qualche giorno. Amava sua moglie, amava i bambini; e la sua era una vita densa e domestica e piena di significato (appunto come lui l'aveva voluta). E in fondo aveva del denaro in banca, e non gli sarebbe di certo stato difficile procurarsi un altro lavoro, un lavoro qualsiasi, e per di pi la giornata era bella, una limpida, serena giornata di Natale, e in cielo gli aerei si lasciavano dietro candide scie spumose di bianchi vapori. Occorreva solo tirare avanti fino al nuovo anno. Poi avrebbe affrontato un'altra volta il problema. Avrebbe di nuovo combattuto l'antico conflitto dell'intera sua vita, la vecchia battaglia contro la tentazione del denaro e un'esistenza malamente impostata che sembrava quasi ammiccargli - questa la sua impressione - dalla tomba del padre e dall'inquieta vita di sua madre.
Era stato un gigantesco sommovimento quello che aveva sconvolto la sua tranquilla esistenza, ed era difficile, davvero difficile non addossarne la colpa ad Aleksej Vodopyanov.
All'inizio del nuovo anno, Rupert fece un serio tentativo per essere nuovamente assegnato al suo lavoro. Ma non aveva certo intenzione d'interpellare personalmente Phillips-Jones; e telefon quindi ad Arthur Wanscome, chiedendogli se non gli fosse possibile intervenire per appianare la divergenza con Phillips-Jones.
"Raccontagli quello che ti pare" gli disse Rupert. "Di gli pure che sono d'accordo con tutto quello che vuole lui. Insomma... fa' tu come credi meglio."
"Ma perch diavolo non hai accettato fin da prima quello che voleva?" domand Wanscome. "A che scopo sei andato a metterti contro un individuo simile?"
"Ma no, io non mi sono messo affatto contro" si ostin a spiegargli Rupert. " stato lui che mi ha sbattuto in faccia una quantit di storie sulla mia inefficienza e incapacit e le protezioni di cui abuso... Secondo te, avrei dovuto dirgli di si?"
"No, credo di no" ammise Wanscome, un po' controvoglia, e disse che lo avrebbe richiamato, o meglio ancora. se voleva, gli propose di andarlo a trovare in ufficio di l a due o tre giorni.
Pazientemente, Rupert attese, e quando infine and da Wanscome, gli fu sufficiente un solo sguardo alla sua schietta faccia ottusa di marinaio per capire che le notizie non erano buone. Sostarono a dare un'occhiata lungo il corridoio sul retro d'una stanza di servizio del ministero, al di l della quale si apriva una grande sala radio dove uno stuolo di giovani ausiliarie della marina armeggiavano intorno a grossi apparecchi grigi e scrivevano a macchina messaggi cifrati su lunghe strisce sottili di carta.
"Stavolta te la devi proprio vedere con la sicurezza" gli disse Wanscome, addentando la pipa come un cane che morde un osso. "Sicuro... e quello  un terreno dove non posso aiutarti gran che di questi tempi. Anzi, non conosco neanche nessuno l dentro che possa darti una mano. Quel postaggio  come una piovra, con un sacco di braccia e senza testa: quando i tentacoli si protendono nessuno sa mai dove siano attaccati. Ti avevo scovato quel tizio dell'MI 5... purtroppo, questo  il massimo delle mie influenze."
"Ma se la faccenda della sicurezza l'avevo gi sistemata con Fairfax..."
"Pu darsi. D'altra parte, nessuno l'aveva mai presa sul serio la storia che quel russo mezzo malandato ti avesse fatto un lavaggio del cervello. Per Phillips-Jones la sa lunga... oh, sicuro. Adesso dice che sarai senz'altro a postissimo per quanto concerne i tuoi contatti col pilota, e tuttavia sostiene che sei troppo impulsivo e incostante per svolgere determinati generi di lavoro. Potresti esporre il dipartimento a dannosi equivoci con gli americani, dice... o altre scemenze del genere."
"Ma... santo cielo! E cos, lui pretenderebbe di tenermi ancora in sospeso per motivi di sicurezza?"
"Hai ragione, hai perfettamente ragione di protestare! Lo so anch'io! Ma che cosa vuoi?... Quello  un arrivato, e adesso si trova fra le mani un minimo di autorit; e per quanto sia poca  sempre sufficiente quando si tratta di prendere decisioni che interessano il personale addetto alla sua sezione. La verit  che adesso in una mano stringe la bomba della sicurezza, e in quell'altra un fascio di stupide idiozie... ma io non posso portargli via n l'una n l'altro."
"Non gli hai detto che mi ero messo la cenere in testa, e le corde al collo?"
"Pi o meno... Solo che lui adesso  convinto di averla spuntata. Hai aspettato troppo, forse. Probabilmente dovevi partire all'attacco il giorno dopo. A buon conto, sta' pur tranquillo che non ti crede; e fra l'altro parla d'un suo particolare genere di sicurezza sul quale non si pu obiettare gran che."
"Gi, ma... e per il mio lavoro? Sai bene che deve pur avere un certo valore, e non credo che possano toglierlo di mezzo con un semplice colpo di spugna."
"Si che possono, e come" gli spieg Wanscome, a malincuore. "Quel farabutto d'un Jones... vuoi sapere quello che ha fatto quando tu eri sperduto sulla banchisa? Ha subito disposto perch un altro fosse inviato a fare da capo tutto il tuo lavoro, dato che pi o meno tutti erano convinti che questa volta non c'erano speranze. Sono venuto a sapere ieri che da non so quando lass lavora un altro, e questo tale che ha fatto da capo tutto il tuo lavoro  un tizio coi documenti in regola... titoli di studio, preparazione accademica."
"Ah...  cos, dunque!"
"Non ne sapevo niente neanch'io" gli disse Wanscome, dispiaciuto. " chiaro che voleva sbarazzarsi di te, e adesso che pu tenerti sotto la minaccia dell'interdizione per motivi di sicurezza, non c' proprio niente da fare, Rupert. Gi, la sicurezza... perdio! Un regalo gli hanno fatto, un regalo. Comunque, Jones era sempre stato convinto che tu fossi l per farti un favore."
Era sleale, ingiusto, era un colossale pregiudizio attuato a sangue freddo... ed era cos spietato con la vita stessa di un uomo che Rupert, in un primo momento, fu quasi sopraffatto dalla nausea per un'indistinta, complessa sensazione di furia, dolore, impotenza, ma soprattutto per l'acre sapore del tradimento.
Eppure, anche se intensa, quella sensazione si esaur quasi subito, in quanto era certo che non esisteva speranza. Quel che ormai era fatto non si poteva disfare, n lui d'altra parte intendeva smangiarsi di amarezza e disillusione. Per un individuo cos meschino?... Oh, s, sarebbe di certo stata gran vittoria per Phillips-Jones, per lui non aveva minimamente intenzione di lasciar capire quanto gli bruciava la sconfitta; e sedette in silenzio ascoltando l'amico che gli stava ora prospettando una serie di scialbe alternative in altre sezioni, in altri dipartimenti. Ma pensava, intanto: "A questo punto non mi servono ripieghi. Figurarsi se adesso posso adattarmi a strisciare in fondo a una di queste tane".
"Sicuro..." gli stava dicendo Wanscome, evasivo, guardingo: "Sicuro... il guaio  che tu gli avevi fatto fare la figura dello stupido con la faccenda di quella medaglia russa. Alla fin fine, capisci bene che doveva pur fare il possibile per tener alta la testa in mezzo a quello sfarfallio d'insulsaggini sulla sicurezza messe in piedi dagli americani".
"S, immagino che tu abbia ragione" disse Rupert.
" da ridere, a pensarci" osserv Wanscome.
Rupert si chiese se Wanscome - il quadrato, cuor contento Wanscome - pensava veramente che fosse poi tanto da ridere, e i suoi sospetti ebbero fin troppo presto conferma.
"Forse... non sarebbe neanche sbagliata se tu trovassi mezzo di sbrogliarti da tutta questa storia dell'eroe russo" mise l Wanscome, infatti. "A me sembrerebbe anche una cosa sensata."
"Ma tu sai perch ho accettato quella decorazione russa" gli fece notare Rupert.
"Io?... Figurati se lo so... mai pi!"
"Stammi a sentire, Arthur. Prima cosa, io dovevo far tornare a casa Aleksej Vodopyanov. Tornare a casa... ecco il solo miraggio che ci aveva fatto tener duro, aiutati a sopravvivere. Capisci?... per noi era quello l'unico scopo, la meta finale. Pu anche darsi che io sia stato stupido a tirare tanto la corda con gli americani, ma dovevo pur fare quel poco che potevo per convincerli... in un modo o nell'altro."
"E ci sei anche riuscito, a quel che sembra" convenne Wanscome. "Adesso per faresti meglio a lasciar perdere."
"Pu darsi. Ma c' un fatto, e cio che non sono tipo da rimangiarmi la mia parola."
"Ma guarda che quella  la sola strada per tornare nelle grazie di Phillips-Jones."
In quel momento, Rupert ebbe la sensazione che quella era la sola strada per tornare anche nelle grazie di Arthur Wanscome. Ma diavolo, perch tutti se la prendevano tanto per quella medaglia? Non erano di certo preoccupazioni dettate da motivi di sicurezza, perch adesso chi mai avrebbe potuto ancora dubitare in lui una persona che non desse il massimo affidamento e tranquillit? Non certo Wanscome, assolutamente; e nemmeno Phillips-Jones. Gli americani forse potevano ancora starsene appiattati da qualche parte a tenerlo d'occhio, ma non si sentiva di dar loro torto; e probabilmente nell'insieme avevano anche ragione di farlo. No, si trattava d'una paura molto pi recondita, paura di un ignoto qualcosa intangibile e insieme risibile... qualcosa che nuovamente cercava di costringerlo a forza dentro il medesimo stampo. Ma lui vi si opponeva.
"No, a quello credo proprio di non poter rinunciare" disse Rupert, ostinatamente.
"Ma santo cielo... perch no, vecchio?" quasi lo supplic Wanscome. "Per te non vale un soldo bucato, lo so bene."
"Lo so anch'io, Arthur. Per me in fondo  sempre stata una specie di scherzo. Per adesso credo che voi tutti vi stiate comportando in modo maledettamente stupido, e questo non mi aiuta certo a cambiare idea."
Stringendosi nelle spalle, Wanscome abbass lo sguardo sulle mani. "Allora non potrai neanche aspettarti di tornare nelle grazie di Phillips-Jones, n io d'altronde ho i mezzi per importi a forza..."
"Neanche lo vorrei" si affrett a dire Rupert, tagliente. Era chiaro, ormai: Wanscome si stava servendo del pretesto della sicurezza cos come se n'era servito Phillips-Jones. Anche lui se l'era presa, allora? Bastava dunque il solo soffio di quella parola per far correre in cerca delle cinture di salvataggio anche vecchi, solidi amici come Wanscome... preoccupati di parare qualsiasi eventualit? Perdevano dunque tutti con tanta facilit la testa e il bene dell'intelletto e la possibilit di comprendere un uomo?
Rupert non se la sentiva di crederlo possibile per Wanscome, eppure capiva che era vero. Arthur Wanscome si stava comportando come qualsiasi altro burocrate costretto con le spalle al muro da quell'orribile mostro.
L'angolosa, acuminata critica del suo giudizio non sfuggi a Wanscome. "Sicuro... sempre la stessa vecchia legge di Parkinson" gli disse, infatti, vagamente a disagio, e fece scorrere una mano sulla sua immensa scrivania lucida sepolta sotto vecchie pratiche grigie e consunte, messaggi, promemoria, elenchi... e cento e cento cose in arrivo e cento e cento altre in partenza.
"Gi, sempre la stessa vecchia legge di Parkinson" assenti Rupert, asciutto. Ma non era forse anche un'estensione del vecchio metodo di Eton?... O l'individuo entra nel quadro, o via.
"Nessuno certo voleva che finisse cos" disse Wanscome. "Neanche Phillips-Jones. Per tu, Rupert, devi pur ammettere che sei proprio andato a tirartela addosso..."
"No... questo non me lo devi dire, Arthur. Lo sai meglio di me che tutto questo non aveva niente a che vedere con la sicurezza da principio."
"Sar, ma sta di fatto che poi  proprio finita cos!"
"Benissimo, io per non ho la minima intenzione di sottomettermi a certi meschini ricatti. Non ci penso neanche!"
Wanscome si strinse nelle spalle, dispiaciuto; Rupert se ne and convinto che qualcosa doveva pur essersi guastato se simile interferenza esterna poteva impadronirsi d'un buon amico - e tutt'altro che burocrate - come Arthur Wanscome. Uscito Rupert, Wanscome and alla finestra interna e lasci scorrere lo sguardo sulle ausiliarie di marina... ubbidienti, indifferenti, intente al lavoro. "Ma dobbiamo proprio essere tutti come loro?" pens Wanscome. Gli dispiaceva di avere finito col mettersi dalla parte di Phillips-Jones, e tuttavia che cos'altro poteva fare? "E poi, che motivo ha di preoccuparsi Rupert?" si chiese, contrariato. "Non  certo tipo che avesse bisogno del suo lavoro, o di Phillips-Jones... o di chiunque altro."
Era un uomo ricco, Rupert. N certo valeva la pena di esporsi a sconosciuti motivi di sicurezza per un uomo che in fondo lavorava solamente per sport.
...
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Capitolo 20.
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Come avessero poi fatto i giornali a scoprire che aveva lasciato il dipartimento... ebbene, Rupert questo non lo seppe mai. Una sera, per, mentre tornava a casa, fu abbordato da un giornalista pletorico drappeggiato in un peloso cappotto di tweed - un omaccione dalla faccia rossa e un sottile paio di baffetti - il quale s'invit da solo a entrare annunciando di chiamarsi Sanderson... A quel che si diceva, Rupert Royce aveva fastidi per motivi di sicurezza con il Ministero dell'Aria. Qualcosa di vero?
Per un momento, Rupert fu colto alla sprovvista. Ah, cos... qualcuno se l'era lasciata scappare! Eppure, chi mai poteva essere stato? Per un istante pens a Phillips-Jones, che forse cercava di sfregare altro sale su piaghe gi doloranti; e subito scart un'idea cos assurda. Ma quanto pi parlava Sanderson, e tanto pi chiaro gli appariva che questa volta doveva difendersi. Perci disse al giornalista di entrare, e scomodamente si sedettero l'uno di fronte all'altro al tavolo di cristallo della fredda sala da pranzo. Frattanto, Jack Sanderson (celebre campione sportivo d'altri tempi, che si era fatto cacciatore di notizie sensazionali per un'agenzia giornalistica) s'infervorava con maniere cordiali a dimostrare che si proponeva di comportarsi discretamente e correttamente nella stesura dell'articolo; e tuttavia - come sapeva Rupert - non sarebbe assolutamente stato discreto n corretto. Non era certo lo stile di Sanderson. Pure, fu quella la base su cui procedettero.
"E dunque..." esordi Sanderson, di punto in bianco: "L'hanno messa fuori?".
"Ma neanche per sogno. Sono stato io a dimettermi."
"Perch?"
"Ritengo di essere ancora vincolato alla disposizione che vieta di parlare alla stampa di questioni concernenti il dipartimento."
"Dico... questo pu andar bene se lei tiene il bastone dalla parte giusta" salt su Sanderson. "Solo che lo tiene dalla parte sbagliata."
"Lo so, ma nonostante questo non credo che farei bene a parlare."
"Scrupoli d'onore?" domand Sanderson, e scoppi in una risata da ippopotamo. Era un tipo gioviale, questo Sanderson; al punto che qualche anno prima i colleghi della stampa lo avevano soprannominato "Pap Natale". La sua esuberante, voluminosa cordialit era senza dubbio elemento propizio al suo lavoro.
"No, all'onore neanche avevo pensato" disse Rupert. "Potrebbe essere uno dei motivi, comunque."
"Sa, Royce... di lei abbiamo uno strano quadro" attacc Sanderson, con fare professionale. "O meglio, siamo stati noi a fabbricarci questo quadro: qualche cosa sul genere inglese vecchio stampo tutto romanticismo e caparbiet. Voglio sperare che adesso non cerchi di guastarlo dimostrandosi un tipo comune, pieno di onorevoli scrupoli. Allora... perch si  dimesso? Ragioni di salute?" domand il giornalista, ironicamente.
Rupert si scroll di dosso l'unica costrizione che ancora sentiva. No, non era certo dell'onore che si preoccupava, adesso, bens della fastidiosa molestia di quanto si stava preparando. Sapeva che gliene sarebbe toccata la parte peggiore se non chiariva le sue ragioni a Sanderson... e perch non parlare, allora?
"Mi sono dimesso perch il mio capo sezione ha mosso delle critiche al mio lavoro" dichiar al giornalista. "Lo ritengo uomo di mentalit ristretta."
"Tuttavia, lei era soggetto a interdizione per motivi di sicurezza..."
"Verissimo."
"Ahhh! E perch?... Che cos' accaduto in quei sei mesi all'Artide? Esistono dubbi su dove lei effettivamente era, o su quello che ha fatto? Sospetti che in realt lei sia stato in Russia, o qualcosa di simile?"
Rupert ne fu sbalordito. Era quello che dicevano, allora? Aveva sempre creduto che fosse la faccenda di Vodo-
pyanov, o il lavaggio del cervello. "Ma no, santo cielo... non si sogni di stampare niente del genere!" esclam, senza pensare. " l'idea pi pazzesca che abbia mai sentito. Come le viene in mente?"
"Cos... sono voci che corrono."
"Me ne infischio delle voci che corrono."
"D'altra parte questo  quello che dovr stampare se non vengo a sapere la verit."
"Lo faccia, e stamper un articolo diffamatorio. Ma se proprio vuol sapere la verit, gli americani si preoccupano che io abbia subito un lavaggio del cervello da parte del pilota russo... o altre idiozie del genere. Questo pu scriverlo seriamente, se crede."
"Verit sacrosanta? Solo sospetti di lavaggio del cervello?"
"Assolutamente. Provi a chiederlo ai suoi colleghi."
"No. No. Posso crederle sulla parola. A parte questo, qual  il motivo per cui non ha mai restituito la medaglia russa?  un altro dei particolari che volevano, vero?"
"Il motivo non lo so" disse Rupert, irritato. "So che non l'ho fatto... tutto qui."
"E questo continua a intorbidare le acque?"
"Apparentemente."
"E cos... fuori!"
"Esatto."
"Che cosa pensa di fare in proposito?"
"Ne parlo con lei, e voglio sperare che scriver un articolo in cui sia contenuto quanto meno un cinquanta per cento di verit."
"Tattica non molto buona" comment Sanderson, e scoppi in una fragorosa risata. Era di buonumore. Comprendeva gli uomini del tipo di Rupert. Erano quelli che cercava sempre... dei buoni sportivi, giocatori leali. E Royce aveva tutte le caratteristiche dell'uomo con le carte in regola, dello sportivo. Non era un tipo meschino, di certo: il che aveva molta importanza. Sanderson non poteva sopportare la meschinit, che odiava di un odio paragonabile a quello dell'obeso per la magrezza.
"Lei naturalmente sa che pu essere ancora citato in giudizio per avermi parlato" disse il giornalista a Rupert,
in tono gioviale; e lo scrut attentamente quasi avesse inteso metterne alla prova i nervi scossi.
"Troppo tardi perch me ne preoccupi."
"Oltretutto, lei probabilmente si  tagliato anche i ponti per qualsiasi altro lavoro in cui occorra un benestare dei servizi di sicurezza."
"Altro punto di cui credo che non mi preoccuper mai."
"Gli americani potrebbero anche darle del filo da torcere per qualsiasi faccenda da niente... lo sa?" incalz il giornalista. (Gli americani non godevano le simpatie del giornale di Sanderson.)
"No, questo non  affatto vero. Perci eviti di scriverlo."
"Perch? Oggigiorno  potenzialmente vero, no?"
"Secondo me, gli americani non c'entrano affatto" insistette Rupert.
"Be', come vuole" sospir Sanderson, con la sua cordiale, generosa magnanimit edoardiana. "Vedr di fare del mio meglio per lei, Royce. Ci conti."
Rupert si augur di non aversi a rammaricare del "meglio" di Sanderson... Pure, si sentiva convinto di non doversi rammaricare per qualsiasi cosa potesse anche lievemente infastidire Phillips-Jones. Non era poi tanto superiore da non trovare gusto in una piccola vendetta.
Jo ne fu irritata, incredula una volta di pi. Nell'articolo lesse solo i timori ai quali aveva ormai fatto l'abitudine in simili casi. Il nome di Rupert, d'un tratto, si trovava collegato con spie, traditori e tutta la spaventosa gente di per se stessa bollata dal peculiare accento che sempre i giornali conferivano alla parola sicurezza. Rupert!... Ma com'era possibile fosse stato tanto sciocco da permettere che gli capitasse una cosa simile? Era orribile...
"Chiss..." proruppe Jo: "Chiss come ci guarder la gente se continua cos!".
Ma chi era questa "gente", volle sapere Rupert.
"Gi... perch tu non vai nei negozi a far compere, e neanche vai a trovare amici e conoscenti" disse lei.
Rupert - che non si era sgomentato affatto per l'articolo di Sanderson - dichiar che non si curava di quanto la gente poteva fare, o poteva pensare.
"E cos, hai forse intenzione di essere superiore a tutto e tutti come tuo solito?" domand Jo, amaramente. "Oh, via, Jo, sono solo sciocchezze."
"Per da come scrive questo giornalista sembra che tu sia chiss che individuo misterioso e strano. Qualcuno ha mai avuto veramente dei sospetti che tu non sia stato sulla banchisa polare?"
" tutta un'invenzione di Sanderson."
"Ma  terribile! In pratica, vale come insinuare che tu sei stato in Russia... e invece hai rischiato di morire in mezzo ai ghiacci."
"Chi vuoi che ci creda?" disse Rupert, imperturbabile. Ma Jo protest di aver letto l'articolo con gli stessi occhi con cui l'avrebbe letto chiunque altro... e la sua impressione era stata che lui fosse tuttora oggetto di tremendi sospetti, che pi o meno lo avessero costretto a dimettersi dal dipartimento perch era forse andato segretamente in Russia.
Ne nacque un litigio; e frattanto una dozzina di giornalisti si affollarono davanti al cancello del giardino - prudenzialmente sbarrato - gridando a gran voce: "Royce... venga, venga qui. Ci faccia qualche dichiarazione!".
Jo ne fu spaventatissima, e insieme talmente infuriata che avrebbe preteso di bagnarli con il getto d'acqua della pompa per i fiori. I bambini non poterono uscire, naturalmente; e il garzone non ebbe modo di entrare per consegnare il latte. C'erano operatori con teleobiettivi che fotografavano la porta della cucina, le finestre del piano superiore, il cane che abbaiava.
"Ohhhhh!" gemette Jo, al culmine dell'esasperazione. "Ma che cosa ti  mai saltato in mente di fare?"
Rupert sapeva che prima o dopo avrebbe dovuto affrontare i giornalisti. E lei conosceva la fissit del suo sguardo, il gelido modo di fare che il marito assumeva quando lo aspettava qualcosa che gli era sgradito. Ora Rupert guardava fisso, e agiva con premeditata freddezza; e questo a lei non piaceva perch non era pi l'uomo affabile e gentile cui si era abituata... e si sentiva quasi esclusa. Rupert finalmente si decise ad affrontare i giornalisti che si pigiavano al cancello, in una lieve pioggerellina sottile. Signor Royce, che cosa sono tutte queste storie a proposito di sicurezza?... C' qualche cosa di vero?... Lui disse quanto aveva gi detto a Sanderson; e i giornalisti allora lo incalzarono di domande sul suo supposto viaggio in Russia, sul lavaggio del cervello, sull'interesse che per lui avevano gli americani, su Vodopyanov, sulla decorazione russa... e alla fine, uno dei reporter domand:
"Poich tutto quanto sembra che sia cominciato quando lei ha voluto accettare la medaglia dai russi, adesso non pensa forse di cambiare idea e restituirla?"
"Ancora non l'ho neanche avuta... la medaglia."
"Loro comunque sostengono che lei l'ha accettata."
"Verissimo."
"E adesso gli dir che non la vuole pi?"
"Perch dovrei farlo? Non mi sembra nemmeno un gesto cortese" disse Rupert.
"Pare che loro l'abbiano anche invitata in Russia?  giusto?"
"S, giustissimo."
"Pensa di andarci?"
"Non vedo perch non dovrei, ammesso che ne abbia l'intenzione."
"Pensa che le daranno il permesso di partire?"
"E chi potrebbe impedirmelo?" disse Rupert, con fare incredulo.
"Quelli dei servizi di sicurezza hanno impedito la partenza di Edmund Jackson, tre anni fa, quando era gi pronto all'aeroporto e stava per prendere l'aereo per intervenire a una conferenza in Russia. Non potrebbero fare altrettanto anche con lei?"
"Non sono uno scienziato atomico come Jackson."
"Per lei nel suo lavoro aveva libero accesso a documenti segreti."
"Lo so. Ma non m'impediranno certo di viaggiare per questo motivo. Ho intenzione di andare dove mi pare e piace..."
"E cos andr in Russia?"
"L'ho gi detto... andr se ne avr voglia." Rupert chiuse il cancello, e li lasci inutilmente a protestare per ottenere altre dichiarazioni.
...
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...
Capitolo 21.
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Rupert non aveva mai pensato di andare in Russia. Anzi, si era perfino dimenticato dell'invito che i russi gli avevano fatto. Ma ora qualche giornalucolo male informato pubblic che aspettava di partire in volo per Mosca, dove avrebbe dovuto essere ufficialmente insignito della medaglia di eroe e godere altres dell'accoglienza calorosa che i russi intendevano tributargli.
Lui non si prese neppure la pena di smentire la notizia, n accett di parlare un'altra volta con i giornalisti... soprattutto per amore di Jo. Fu Wanscome a farsi portavoce del ministero, e smenttutte le voci negando che si fossero prese misure d'interdizione dettate da motivi di sicurezza a carico di Rupert, o che per motivi analoghi lo si fosse allontanato dal dipartimento. Ma il ministero era veramente convinto che Royce fosse stato in Russia, e non sulla banchisa polare? "Assurdo!" dichiar Wanscome, e spieg che solo divergenze di idee con un capo sezione dovevano intendersi quali causa delle dimissioni di Royce. Nondimeno, Rupert Royce poteva sempre ottenere qualunque incarico desiderasse, e nell'ambito di quello stesso dipartimento, inclusi gli uffici a contatto di documenti segreti. Allora i giornalisti gli chiesero notizie della medaglia russa; Wanscome dichiar che non intendeva parlarne, dal momento che si trattava di questioni troppo maledettamente stupide perch valesse la pena di farlo.
Dopo di che, Wanscome telefon a Rupert. "Cos le chiacchiere sono sistemate" gli disse, e gli propose un'altra volta diversi nuovi incarichi, giacch, dopo tutto, Rupert era effettivamente un uomo dotato di senso pratico e vasta esperienza. Pure, senza saperne il motivo, e senza scrollarsi di dosso un'invincibile sensazione di disgusto, Rupert ostinatamente declin una dopo l'altra le nuove proposte.
"Hmmm..." disse a Jo, in tono vagamente scettico: "Sono un po' troppo vecchio e irrequieto per questi cosiddetti incarichi pratici".
"Hai solo quarant'anni, quindi non stare a dire che sei troppo vecchio per niente." Jo cominciava a non poter pi sopportare i discorsi sull'et. Anche lei ne avrebbe avuti quaranta fra tre anni.
"Come credi, ma  pur sempre la verit" obiett Rupert. "Queste attivit esclusivamente pratiche sono quasi tutte adatte a individui pi giovani, a dei principianti.  un po' difficile che in proposito io possa continuare a illudermi."
Rupert era giunto a diverse altre conclusioni su se stesso e sul proprio lavoro, assorto in profondi pensieri passeggiando per il giardino di casa o percorrendo i vecchi sentieri e le colline di Hampstead, mentre Fidge, il cane, aveva un gran daffare a saltare e correre e abbaiare in mezzo ai cespugli. Per prima cosa, egli si era chiesto se avesse davvero fatto bene nt'anni - inizialmente - a esigenze cos modeste. Era sufficiente accontentarsi di svolgere un lavoro pratico, e per di pi portargli una cos attonita dedizione?
"Deve pur esistere uno scopo pi alto che quello nel lavoro, di sicuro", si era detto Rupert, pi e pi volte.
Tuttavia qualunque cosa decidesse di fare, non intendeva certo tornare al Meteorological Office. Le gioie di quel suo piccolo mondo erano d'un colpo andate in frantumi. Phillips-Jones aveva demolito le illusioni in cui si era cullato, e Rupert, adesso, capiva che nei quattro fertili anni trascorsi in quell'ufficio aveva sempre fatto completo assegnamento sul cervello scientificamente dotato di Jack Pierpont... lo aveva usato come sostituto del proprio. Sicuro, aveva ragione Phillips-Jones. Lui non era fornito d'una istruzione idonea a svolgere un serio lavoro scientifico.
Era finita, quindi; e ora doveva crearsi un altro futuro. A quarant'anni non era comunque certo di poterlo fare facilmente. Non sapeva da che parte cominciare.
Rupert attravers diverse fasi di dubbio; e fin da ultimo con l'assorbirsi di nuovo nella giovanile passione per l'archeologia classica, senza manifestare sintomo alcuno d'una seria crisi.
Prese a frequentare ogni giorno il Museo Britannico. Le antichissime civilt egea e pre-omerica lo avevano sempre interessato; e lesse perci estesamente Omero ed Eschilo, allo scopo di crearsi dei fondamenti dai quali poter poi procedere all'indietro. Inoltre, egli consult anche gli scritti di T. H. Gomperz, l'insigne studioso austriaco dell'et classica, e fu appunto nel primo volume delle sue opere che s'imbatt in una succinta digressione concernente le colonie greche del Mar Nero. Apparentemente, quell'aspetto della cultura greca non era mai stato oggetto d'indagini molto approfondite dal punto di vista archeologico; e questo lo incurios.
Come scopr, anche anteriormente al settecento a. C. i milesii avevano iniziato la colonizzazione delle coste del Mar Nero; e durante il periodo della democrazia i greci avevano poi valorizzato quelle colonie onde adeguarle all'assorbimento dell'eccedenza pi povera - e in pari tempo pi vigorosa - di popolazione delle citt della madrepatria. A Rupert sembrava di vedersi davanti come in un quadro l'espansione greca, che si era estesa fino alle coste iberiche dalle steppe del Don. Gli antichi colonizzatori dovevano essere stati i pi tenaci e coraggiosi giovani di Grecia, e la cultura greca di cui disponevano era probabilmente dotata di tale vigore che presto assorb o si sovrappose a qualsiasi superstizione locale. Gi provava un senso di ammirazione per la valentia di quegli uomini cos capaci, ambiziosi... valentia e capacit che dovevano essersi enormemente accresciute via via che gli ardimentosi pionieri venivano sospinti sempre pi innanzi dall'eccitante impresa di edificare un impero.
"Il merito" scriveva Gomperz, narrando di quegli uomini "ebbe importanza maggiore che non la discendenza. L l'uomo era uomo; e il lavoro ben fatto poteva fruttare una buona paga, mentre quello scadente significava uno scomodo giaciglio e scarsa protezione."
Una volta fissata la propria mente su siffatto, ardito ideale, Rupert s'immerse sempre pi a fondo nello studio delle colonie greche del Mar Nero, innanzi tutto cercando d'indagare fra quanto ne avevano lasciato scritto gli stessi autori dell'antichit: Omero, Arriano, Erodoto, Strabone, Plinio e Polibio. Trov nella quasi totalit dei geografi classici frammenti che descrivevano quei distretti del Mar Nero, mentre dovette constatare che i dati frutto di moderne indagini occidentali erano scarsi, modestissimi, a eccezione di un eccellente studio sugli sciti dovuto a uno specialista di nome Minns.
In Strabone, peraltro, aveva scoperto un'interessante citazione concernente una strana, misteriosa isoletta del Mar Nero, al largo delle bocche del Danubio, che aveva nome Leuce. Era chiamata anche Isola di Achille. Torn a consultare anche Arriano, apprendendo che l'isola era stata donata dalla dea Teti al figlio Achille; e che probabilmente questi aveva poi dimorato sull'isola erigendovi anche un tempio dedicato a se stesso. Gli abitanti dell'isola - e sia gli esseri umani, sia le capre - erano stati sacrificati in suo onore, e anche in seguito era sopravvissuto per secoli un profondo culto di Achille.
Apparentemente l'isola doveva esistere ancora, forse a una distanza lievemente superiore dalle bocche del Danubio... e tuttavia sempre la stessa. Ora apparteneva ai russi, che la chiamavano Isola dei Serpenti. Peraltro, dell'isola moderna, Rupert pot trovare solo una scarsissima documentazione al Museo Britannico, e di conseguenza, essendo pur sempre un dilettante che non disponeva delle vaste e doviziose risorse d'uno studioso di professione, egli dovette continuare a ingegnarsi di costruire una propria storia dell'isola, finch, di fronte alle prove raccolte, non concep l'idea che gli sarebbe forse stato possibile dimostrare come Leuce e l'Isola di Achille e la moderna Isola dei Serpenti erano tutt'uno. In tal caso, si trattava d'un problema che archeologicamente valeva senza dubbio la pena d'investigare a fondo.
Jo osservava i nuovi interessi di Rupert, senza peraltro esserne eccessivamente sorpresa o intimidita. Ma cominciava a nutrire qualche preoccupazione. Per il momento i giornali lo avevano dimenticato, e tuttavia Rupert - Jo lo capiva bene - ora stava creandosi deliberatamente un'occupazione. A lui non piaceva l'indecisione, n poteva soffrire che si facesse molto scalpore intorno alla scelta d'una nuova decisione; e nemmeno era da ignorarsi che troppo facilmente si era lasciato scivolare in questa nuova attivit. Jo quindi non era convinta. Nel di lui viso teso, e nei suoi occhi azzurri cos pieni di dubbio, Jo intuiva una ben pi ardua lotta, quantunque sapesse che non le sarebbe stata mai svelata.
"Eppure" pensava Jo "qualche volta vorrei proprio che me ne parlasse."
Le sue reazioni perci assumevano aspetti estremi. Un momento provava il desiderio di confortarlo, e l'attimo dopo avrebbe voluto fargli capire sino a che punto era contrariata. Ma Rupert diffidava subito quando lei cercava di mostrarsi premurosa e paziente.
"No, guarda che sto benissimo" protestava lui, sospettoso, dato che di simili premure da parte della moglie abitualmente si vedeva oggetto solo quando stava poco bene.
"Allora vai al diavolo!" diceva Jo, infuriata.
Dopotutto era lui che la costringeva a essere nervosa e impaziente come sempre.
Rupert, comunque, una volta fin per aprirsi, una volta che chiacchierava tranquillo con la dottoressa Marian Crawford. Quando li vedeva insieme, Jo era vagamente gelosa perch capiva che fra loro potevano conversare seriamente come non avrebbero mai fatto con lei.
Quella volta, Marian gli aveva chiesto che cosa stesse facendo, e Rupert, con l'abituale flemma, aveva risposto che probabilmente stava sprecando il proprio tempo, quantunque esistesse ben poco di diverso che potesse fare alla sua et e, soprattutto, con le sue idee.
"Sai, Rupert..." gli disse Marian: "A me non  mai stato possibile capire con esattezza quali siano le tue idee". Fiss i suoi dolci occhi in quelli di Rupert, sforzandosi di scoprirvi uno spiraglio capace d'indicarle che lui aveva bisogno del suo aiuto.
"Ci dipende dal fatto che sei anche tu come tutti gli altri" osserv Rupert. "Pensi che le mie idee siano eterodosse."
"Perch... non lo sono, forse?"
"Ma come fai a dirlo?"
"Bene, non lo dir. Ma se sei davvero cos ortodosso, su che cosa precisamente lo sei?"
"Non ne sono certo. Vedi, Marian, suppongo di tanto in tanto di chiedermi che cosa sia quello a cui noi tutti tendiamo, dove vogliamo arrivare... nient'altro. Ma per il momento non ho trovato la risposta."
"Dipende dal fatto che non hai una base morale" disse lei.
Marian era cattolica romana, e disponeva d'una saldissima base morale; Rupert l'aveva sempre ammirata per questa sua dote. Lei faceva la pediatra, e inoltre era giudice di pace, e membro del consiglio direttivo della scuola che frequentava Rolland, membro del Comitato per la difesa dei caratteri rurali di Hampstead, membro del partito laburista di Hampstead... ed infine sostenitrice convinta delle iniziative patrocinate dalla sua chiesa per l'assistenza medica ai lebbrosi dell'Africa sud-occidentale. Pure, nell'esitante sondaggio di Marian, un cauto, desolato senso d'incertezza lasciava trasparire la vicinanza d'un costante dubbio.
"E che base morale dovrei avere, secondo te?" volle sapere Rupert. Stava giocando a domino con Tess, accanto al caminetto, e senza distogliersi dalla conversazione, imprigion affettuosamente con la mano le piccole dita della bambina che cercava di sottrargli una delle sue tessere per servirsene a proprio vantaggio. "Religiosa, magari?"
"Potrebbe senz'altro aiutarti" disse Marian. "Alla religione non rimane pi morale con cui aiutare il mondo" afferm Rupert.
"Forse" ammise la dottoressa Crawford, in tono sommesso. "Ma che cos'altro conserva valori morali, allora?"
"Non saprei. Non  comunque dei valori morali che mi preoccupo. Probabilmente dovremo imparare a farne senza. Sei convinta che proprio quelli siano l'importante? E in ogni modo, quanto io effettivamente intendo  il fine... Qual  il fine?"
"Ma come potresti mai pretendere di fare una distinzione fra morale e fine?" obiett Marian.
Rupert convenne che forse non era possibile. "Eppure, quando ero sulla banchisa, in mezzo ai ghiacci, io pensavo sempre che noi tutti siamo dei selvaggi... la nostra vita in effetti non ha un fine intelligente."
Marian credette di comprendere. "Abbiamo cominciato come assassini, e immagino che come tali dobbiamo continuare" osserv amaramente.
"No, io non intendo assolutamente questo" precis Rupert. "Mi riferisco piuttosto al genere di vita che conduciamo. In essa esiste una terribile mancanza di fine."
Marian prese in braccio Tess, che - gi stanca di giocare - si succhiava un dito insonnolita osservandoli con gli stessi occhi sospettosi di sua madre. "Devi sempre ricordare che per noi tutti tu costituisci un'eccezione" disse, intendendo stuzzicarlo. "E ci indipendentemente da qualsiasi cosa tu possa sostenere."
"Via, adesso non scherzare..."
"Ma lo sei davvero! Tu non ti sei mai trovato nella necessit di lottare."
"No, guarda... io sono'un individuo estremamente tipico" si ostin lui. "Poco conta che sia ricco o povero, perch l'importanza sta nella realt che non sono mai stato adeguatamente sfruttato.  questo il guaio. Gli uomini, nella stragrande maggioranza, vengono mai sfruttati fino al massimo delle loro capacit?... Sentiamo..."
"Ma  inevitabile."
"Perch?"
"Perch non sarebbe possibile sfruttare chiunque fino a completo esaurimento. N d'altra parte esisterebbe mai lavoro genuino in quantit sufficiente ad assorbire tutte le capacit. E comunque, non possiamo certo essere tutti dei costruttori."
"Ma come puoi dire una cosa simile?" protest Rupert. "La gente potrebbe essere molto pi utile di quanto non sia, e per la quasi totalit. La stragrande maggioranza  addestrata solo a mezzo di vivere, cos come lo sono io. La stragrande maggioranza procede a passo ridotto per l'intera esistenza, cos come faccio io. La stragrande maggioranza sogna, e lo sogna onestamente, di ottenere qualcosa di pi e di meglio... Lo so! Ne sono certo!"
"Allora dovresti entrare nella politica" osserv Marian. "Odio la politica" dichiar lui, senza interesse. Per diversi anni, Marian aveva inutilmente cercato di convincerlo a votare per i laburisti. Lui aveva sempre dato il voto ai conservatori, dicendo che non gli era possibile individuare una qualsiasi differenza fra i due partiti. "Avete frequentato tutti quanti le medesime scuole, e adesso avete esattamente le medesime idee... sia da una parte che dall'altra. La maggioranza dei laburisti cadrebbero svenuti di spavento se il nostro paese dovesse mai diventare socialista. Anche tu, Marian. Ti professi socialista, ma non saresti capace di sopportare il socialismo. Oh, anch'io. Ma non voter per voi perch in sostanza il vostro partito  una versione annacquata dei conservatori, e preferisco l'originale."
"Se odii la politica" gli stava dicendo Marian, adesso "non hai diritto di parlare di fini e di morale nella vita. Se vuoi fare il moralizzatore, devi scegliere una delle due... o religione o politica."
"Lo so" ammise Rupert. "La verit  che sono troppo vile per spingermi a tanto."
Parole che non potevano essere credute, ovviamente. E tuttavia, esse la colmarono di speranza. Forse che quell'uomo dalla mente cos ferma, e che lei ammirava tanto, quell'uomo forse aveva egli pure bisogno di un immenso, superiore sostegno morale esterno, un sostegno capace di sbarrare la strada ai terrori del mondo? Anche lui aveva bisogno della protezione di Dio?
Marian scosse il capo. "Non potr mai credere che tu sia un vile, anche lontanamente" gli disse. "Di certo non il famoso Rupert Royce."
"E invece s" insistette lui, ostinatamente. "Quest'ultima esperienza con Phillips-Jones e Wanscome, per esempio... io penso che questa esperienza e anche l'altra faccenda sulla sicurezza me lo abbiano ampiamente dimostrato."
"Non capisco proprio che cosa intendi."
"Perch mai avrei dovuto cercare di confinare la mia vita allo scopo di conservarla?..." spieg Rupert. "Ecco che cosa intendo."
"Oh, proprio quello!"
"Per quale motivo allora avrei sempre dovuto cercare di ridurmi ai suoi fattori minimi... e cio accontentarmi di lavorare bene e attenermi alle regole?"
"Tu, Rupert, non ti sei mai attenuto alle regole nella tua vita."
"Ma come puoi dire una cosa simile?" domand lui. "A me pare proprio di aver trascorso l'intera mia vita facendo ben poco di diverso..."
Marian ne rise, e non volle prenderlo sul serio. "Oh, certo... immagino che non sia il mio forte inquadrarmi molto facilmente" convenne Rupert. "Onestamente non credo che arriver mai a consegnarmi mani e piedi legati, completamente. O meglio, attualmente la penso cos. Per quale motivo dovrei continuare a sforzarmi di stare entro una data cella... ossia: il lavoro, solo perch ho paura di quello che mi accadrebbe nell'altra cella... ossia: il denaro?"
"Ebbene, come Jo, devo confessare che anch'io non sar mai capace di comprendere perch tu abbia tanta paura del tuo denaro" osserv Marian.
"Tu lo dici perch non hai mai provato ad averlo."
"Oh, sapessi quanto  vero!" disse lei, e rise stringendo a s Tess.
"Tu non sai qual  effettivamente il modo in cui il denaro compie tutto il suo danno" continu Rupert, in tono serio e compreso. "Vedi... il denaro finisce sempre col persuaderti che quanto stai facendo  giusto, qualunque cosa sia.  proprio questo che generalmente distrugge la sensibilit delle persone ricche.  questo che danneggi e poi guast completamente i miei genitori, e io stesso mi sono sempre trovato di fronte alla medesima tentazione. La provo anche adesso."
"No, non sono davvero capace di credere neanche a questo. Quanto meno... non mi sembra possibile con la tua forza di volont."
"Oh, invece  possibilissimo" protest Rupert, quasi contrariato. "Questo, comunque, non costituisce che una met del problema. Perch adesso comincio a comprendere che non vale niente neanche l'altra met... Al Meteorological Office io ero un individuo insignificante, una nullit. Non contavo niente in pratica. Ero senz'altro meglio di quanto mi giudicava Phillips-Jones, d'accordo... eppure anche con questo mi ero semplicemente trovato il mio bel buchetto dove starmene quieto senza nessun fine preciso, a parte quello di lavorare. D'altronde, non  appunto cos che lavora la stragrande maggioranza degli uomini?... Si trovano un lavoro e lo fanno quieti quieti e tirano avanti come possono, e basta. Un bel giorno finisce anche il tempo loro assegnato, e muoiono. Come vedi, non esiste assolutamente un fine ultimo... eccetto che quello di conservarsi vivi."
"E questo non  sufficiente?" chiese Marian, sorpresa. " sufficiente per te, Marian? Sono certo che tu desideri qualche cosa di pi. Desideri dare un significato al tuo lavoro. Naturalmente."
"S, questo  vero."
"E altrettanto dovr pur fare anch'io, non credi?"
"Credo di s, Rupert. E Jo appunto per questo motivo ha sempre cercato di convincerti a vivere serenamente la tua vita, senza stare ad agitarti tanto per lavorare."
"No. Jo vuole semplicemente che io mi faccia di nuovo dare tutto il mio denaro, e questo perch lei  stata povera."
"E tu te lo farai dare?" gli chiese molto apertamente Marian.
"Non lo so, proprio. Per il momento non sono ancora sicuro di quello che far."
"E come mai adesso t'interessi tanto di archeologia, e della Grecia... o di cose del genere? Pensi forse che ti aiuti a chiarire i tuoi dubbi?"
Rupert scosse la testa. "No, in effetti. Sto solo cercando di straniarmi" spieg. "Per qualche tempo, ho voluto tirarmi in disparte... in attesa di vedere se riesco a intuire qual  la soluzione."
"Solo un uomo ricco pu pensare di fare una cosa simile" disse Marian, di nuovo con l'intenzione di stuzzicarlo.
Ebbero d'improvviso percezione della presenza di Jo, che in piedi, accanto alla finestra, se n'era stata in silenzio ad ascoltarli. Era venuta per prendere Tess, e dopo che l'ebbe tolta dalle braccia di Marian, mentre stava per andarsene, disse: "Continuate, continuate pure. Non volevo interrompervi".
Rupert arross. Sapeva quali erano i sottintesi dell'osservazione.
Marian quasi non se ne accorse, invece. "Dimmi, Rupert..." riprese: "Quando eri un uomo ricco, non hai mai provato la preoccupazione di avere tanto... mentre altri avevano tanto poco?".
"Si capisce" disse Rupert. "Ma non  per questo motivo che ho rinunciato al denaro. No, non  assolutamente cos che la penso."
...
.
...
Capitolo 22.
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No... certo non sarebbe stato facile convincere Jo che dovevano andare tutti a trascorrere un periodo di vacanze in Russia, e semplicemente perch in lui era sorta questa nuova e strana curiosit per la storia delle colonie greche sulle coste del Mar Nero.
"Vuoi dimostrare a tutti quanti che puoi sempre fare quello che ti pare e piace" disse Jo, quando l'idea le fu prospettata. "Be', vuoi proprio saperlo?... Io non ci tengo affatto."
"Ma non credo affatto che sia quello il motivo" protest lui, convinto. Tuttavia capiva che in quel progetto doveva esistere anche una vaga componente dettata dal suo intramontabile desiderio di anticonformismo.
" un paese terribile" insistette Jo. "Perch vuoi proprio farci andare tutti? Se mai, potresti andare da solo."
"Oh, Jo, un po' di coraggio..." la esort Rupert: "A quanto ne dicono, sembra che il Mar Nero sia veramente un posto incantevole per trascorrervi le vacanze. Vuol dire che tu e i bambini potreste starvene tranquillamente in qualche centro balneare, e io intanto andr su e gi lungo la costa per vedere quello che m'interessa". "E se i bambini si ammalano?"
"Ma anche l ci sono dei medici..."
"Medici!" esclam lei. "Mi sai dire che razza di medici sono?"
"Per male che vada, sar sufficiente mezza giornata di aereo per tornare a Londra."
"Lo sai che non mi va di viaggiare in aereo." Jo assolutamente non intendeva sentire ragioni. Ma Rupert sapeva che con un po' di pazienza avrebbe tranquillizzato anche i suoi pi insensati timori, e forse, a forza d'insistere gli sarebbe stato addirittura possibile prospettarle il viaggio in una luce attraente.
"In fin dei conti" le disse "non vorrai che i tuoi figli diventino grandi senza un po' di spirito d'avventura o di curiosit. E se poi proprio non ti piace, nessuno t'impedisce di tornare indietro."
"Ma lo so gi che non mi piace" protest lei "e quindi mi spieghi per quale motivo dovrei andarci? Perch dobbiamo sempre essere noi a dimostrare le tue idee? Ti assicuro, certe volte mi convinco che sei proprio un dilettante..."
Jo se ne pent nell'attimo stesso in cui lo disse; e appunto per questo proruppe in accuse ancora pi veementi e accese contro Rupert, e poi in lacrime. Usc di casa e torn solo dopo parecchio tempo, inzuppata, fradicia di pioggia, in uno stato miserevole, sicch lui le perdon anche quella terribile parola... di cui dopotutto non gl'importava gran che. Jo comunque rimase in un misto d'esaltazione ed esasperazione, e si strinse al marito in un appassionato impeto di amore e fiducia e ammirazione. Quando si sentiva in colpa, Jo era sempre portata ad amarlo senza nessuna discriminazione, sicch anche quella volta lui si strem per tranquillizzarla e amarla e assicurarle che non esisteva motivo di preoccuparsi. Lei allora si acquiet felice, e gli disse che era un uomo assolutamente perfetto, meraviglioso.
Rupert allora le disse che il viaggio dopo tutto non era cos importante. Ma lei sapeva quanto lo era. Sapeva che la sua mente e il suo cuore gi si erano cristallizzati su quell'idea, e attraverso tenerezza e lacrime e collera e felicit gli disse finalmente di s.
Rupert telefon all'ambasciata sovietica, e dopo essere passato attraverso tre o quattro misteriose, oscure voci, si trov infine a parlare con Mayevsky.
"Mi sono permesso di chiamarla" gli spieg Rupert "a proposito della possibilit di visitare la Russia."
Mayevsky ne fu deliziato, addirittura estasiato. Invit Rupert ad andare a parlargli. Rupert and dunque all'ambasciata in Millionaires' Row, e fu sorpreso di fronte alla sua grandiosit vecchio stile. Si aspettava qualcosa di pi dimesso, il che d'altra parte - si disse - sarebbe stato assurdo. Trov Mayevsky nel roseto in compagnia dell'ambasciatore, il signor Malik. Rupert osserv con attenzione quell'uomo garbato e sorridente, e pens: "Ma che furbacchioni sono a essere cos". Malik rise con allegria, gli mostr le rose, di cui si prendeva cura egli stesso, s'intrattenne a parlare di pesca delle trote, lo compliment per il coraggio e il senso pratico cos valorosamente dimostrati...
"Nel nostro paese qualunque cosa  a sua completa disposizione" concluse l'ambasciatore. "Si metta d'accordo col signor Mayevsky, e penser lui a tutto."
Malik lo lasci con Mayevsky, il quale cominci subito a narrargli una strana storiella sui pesci rossi dell'ambasciatore che venivano tenuti in una vasca marmorea all'interno d'una lussureggiante serra.
Facendo scintillare i denti d'oro, e inclinando lievemente la testa da un lato - come un ragazzino che confidi un segreto - Mayevsky disse a Rupert: "Sa, siniuor Rupert... a me e a uno degli altri segretari piace moltissimo andare a pesca di lucci, nel bacino Shepperton. Bene, si era di sabato pomeriggio e non avevamo esca viva. Niente esca, e naturalmente neanche un negozio aperto. Il mio amico allora venne a dare un'occhiata qui dentro, e disse: Ma che cosa ci stanno a fare questi pesciolini? Lo misi in guardia, avvertendolo che si trattava dei pesci favoriti dell'ambasciatore. Oh, che cosa importa? disse il mio amico: Vuol dire che noi li prendiamo in prestito, e luned mattina io per prima cosa vado in un negozio e ne compro degli altri e li metto di nuovo a posto e lui non si accorger di niente. E cos facemmo, infatti. Andiamo su al bacino, peschiamo i nostri lucci, e poi ce li facciamo cuocere subito l sul posto... sarebbe proibito, si sa, ma noi demmo un po' di vodka alla garde-champtre, eh?...". Mayevsky dette leggermente di gomito a Rupert, e rise. "Poi torniamo indietro. Ma il mio amico era convinto che avrei pensato io a sostituire i pesci, e io naturalmente credevo che ci avrebbe pensato lui. Quindi nessuno dei due lo fece. Bene... il marted l'ambasciatore passa davanti alla vasca e dice: "Ma dove sono andati a finire i miei pesci?". Grande discussione! Dov' il custode dell'ambasciata? Viene il custode, infine. Chi mai poteva essersi preso i pesci?
Un gatto? No... Impossibile, qui dentro. Allora dov'erano i pesci? Altra discussione, e alla fine il custode convince l'ambasciatore che doveva proprio essere stato un gatto. Solo che a questo punto il mio amico fece una sciocchezza. And a comprare degli altri pesci, che naturalmente mise nella vasca, e l'indomani, passando di qui, l'ambasciatore vede che i suoi pesci sono tornati a posto..." Di nuovo, Mayevsky si mise a ridere di cuore; Rupert non pot trattenersi dall'imitarlo. "Che eccitazione! Da che parte venivano i pesci? Chi aveva messo di nuovo i pesci nella vasca? Lo stesso gatto che se li era portati via? Emozione incredibile..."
"E non glielo avete poi detto?"
"Oh, no! Non sarebbe stato bene. Cos... ancora nessuno sa niente. Gran mistero all'ambasciata. Chi si  preso i pesci? E chi poi li ha messi un'altra volta nella vasca? E perch?"
Rupert era gi ben disposto, e di nuovo - osservando Mayevsky - pens: "Ma guarda che furbacchione sei! Perch mi racconti questa storia?".
"Dunque..." prosegu Mayevsky riprendendo fiato dopo tutto quel ridere: "Allora lei desidera visitare il nostro paese?".
"S" assent Rupert. "O meglio, se si pu... naturalmente."
"Ma certo che si pu!"
"S... ma intendevo dire: non sono proprio sicuro che quanto ho intenzione di chiedere sia possibile."
Rupert espose allora il suo complesso programma. Gli sarebbe piaciuto andare sulle coste del Mar Nero. ("Naturalmente!") Desiderava un posto dove la sua famiglia potesse godere d'un certo grado d'intimit... un villino, o qualcosa del genere. ("Naturalmente!") Qualcuno che si prendesse cura dei suoi ("Si capisce!") mentre lui percorreva la costa, e visitava diverse localit celebri per le antiche colonie greche. ("Ah, allora lei s'interessa di archeologia... Possiamo incaricare qualcuno dei nostri esperti di farle da guida!")
"No! Grazie, grazie mille. Ma niente esperti" disse Rupert. "Solo qualcuno che mi faccia da interprete. Sa... il mio russo non vale gran che."
Mayevsky disse che tutto quanto era possibile, e semplicissimo; ma naturalmente doveva fermarsi anche a Mosca, e sia per esservi accolto con i dovuti onori che per potergli consegnare la medaglia di eroe.
Tuttavia, Rupert fu abbastanza categorico in proposito. "Desidererei che non si desse molta importanza alla cosa, se non le dispiace. Quindi niente di molto appariscente, in nessun posto."
"Ma non le farebbe piacere visitare qualcuna delle nostre stazioni meteorologiche del nord, o uno dei nuovi laboratori di ricerca o delle industrie? E la siniuora Royce... non gradir visitare qualche scuola?"
"No, grazie" si scherm Rupert. "S, sono d'accordo, uno o due giorni a Mosca, ma poi un intero mese sul Mar Nero. In particolare, io avrei piacere di visitare un'isola posta di fronte alle bocche del Danubio... l'Isola dei Serpenti."
"Ah, ma  rumena quell'isola" obiett Mayevsky. "Non  possibile che sia nostra."
"E invece appartiene proprio alla Russia, l'assicuro."
"Allora si capisce che potr visitarla, siniuor Rupert. Penseremo noi a predisporre ogni cosa."
Rupert continu le ricerche su Achille e sulla sua isola, e non ebbe altre notizie da Mayevsky o dall'ambasciata, il che, quantunque strano, costituiva un silenzio non del tutto insolito. Rupert aveva un amico - Paul Poole - il quale l'anno prima era stato a Mosca, come turista.
Paul era un valente glottologo; e aveva voluto aggiungere anche il russo alle quattro altre lingue che gi conosceva, e di tre delle quali era insegnante in un corso d'ufficiali del servizio informazioni della marina: o per meglio dire, Paul insegnava agli ufficiali del servizio informazioni della marina qual era il procedimento per condurre un interrogatorio secondo il moderno metodo psicologico... in greco, in ceco e in polacco. Ogni lingua - diceva Paul - aveva una sua particolare psicologia; e ora studiava la socio-psicologia russa che intendeva aggiungere ai suoi corsi, sicch appunto per questo motivo l'anno prima era stato in Russia.
"Per, guarda... sar meglio che tu scenda al Metropole o al National, a Mosca. Non lasciare che ti sistemino in uno di quei nuovi alberghi cos moderni" Paul consigli a Rupert. "L'atmosfera sovietica potrai sempre trovarla in qualche altro posto. Ma questi vecchi alberghi sono cos pieni della vera Russia che quasi la potresti raschiare via dalle pareti."
Paul - uomo istintivamente avventuroso, espansivo - gli narr emozionanti particolari delle sue varie scappate e avventure a Mosca. Un giorno era stato a vedere l'universit, e vi era entrato, tranquillissimo, mettendosi a chiacchierare liberamente con decine di studenti, finch uno di questi non gli chiese chi fosse. Gli studenti avevano creduto che fosse uno dei molti allievi stranieri aggregati all'universit. Un'altra volta era entrato anche in un circolo di canottieri sulla Moscova, simulando di essere un professore comunista inglese che seguiva un corso su Herzen nella Biblioteca Lenin. Era poi stato a visitare perfino un grande panificio di Mosca, aggregandosi a una delegazione di pasticceri comunisti belgi; e lo avevano poi scoperto solamente perch al t offerto dai pasticceri era stato invitato a pronunciare un discorso, e aveva fatto lo sbaglio di affrontare un argomento che non conosceva... la fabbricazione del pane. Per a scoprirlo non erano stati i russi, bens i belgi.
"Certo che sono state esperienze interessantissime" comment Paul, e si sofferm a riandare con un misto di nostalgia e compiacimento una quantit di analoghe avventure. "Si capisce, occorre sempre star pronti e con gli orecchi dritti. Da quella faccenda dei pasticceri me la sono cavata fingendo di essere un delegato francese partecipante a un'altra conferenza, e dissi che avevo scambiato delegazione perch ero arrivato in ritardo."
"E ti hanno creduto?"
"Ma sicuro" disse Paul, allegro e felice. "Per forza dovevano credermi. Nessuno vuole avere fastidi. Ricordatelo, di questo devi servirtene quanto pi puoi. Offri sempre agli altri una scappatoia e vedrai che ne approfitteranno pur sapendo che si tratta d'una menzogna."
Rupert non aveva certamente lo spirito avventuroso di Paul Poole, e tuttavia il quadro che si era fatto della Russia fu vivificato e per cos dire illuminato dalle meravigliose storie di Paul. Alla fine, Rupert si decise anche a telefonare a Mayevsky, e gli disse che, se possibile, avrebbe preferito alloggiare al Metropole Hotel oppure al National.
"Naturalmente" disse Mayevsky.
Jo comunque non era eccessivamente convinta, e adesso, specie dopo aver ascoltato le imprese di Paul Poole, sembrava che avesse una gran voglia di cambiare idea. Per la verit, nel frattempo, aveva gi cambiato idea parecchie volte, e si capiva facilmente che la prospettiva del viaggio non la entusiasmava. Ma Rupert si era fatto un alleato in Rolland, il quale adesso non vedeva l'ora di partire perch aveva gi parlato del viaggio ai suoi compagni di scuola. Per lui quindi sarebbe stata un'amara delusione se ora si fosse cambiata idea.
"E cos... andrai anche sul Mar Nero?" domand Paul, a mo' di conclusione.
Rupert annu. "Mi piacerebbe visitare i ruderi delle antiche colonie greche lungo la costa."
"Oh, da quelle parti c' anche una quantit di altre cose che faresti bene a vedere" disse con fare misterioso Paul. "Forse sarebbe una bella cosa se prima di partire vedessi qualcuno."
Rupert sapeva che cosa poteva intendere con quelle parole un agente del servizio informazioni, e fece finta di non essersene accorto.
Fu comunque molto grato di tutti gli altri consigli avuti da Paul, a proposito di cibi e vestiti e denaro. Come gran parte degli altri amici di Rupert, Paul era tutt'altro che convinto della fondatezza di quanto si diceva sulle difficolt con i servizi di sicurezza avute da Rupert, sebbene sapessero tutti che appunto per quelle ragioni lui si era dimesso in quattro e quattr'otto dal suo incarico al dipartimento. Pensavano che avesse fatto benissimo. In fondo, quello era un incerto che pi o meno pendeva sempre sulla testa di chiunque... e molto probabilmente anche su quella dello stesso primo ministro. Comunque fosse, era davvero sorprendente che Rupert, non si sa come, avesse voluto starsene per tanto tempo al Meteorological Office, anche senza quanto era ultimamente accaduto. Phillips-Jones certo aveva cercato di fargli fare la parte dello stupido.
Ma sicuro, Rupert aveva fatto benissimo a piantare in asso baracca e burattini.
"Qualche volta piacerebbe anche a me piantare in asso baracca e burattini". Disse Paul. 
"Ma non potrei certo permettermi di fare quello che fai tu, Rupert. Purtroppo non ho il tuo conto in banca".
...
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...
Capitolo 23.
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Paul Poole venne di nuovo a trovarlo alla vigilia della partenza per Mosca, e si sedette in giardino e pieno d'entusiasmo disse a Rupert: "Mi  venuta un'idea fantastica. Senti!... Visto che finalmente ti sei deciso a piantare in asso il Meteorological Office, che cosa ne diresti di lavorare con noi? Per noi sei l'ideale sotto tutti gli aspetti, assolutamente. No, non ridere! Parlo sul serio. Tanto per cominciare, si crede che tu sia ancora oggetto dell'interdizione per motivi di sicurezza". Mentre lo diceva, Paul ne sembr addirittura estasiato. " fenomenale!" esclam, e prese ad arruffare il pelo di Fidge - il cane - che in poco tempo gli era diventato amicissimo. "Capisci, questo serve a sviare chiunque. Non avresti potuto prepararla meglio. E con il tuo interesse per l'archeologia... credimi pure, sei perfetto."
"Perfetto per che cosa?" volle sapere Rupert, che preferiva fare la parte del tonto con Paul, il quale si comportava sempre come se i suoi interlocutori conoscessero per filo e per segno tutte le sottili astuzie del mondo astuto e sottile in cui viveva.
"Potresti veramente fare parecchia strada" continu Paul, gi sognando con entusiasmo la futura carriera di Rupert. "Sei fornito d'un meraviglioso substrato d'indipendenza, e per di pi sembra sempre che tu sia vagamente superiore a tutto quello che ti succede intorno. Hai denaro, e godi d'una formidabile reputazione."
Rupert sapeva perfettamente qual era la carriera che intendeva proporgli Paul, e perci non fu sorpreso quanto avrebbe potuto esserlo se a parlargliene fosse stata qualsiasi altra persona che non l'amico.
"Non credo che me la caverei molto bene" si scherm.
"Oh, mai pi!... Sinceramente. Mi  venuto in mente ieri sera proprio mentre salivo sull'autobus per andare a casa, e quasi quasi mi sarei preso a calci per non averci pensato prima. Che cosa ne dici, Rupert? Hmmm?"
Rupert si mise a ridere. Paul gli era simpatico, era impossibile non trovarlo simpatico. "Ma... non mi sembra di essere il tipo pi adatto a fare l'agente del servizio informazioni, dovresti saperlo anche tu."
"Su, adesso non dire sciocchezze" protest Paul, con la frase di cui abitualmente si serviva quando si trattava di vincere la resistenza di qualcuno. "Prima cosa, qui non  la solita roba dell'MI 5. Noi siamo della marina. Oh, al diavolo l'MI 6. Quelli puoi paragonarli a una specie di gendarmeria. No. No. Parlo assolutamente sul serio. Prima di tutto sei un vecchio della marina, e poi ho gi parlato di te anche con Julie Johnson... assolutamente entusiasta anche lui. Potresti venire su da noi anche subito."
" Julie Johnson il tuo capo dipartimento?" chiese Rupert. Conosceva Julie fin dagli ultimi giorni delle missioni di deposizione mine con le motosiluranti, dalla volta che Julie, a bordo d'un finto peschereccio da postazione francese, si era portato dietro una decina di uomini fin dentro il porto di Dieppe. Lo avevano fatto prigioniero, ma era scappato, e in seguito aveva di nuovo compiuto un'impresa del genere a Cherbourg, e ci aveva lasciato un occhio... sul quale ora portava una pittoresca pezzuola nera.
"S, ma in ogni modo a volerti vedere non  Julie."
"No? E chi  allora?"
A Paul piaceva moltissimo fare il misterioso: un po' come un prestigiatore che estrae conigli dal cilindro... e dopo aver lanciato un'occhiata d'intesa a Rupert, si decise a dirgli: "Sai, quel tuo vecchio amico... l'ammiraglio J. B. Lille".
"Ma no... vuoi dire che. il capo  lui?"
"Sapevo che ti saresti stupito. Per... mi raccomando, si tratta d'informazione molto riservata."
"Oh, me lo immagino bene!" disse Rupert. J. B. Lille era stato intimo amico di suo padre, e ancora di pi lo era stato di sua madre; Rupert praticamente poteva dire di averlo sempre conosciuto. Era uomo estremamente timido; con occhi celesti e freddi come il ghiaccio sui quali le palpebre sbattevano pressoch di continuo (quasi un tic nervoso) per l'incomprensibile disagio che lo pervadeva. A intervalli regolari, J. B. Lille aveva brevemente attraversato l'esistenza di Rupert... quando era un ragazzo, e poi un giovanotto, ad Atene, e in seguito in Francia e in Inghilterra e infine in marina. J. B. Lille apparteneva allo stato maggiore della marina fin dal 1926, e per quasi tutta la vita era stato un eccellente amico di Rupert, senza che tuttavia nessuno dei due cercasse deliberatamente l'altro, o gli chiedesse mai che cosa facesse.
"Allora?" chiese Paul. "Pensi di venire?"
Rupert sapeva che ormai non avrebbe pi potuto esimersene, e oltretutto era piuttosto incuriosito.
Quando Paul aggiunse che aveva fuori una macchina della marina con autista che li avrebbe accompagnati e poi poteva di nuovo condurlo a casa, Rupert si decise... disse che s, andava.
"Ottimo!" esclam Paul, alzandosi. Stava scarruffando gli orecchi del fedelissimo Fidge, che apparentemente sembrava fare una passione per il nuovo amico. "Magnifico questo cocker, Rupert. Peccato che quasi sempre soffrano agli orecchi. Quanti anni ha?"
"Quattro."
"Bello, proprio bello" disse ancora Paul. "Sano e vispo, eh?"
"Vitamine ogni mattina" spieg Rupert, ed entr in casa per avvertire Jo che andava all'ammiragliato con Paul Poole ma che sperava di tornare fra un paio d'ore.
Non andarono comunque fino al Comando Marina, ma si fermarono in prossimit d'una palazzina bianca lungo il lato delle caserme di St. James Park. Entrarono dal cancello del parco percorrendo a piedi l'ultimo centinaio di metri, e suonarono alla porta della palazzina: un'incantevole costruzione georgiana con grandi finestre a vetrate sporgenti. Furono fatti entrare da un domestico, e lungo un ampio e perfetto scalone salirono al primo piano. Vi si apriva una camera in cui si trovava Julie Johnson, con l'abituale pezzuola nera sull'occhio; e nella stanza attigua - in realt una splendida biblioteca, con una grande finestra a vetri sporgenti che dava sul parco - era l'ammiraglio J. B. Lille. L'ammiraglio era un uomo piccolo e con capelli ormai argentei, e per un attimo s'incurv lievemente in avanti con il caratteristico atteggiamento delle persone timide. Poi disse, con un amabile sorriso:
"Oh, guarda... salve, Rupert."
"Salve, ammiraglio" fece Rupert.
Erano felicissimi d'incontrarsi, e si scambiarono una calorosa stretta di mano. Indicando Julie Johnson, l'ammiraglio disse: "Te lo ricordi, Johnson, vero?".
Un incontro cordialissimo, di vecchi amici che si ritrovavano.
Al di l della porta principale della biblioteca, Rupert pot intravedere una dozzina di giovani donne e ragazze che lavoravano in un grande ufficio sedute davanti a grigie scrivanie metalliche coperte da voluminose pile di libri e pubblicazioni. Avevano pi l'aria di studentesse che non d'impiegate addette a una sezione speciale del servizio informazioni della marina. Anche la scrivania dell'ammiraglio era letteralmente sepolta sotto pile di libri e carte geografiche e pratiche e quaderni d'appunti. Giornali e periodici e riviste in lingue straniere nascondevano un'intera parete della camera.
J. B. Lille - come ricord Rupert, vedendolo - era un profondo conoscitore di molte lingue, e anche di numerose culture.
Cominciarono a chiacchierare, parlando di tutto il tempo trascorso dall'ultima volta che si erano visti: quasi sette anni nel caso dell'ammiraglio J. B. Lille, e addirittura otto dall'ultimo incontro con Julie Johnson. Nel 1950, Johnson aveva preso a interessarsi attivamente di caccia alla volpe, e in quell'occasione era stato a trovare Rupert Royce, con la speranza d'interessarlo a entrare come azionista o socio in una piccola scuderia di poney, da usarsi appunto per la caccia e forse per un po' di polo... offerta per altro educatamente declinata da Rupert.
"E quei poney... li avevi poi presi?" s'inform Rupert, adesso.
"S, s, li avevo presi" disse Julie, inclinando leggermente la testa da un lato in una caratteristica positura derivante dalla sua visione monoculare. "Solo che quasi mi mandavano in rovina. Ne avevo quattro; ma presto mi sono accorto che il mio stipendio quasi non bastava a mantenere quegli accidenti di bestie, e cos li ho dati via tutti per una minima parte di quanto li avevo pagati."
Julie naturalmente non aveva eccessive disponibilit; e forse dopo quella volta era sempre stato un po' riservato con Rupert, giacch in certo senso aveva l'impressione che l'amico dotato di mezzi non l'avesse opportunamente appoggiato quando era necessario.
"Dovresti andare a dire alla ragazza di mandarci su del t, o qualcos'altro" gli disse J. B. Lille. "E tu, Paul, adesso che mi hai portato qui sano e salvo Rupert, vedi un po' di portare da basso i documenti che avevi selezionato stamattina e ficcali tutti nel bruciatore. Poi vi dar io una voce quando avremo finito."
Erano congedati, per il momento; J. B. Lille e Rupert si trovarono quindi soli.
"Ebbene... come sta tua madre?" si sent chiedere Rupert.
"Benissimo, credo. Sar un paio di mesi che non la vedo."
"Mi sa che dev'essersi presa un bello spavento quando ti avevano dato come disperso in mezzo ai ghiacci."
"Oh, in genere non si spaventa tanto facilmente. Per era venuta qui a stare con Jo."
"Lo so. Avrei avuto piacere di salutarla" disse l'ammiraglio. "Ma in quel periodo ero a Montevideo, o gi da quelle parti. Quando lessi la notizia, comunque, fui subito sicuro che avresti finito col cavartela, sebbene non potessi esattamente intuire di che cosa si trattava. Be', anche adesso non lo so ancora..."
"Ormai  cosa fatta e finita" osserv Rupert, e chiese notizie della timida figlia di J. B. Lille.
La timidezza sembrava davvero il contrassegno dei Lille, e soffuso di lieve rossore l'ammiraglio disse: "Oh, sai che si  sposata... Suo marito  un giovanotto che faceva pratica nell'ufficio d'un penalista, ma ora vorrebbe diventare agente di cambio. Hanno due bambini".
Rupert ricord infatti che sua madre gli aveva parlato della piccola Jocelyn Lille, e dei suoi due timidissimi bambini. Che strana, singolare famiglia di esseri umani meravigliosamente schivi e modesti, pens Rupert, sorridendo fra s. Gli erano veramente molto cari, tutti.
"Su, mettiti a sedere" disse l'ammiraglio. "Almeno io posso camminare avanti e indietro. Se mi siedo, finisce che dimentico perch mi ero messo a sedere. A star sempre seduti nello stesso posto non si pu mantenere una prospettiva chiara, lineare. Certe volte devo girovagare per il parco se voglio dare al mio cervello una possibilit di concentrarsi."
"Qui comunque mi sembra un posto molto importante" comment Rupert, guardandosi attorno.
"Be'" disse l'ammiraglio, con modestia. "Pu darsi che siamo importanti, o pu anche darsi che non lo siamo affatto.  possibilissimo che non lo sapremo mai."
Rupert rise. Conosceva i diversi sottintesi di cui amava servirsi l'ammiraglio.
"No, parlando sul serio..." riprese l'ammiraglio in tono sommesso: "Questa  un'impresa discretamente innovatrice. Qualcosa di completamente diverso, e pu anche darsi che non ci sia mai data una possibilit di calcolarne l'effettiva portata".
"Perch? In che cosa consiste la differenza?"
"Adesso arriviamo anche a quello, Rupert." L'ammiraglio and a sedersi sull'alto ripiano coperto di chintz che correva internamente alla sporgenza della finestra, in cui scintillava splendidamente il vivido riflesso del sole sul parco in ciascuno dei piccoli riquadri di vetro georgiani. "Per il momento, parliamo un pochettino di te. Sai... mi sono veramente sorpreso, ieri, con Paul Poole e Johnson, quando sono piombati qui dentro per dirmi della loro idea su di te. Non mi so davvero spiegare come mai non ci avessi pensato anch'io."
"Lei  molto gentile" disse Rupert..
"Non essere cos evasivo, Rupert" fece l'ammiraglio, che lo conosceva cos bene da cogliere immediatamente ogni sfumatura nel suo tono di voce. T. B. Lille praticamente sapeva ogni cosa di Rupert, e senza dubbio tutte o quasi tutte le cose pi importanti su di lui... e tanto il meglio come il peggio. "Io intendo effettivamente" prosegu l'ammiraglio. "Sei proprio l'uomo ideale per noi, e lo sei a tal punto che mi sorprendo enormemente all'idea di non averci pensato prima. Mah... forse immaginavo che tu ti fossi trovato la tua nicchia, e quindi basta."
"S, la nicchia l'avevo trovata" assent Rupert. "Solo che poi mi  franata sulla testa."
"Gi, mi sembra di aver appunto sentito qualche cosa del genere" gli sorrise l'ammiraglio.
"Comunque..." disse Rupert, un po' impaziente ormai: "Per che cosa mi vorrebbe lei, ammiraglio? Cio... per che cosa in particolare?".
"S, suppongo che oggi tu sia piuttosto preso col tempo. Partite domani per l'Unione Sovietica, vero?"
"S, con uno dei loro piroscafi del Baltico."
"Magnifico!" esclam l'ammiraglio. "T'interesser molto tutto quello che vedrai. E dovresti proprio cercare di vedere quanto pi potrai."
"Se devo dire la verit, il solo motivo per cui vado  di visitare le antichit greche lungo la costa del Mar Nero."
"Lo so. Ma questo sar solo un espediente, spero. Dovresti fare il possibile per vedere anche tutto il resto.  un paese davvero straordinario... sapessi!"
"Ma non credo che avr molto tempo per il resto" gli spieg Rupert. "La Russia  un paese troppo grande e impegnativo perch la si possa prendere alla leggera..."
L'ammiraglio salt gi dal sedile sotto la finestra. "No, non chiamarla Russia" disse a Rupert, quasi interrompendolo. "Chiamala col nome che loro stessi le danno... Unione Sovietica, oppure U.R.S.S.  molto importante, Rupert."
Rupert attese, giacch aveva capito che l'ammiraglio stava finalmente per giungere al punto essenziale, quantunque, per il momento, ancora non avesse avuto modo di comprendere che cosa esso fosse. L'ufficio, evidentemente, era una sezione del servizio informazioni della marina. Eppure aveva un'impronta del tutto diversa, e l'ammiraglio stesso in certo modo gli conferiva un po' della propria modestia e insieme della propria complessit.
"Tu per ora non sai ancora niente di noi, vero?"
"Assolutamente nulla."
"Benissimo. Te lo spiegher io, allora... in breve." L'ammiraglio di nuovo and a sedersi sul sedile sotto la
finestra, lasciando penzolare le corte gambe. "Prima di tutto noi facciamo naturalmente parte del servizio informazioni della marina. Questo forse lo sapevi gi, comunque. Quello che invece non sapevi  che noi costituiamo un genere abbastanza nuovo di servizio informazioni. In pratica, ormai sono gi cinque anni circa che svolgiamo questo lavoro; e nondimeno  soltanto da poco che abbiamo individuato qual  il metodo migliore per ottenere quanto intendiamo conseguire."
Rupert fece un vago cenno d'assenso quando l'ammiraglio lo guard per vedere se lo seguiva.
"Oh, anche noi facciamo le solite cose: spionaggio in varie zone, e cerchiamo di stabilire le consuete informazioni... questo  abbastanza facile. E in pratica occorre farlo proprio perch ci serve a tenere i nostri ferri al fuoco... Come dire: serve a tenere in esercizio la mano sinistra, mentre la destra esplora in profondit. Ecco esattamente qual  la nostra funzione. Noi esploriamo un po' pi a fondo di quanto non si sia soliti fare. T'interessa?"
"Mi sembra molto interessante, o almeno... da come lei me lo espone" assent Rupert. "Per non vedo proprio in che modo potrei esservi utile. Gi si suppone che io abbia delle idee alquanto insolite, come certamente sa."
"Ed  proprio questo che fa di te un tipo cos perfetto. Tu, in pratica, sei proprio il genere d'uomo di cui noi abbiamo un enorme bisogno. Perch?... Semplicissimo! Essendo vissuto a lungo in altri paesi, tu hai gi un'esperienza sufficiente a individuare e comprendere il modo di pensare di altri popoli, le loro diversissime psicologie, se cos vuoi chiamarle. Vedi dove sto arrivando?"
"Psicologia nazionale" disse Rupert. "O almeno, qualche cosa del genere."
"Qualche cosa del genere" conferm l'ammiraglio. "Ma permetti che te lo inquadri un po' pi personalmente. Essendo addetti al servizio informazioni, a noi occorre indubbiamente quello che occorre anche agli altri. A noi, nondimeno, occorre anche qualche cosa di diverso, qualche cosa di pi... e adesso ti spiegher esattamente di che cosa si tratta. Tu, a esempio, stai per andare nell'Unione Sovietica. Ottimamente. Quando sarai arrivato, pu darsi che qualcuno collegato con la nostra organizzazione ti chieda di osservare questo o quest'altro particolare obiettivo: immagino che attualmente siano stazioni radio, o impianti radar... non saprei dirtelo con certezza. Non posso naturalmente impedire che ti chiedano questo, n, d'altra parte, desidererei farlo, eppure questo non  veramente tutto. Per sommi capi, quanto io invece desidero farti fare, Rupert, presuppone che tu vada in quel paese assumendo una seria e profonda mentalit diplomatica..."
Rupert si alz, avvicinandosi alla finestra dove sost a osservare un giardiniere che nel parco stava spiccando la sommit d'una fila di piccoli tulipani con un paio di scintillanti cesoie. Clip! Clip! E ad ogni colpo, ecco che cadeva l'estremit d'un fiore.
"... Tu domani partirai per l'Unione Sovietica" diceva l'ammiraglio, intanto. "Ebbene, dovrai cominciare immediatamente a osservare quel paese, e come se fossi proprio tu l'individuo da cui dipender un'operazione capace di decidere quanto in quel paese noi potremmo fare. Perci dovrai pensare su due piani nettamente diversi... In primo luogo, dovrai pensare a quel che possono fare loro a noi; e secondariamente a quello che possiamo fare noi a loro."
"Ma in questo caso non lo sapete gi?" volle sapere Rupert.
"S, e tuttavia lo sappiamo solo in senso militare estremamente limitato. Noi cerchiamo molto di pi di quello che cercano i militari, se afferri quello che intendo."
"No, non proprio esattamente."
"Se tu hai la possibilit di spostarti nell'Unione Sovietica" spieg l'ammiraglio "o per quel che conta, in un altro paese qualsiasi, con una mente che sia capace di valutare, e valutare in modo continuo, che cosa significhi quel dato paese in termini strategici e psicologici, e quale sia il significato che pu avere per te nella comprensione di quel dato paese ogni tua esperienza e ogni persona che incontri, in tal caso sarai veramente sorpreso di quello che comincerai a scoprire. Mi segui?"
"Pi o meno."
"Per dovrai essere dotato di quella particolare forma mentale, Rupert! Essere cio intenzionato a osservare qualsiasi aspetto della loro vita, sempre avendo in mente questo completo e specifico quadro: localit, gente, fatti... e perfino i bambini. In definitiva, dovrai dirti: Se mai ci trovassimo in guerra con questo paese, quali sono esattamente le cose che dovremmo conoscerne? O anche: Se dovessimo avere come alleato questo paese, quali sono esattamente le cose che dovremmo conoscerne?"
"Ma nel caso specifico quale delle due possibilit interessa?" chiese Rupert, in tono spensierato.
"Non scherzare" disse l'ammiraglio. "In effetti, il comunismo  tutt'altro che piacevole; e lo sai anche tu. Nonostante questo, siffatta cognizione non dovrebbe porre alcun limite alle tue osservazioni. Dovresti sempre vedere ogni cosa con gli occhi d'un soldato, d'un diplomatico, d'un attivista, d'un sabotatore, d'un agente segreto... e infine con gli occhi di chi debba progettare qualsiasi operazione che pu darsi ci troviamo costretti a intraprendere contro quel paese. Mi segui?"
"S, credo di s."
"Cos facendo, in quel paese comincerai a vedere ogni cosa in una nuova luce... in maniera completamente nuova. E dopo qualche tempo, questo diventa un esercizio incantevole. In definitiva, ogni cosa che tu fai e vedi entra a far parte di questo servizio d'informazioni effettivo a un punto tale da farti praticamente comprendere che il tuo interesse verso il paese stesso ne viene stimolato, e di conseguenza si esaltano le tue conoscenze; e com' ovvio aumenta enormemente anche la tua utilit per noi. Ne segue che quando tu poi stenderai le tue note conclusive, noi non ci troveremo meramente di fronte al lavoro d'un semplice, comune osservatore militare, bens a un'analisi che comprende assolutamente tutto: la psicologia della popolazione verso il governo, l'atteggiamento degli studenti nei confronti della scuola, l'aspetto di determinati pali telefonici attraverso un certo tratto di territorio, il modo peculiare in cui portano la camicia... e persino la maniera di viziare i bambini. In breve: ogni cosa, dal momento che ogni cosa pu essere utile. Potremmo quasi definirlo un servizio intensivo d'informazioni. Pi o meno, questo  il modo in cui lo avrebbero svolto gli uomini del Rinascimento, posto che avessero conosciuto la necessit d'un servizio d'informazioni organizzato fino a questo punto di specializzazione, si capisce. Mi segui?"
"Perfettamente. Sembrerebbe meraviglioso" disse Rupert.
L'ammiraglio sorrise, il viso illuminato dal sole. "Anch'io ero convinto che lo avresti apprezzato nel suo giusto valore. Per il momento noi non siamo un'organizzazione molto estesa, e tuttavia gi cominciamo a far sentire il nostro particolare peso. Potr forse sembrarti strano che ci faccia capo al servizio informazioni della marina. Pure, perch no? Pu darsi che questo serva a sviare chiunque dalla pista pi ovvia. E comunque sia, ora puoi capire come mai una persona del tuo genere per noi sia cos potenzialmente preziosa. Noi siamo degli eterodossi, e tu pure. Tu ci porti, e bell'e pronta, qualsiasi cosa noi avremmo potuto desiderare da te. Sei un uomo indipendente, e godi fama di ricchezza... sebbene io sappia che gi da tempo hai girato l'intero tuo patrimonio a tua madre. Noi comunque ti pagheremo pi di quello che possa occorrerti. Inoltre disponi di un particolare genere di esperienza tecnica, e t'interessi anche ai pi ampi aspetti della vita. L'archeologia... veramente un ottimo particolare, sai? Anche le tue difficolt con i servizi di sicurezza sono utilissime, in quanto nessuno certo si sogner di pensare che tu ora sia proprio impegnato a fini di sicurezza. Tutti elementi che si combinano splendidamente."
"Sicch lei mi offre un incarico?" domand Rupert.
"Naturalmente."
"A causa di queste mie insolite doti?"
Per qualche sconosciuto motivo l'ammiraglio arross, di nuovo assumendo fugacemente un'aria di timidezza. "Proprio cos, Rupert. Ma guarda che parlo seriamente... io ti conosco molto bene, e so che questo concetto non pu mancare di attrarti. Oh, esso non si applica esclusivamente all'Unione Sovietica. Esistono illimitate possibilit per te, quasi ovunque. L'attivit che ti ho descritta funziona in modo esattamente uguale anche fra i nostri stessi amici e alleati. Puoi visitare un paese alleato esattamente con l'identica impostazione mentale, e noi ne trarremmo altrettanto profitto. Possiamo scoprire come la pensano i nostri amici, e come dobbiamo comportarci con loro per ottenerne il massimo possibile. Capisci qual  la vera portata del concetto?"
"S, suppongo... in certo senso mi fa tornare in mente quello che a suo tempo faceva il dipartimento per la guerra psicologica."
"No, no... mai pi! Non dire una cosa simile, per favore. Niente, assolutamente niente a che fare con quello. Nel nostro caso si tratta d'informazioni spinte in profondit. Se poi ci interessiamo anche di psicologia nazionale, questo in definitiva non costituisce che uno dei molti aspetti del processo. Oh, non che ci proponiamo di essere machiavellici. Quel che ci proponiamo  solo di penetrare pi profondamente nella coscienza nazionale, e in pari tempo d'individuare sia le debolezze che le speciali sensibilit nazionali. Nondimeno, noi abbiamo pur sempre bisogno anche delle consuete informazioni oggettive... dove conducono le strade o qual  la grandezza dei porti, e dove sono dislocate le stazioni di avvistamento radar. Non  che noi isoliamo questo genere d'informazioni; no... noi le colleghiamo con tutto il resto. Le informazioni oggettive sui porti a noi occorrono in modo altrettanto importante, e per di pi corredate da una particolare comprensione in termini umani... quale appunto pu occorrerci per la comprensione dell'atteggiamento d'un bambino verso i suoi maestri o i genitori."
Rupert ora capiva i libri, le riviste, i periodici, le assistenti alle ricerche intente al lavoro nel locale attiguo, e capiva soprattutto il particolare genere di erudizione di cui disponeva l'ammiraglio J. B. Lille... un'erudizione in parecchie lingue, in parecchie culture. Tutto formava un molteplice grado di comprensione di ci che ora costituiva il suo nuovo dipartimento per i servizi d'informazione. E in fondo, anche lo stesso suo nome - la costante aggiunta delle due lettere J. B. - doveva intendersi pi come vecchia posa dello studioso che non dell'ufficiale di marina.
"Vedi, Rupert..." continu l'ammiraglio, con uno schietto e improvviso sorriso: "Cos facendo, diventi molto di pi che la spia tradizionale. Oh, io so gi che cosa pensi. Ma tu puoi andare molto pi in l d'una idea cos semplicistica".
Rupert annu. Poteva capire il concetto, e inoltre poteva intuire l'interesse che comportava e la sua utilit e i suoi fini. Arrivava perfino a vedere se stesso in quel quadro. E tuttavia, ancora non poteva sentirsi cos affrettatamente sicuro di essere l'individuo ideale per loro.
L'ammiraglio conosceva il suo uomo, comunque. "S, d'accordo" disse a Rupert. "Non pretendo certo che tu prenda delle decisioni affrettate. Una cosa comunque posso farla, se credi: e cio prenderti temporaneamente in forza nella nostra organizzazione... finch tu stesso non avrai visto come vanno praticamente le cose."
"No, questo non occorre" protest Rupert. "Posso pensarci ugualmente anche senza essere preso in forza."
"All'atto pratico, io cercavo soprattutto un mezzo per offrirti uno stipendio. Attualmente sei senza lavoro, no?"
"S, ma me la cavo ugualmente" si affrett a dire Rupert.
"Come preferisci. Questo non ha nessuna importanza, comunque. Lo so, a interessarti non pu essere certamente l'aspetto finanziario. E io non desidero nemmeno che tu t'interessi a questo incarico solo in quanto incarico. Vedi... a me piacerebbe che tu ti sentissi spinto dall'attrazione stessa derivante da questa speciale attivit. Solamente coloro che avvertono un'acuta curiosit, e che comprendono appieno la profonda importanza del concetto potranno esserci effettivamente utili. Ecco quello che vorrei da te. E se tu veramente sei quello che io penso, in tal caso credo proprio di poter far assegnamento sul tuo interesse. Che cosa ne dici?"
"Ammiraglio... in primo luogo, lei certamente non ignora che io ho idee alquanto peculiari in tema di lavoro."
"Lo so, e dal mio punto di vista non importano minimamente" rispose l'ammiraglio.
"Ho sempre pensato che un lavoro dovesse innanzi tutto essere tale per cui valesse la pena di compierlo. Secondo me, l'individuo ha il dovere di funzionare in modo utile."
"Naturalmente. E questo non ti sembra utile? Svolgendo questo genere di lavoro, di certo dovresti far continuamente ricorso a tutte le migliori capacit di cui disponi, a tutte le tue risorse. E non solo una volta tanto, ma sempre. Sempre!" sottoline l'ammiraglio.
"Probabilmente" disse Rupert, ma in tono ancora dubbioso. "Pure, quale si deve intendere il suo vero fine?" L'ammiraglio annu con un movimento del capo timido, affrettato. Capiva qual era l'effettiva domanda, e prese a camminare assorto fra le pareti coperte di libri.
"Vedi, Rupert..." disse, infine: "Potrei anche pensare in modo semplicistico, e ammettere che il fine di questo speciale genere di attivit informativa  la preparazione d'un paese a cancellarne un altro dalla faccia della terra. Nella nostra epoca, lo sa chiunque che una guerra significherebbe questo. Bene, ammettiamolo pure.  quello che tu stai pensando, probabilmente. E tuttavia, io ti domando: un quadro di questo genere dove comincia e dove finisce? Prendiamo uno qualsiasi dei tanti uomini che nel nostro paese lavorano in una fabbrica o frequentano un'universit o insegnano fisica a intelligenti giovani... si pu considerare che costoro non entrino a far parte di quell'unico processo? Diciamolo pure, e apertamente: oggigiorno il mondo  impegnato in una lotta senza quartiere fra societ e sistemi. Ogni nostro atto  collegato a questa contesa, indipendentemente da quello che l'atto di per se stesso pu essere. Si tratta di noi contro di loro, il nostro sistema contro il loro sistema... e di conseguenza diviene sempre pi difficile separare il carattere generale d'una societ dalla natura stessa della contesa e perfino dall'individuo. Pertanto il nostro lavoro non  altro che una estensione di quanto  inevitabile... del processo stesso della societ. Ti sembra di poter essere d'accordo con questa interpretazione?".
Rupert esit, e infine annu con lento moto del capo. "S, immagino. La guerra fredda  realt pi che tangibile, questo lo so."
"E del resto, considera il tuo stesso lavoro... Quasi tutto il tuo lavoro meteorologico aveva importanza militare, e specie l'ultima serie di rilevamenti all'Artide. Gli studi sull'alta atmosfera e sulle latitudini elevate hanno un'estrema importanza per quanto concerne i problemi connessi con la caduta di particelle radioattive."
"S, verissimo."
"E tu te ne preoccupavi? Hai mai pensato che fosse un'attivit negativa?"
"No, affatto. Pu darsi entri a far parte del processo stesso della societ. Su questo sono d'accordo. Non sono certo uno stupido, n un pacifista; e non sono neanche un imbecille dal punto di vista politico. Capisco fino a che punto sia acuta la contesa."
"Allora puoi anche capire quali sono le mie idee, se affermo che noi qui non siamo altro se non un'estensione della nostra societ e di quanto essa cerca di fare... il che praticamente vale a dire sopravvivere."
"Non pretendo certo di muovere obiezioni al valore sociale dell'attivit del servizio informazioni" disse Rupert. " necessario. Questo per non significa che io desideri entrare a farne parte."
"Perch no?"
"Non ne sono ben certo. A nessuno piace essere una spia. In guerra  pi semplice, ma in tempo di pace pu essere molto sgradevole."
"Gi... solo che noi non siamo in tempo di pace. Possibile che tu non lo capisca? Per di pi, questo lavoro ti offrirebbe tutto quello che cerchi. Se verrai con noi potrai esercitare un'attivit del tutto indipendente. So che posso contare sulle tue capacit di discernimento, e tu effettivamente potrai servirti di tutte le tue pi genuine risorse. Potrai persino ampliare le tue naturali capacit. Per la prima volta, in pratica, avresti la possibilit di essere un individuo veramente e funzionalmente utile."
Rupert rise. "Adesso lei me lo fa apparire troppo attraente. Meglio lasciarlo entro i suoi limiti."
"No.  la verit. E attraente.  l'incarico pi interessante che si potrebbe desiderare. Esistono pochissime limitazioni, e l'area di studio  praticamente sconfinata, il lavoro non  mai finito. Credimi pure, Rupert: quando tu avrai cominciato a osservare una nazione o un popolo con questi particolarissimi occhi, con questi nervi strategicamente sensibili... allora non sarai pi capace di smettere. Tutto il resto ti sembrer scialbo, insignificante; e a quel punto comincerai a vedere un dato paese - il tuo stesso paese, anche - in una luce totalmente diversa. La tua consapevolezza ne viene accresciuta enormemente. Ti assicuro che si tratta d'un compito meravigliosamente funzionale, intellettuale."
"Oh, ne sono convinto" disse Rupert. "Ma non credo che potrei essere una spia molto efficiente."
"Come fai a saperlo se prima non provi?"
"Forse avrei bisogno di pensarci ancora un po'" disse Rupert.
"Ebbene, allora potremmo dire che abbiamo definito un accordo di massima" propose l'ammiraglio.
"No, adesso non cerchi di farmici entrare per forza" obiett Rupert. "Meglio di tutto mi sembra che io tenga in sospeso la mia decisione, per il momento. Prima facciamo una prova."
"Sia come sia, si tratta pur sempre di un accordo di massima... su questo non esiste dubbio."
"E sta bene. Non ho certo intenzione d'impuntarmi sulle definizioni."
"Benissimo... e quando sarai a Mosca, se uno dei nostri giovanotti dovesse avvicinarti, e chiederti d'indagare su qualche cosa di particolare, tu fa' in modo di dargli onestamente ascolto. Tutto pu essere importante."
"Far il possibile" disse Rupert, genericamente. "Ottimamente. Sono molto contento di sapere che ti abbiamo con noi, Rupert."
Rupert si chiese incuriosito quanto di lui avessero, effettivamente; e tuttavia non pot fare a meno di ammirare la ferma convinzione di J. B. Lille: convinzione in quanto desiderava, in quanto faceva, in quanto prevedeva... e in quanto chiedeva a Rupert Royce. Quello era il sistema di J. B. Lille. Al suo confronto, il mondo intero non appariva certo pi grande che le pareti della biblioteca tappezzate di libri. E quando - dopo aver sorbito il t, e amabilmente conversato delle rispettive famiglie - finalmente usc, Rupert fu sorpreso di accorgersi che anche mentre attraversava il parco si portava dietro un po' dell'eccitazione del mondo di J. B. Lille.
Pure... forse poteva essere anche un'affascinante idea, dopo tutto.
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Capitolo 24.
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Lasciarono Londra dai Surrey Commercial Docks, a bordo della Baltika, una bianca nave sovietica con propulsione a elettro-turbina, e dal molo, mentre la nave arretrava lentamente per staccarsi dalla banchina, Mayevsky invi verso l'alto lunghe frasi di saluto che si frammischiavano e confondevano con le allegre musiche marziali diffuse dagli altoparlanti di bordo. Jo stringeva un gran mazzo di fiori estivi che le aveva offerti Mayevsky, e intanto, con cautela e diffidenza, scrutava i marinai russi e gli ufficiali russi e le cameriere di bordo russe, e si chiedeva se fossero davvero capaci di governare efficientemente la nave. I marinai sembravano assolutamente normali, e del resto quello era sempre l'aspetto che avevano; ma gli ufficiali non assomigliavano gran che a ufficiali inglesi. Erano troppo indifferenti... e non come gli inglesi, bens con un atteggiamento del tutto particolare e quasi distratto, disinteressato. Le cameriere avevano un'aria molto materna, tutte.
Jo aveva gi capito che non se ne sarebbe mai guadagnata la confidenza.
"Ogni cosa mi sembra cos antiquata" comment Jo, quando vide le cuccette circondate da verdi cortine felpate. Avevano tre sontuose cabine, e chiunque a bordo trattava con gran deferenza e interesse Rupert. Si erano portati anche Angelina (una necessit definita determinante da Jo, all'ultimo momento) e la giovane siciliana dormiva con i bambini in una cabina a tre cuccette; Jo e Rupert avevano la loro cabina, e inoltre disponevano anche di un'altra cabina... "Nel caso che il siniuor Royce desiderasse un po' di riposo", aveva spiegato il commissario di bordo.
Eppure non assomigliavano affatto ai marinai e ai camerieri americani, francesi, italiani o inglesi, pens Jo, e sebbene la nave fosse silenziosissima e apparentemente, dopo essere uscita in mare aperto, procedesse quasi da sola, a lei non fu possibile mettersi un po' tranquilla, rilassarsi.
"E pensare che  cos bella questa piccola nave" disse Rupert, sforzandosi di infonderle fiducia. " stata costruita in Olanda, e com' ovvio questa gente ha tutta l'aria di saperla manovrare a dovere."
"Per a me sembra che manchi qualche cosa" insistette Jo.
Superarono Copenhagen di domenica, e le verdi guglie e le spiagge basse e le case dai tetti rossi e i panfili da crociera e i serbatoi della Esso davano un'impressione cos europea e casalinga che quasi fecero piangere Jo... era l'ultima visione dell'Europa. La notte incrociarono luci rosse, moltissime, e molti piroscafi del Baltico, una nave gemella, pescherecci russi, un piccolo battello baltico per il trasporto di legname con la prua e la poppa curiosamente sagomate, tozze.
Era un mare amico... e grigio, liscio, intimo, nordico. Ma quando finalmente vide i moli di Leningrado - puliti e organizzati, e tuttavia stranamente scabri e non levigati o curati o verniciati - Jo strinse il braccio di Rupert.
"Ha un'aria cos tetra" gli bisbigli.
Uomini senza cravatta erano in attesa della nave, e dalla banchina tozze donne massicce con abiti blu a giacca dalle spalle quadrate e scarpe da lavoro e calze corte si sforzavano di guardare verso l'alto aggrottando le sopracciglia. Le donne che si trovavano a bordo cominciarono a gridare in russo e a fare gran cenni di saluto in direzione della riva, e quasi parve che le loro stridule voci felici e le parole in russo suonassero come liberazione per quanti tornavano da un altro mondo. Erano a casa, infine, e infine liberi da un'atmosfera estranea, aliena. Ma Jo fece scorrere lo sguardo sul molo mentre di nuovo echeggiavano le musiche marziali, e gi capiva che non le sarebbe piaciuto.
"Mi fa venire in mente la guerra" spieg a Rupert.
Alla stazione Leningradskaya, a Mosca, erano ad aspettarli Aleksej Vodopyanov e la moglie, e quattro strani uomini con lunghi impermeabili grigi, diritti. Gi Rupert aveva avuto conferma di quanto pensava della Russia, e ne aveva insieme avuto una smentita; ma in fondo gli era facilissimo pensare come desiderava J. B. Lille. Gi si sentiva disposto ad ammetterne l'invincibile fascino.
Fu felicissimo di vedere Aleksej, che lo salut con formidabili grida e avanz nella loro direzione vacillando su gambe irrigidite e pressoch inutili. Abbracci Rupert con ispide guance, ridendo come se fosse il giorno pi bello e felice dell'intera sua vita. Poi Rupert fece per scostarsi. Ma Aleksej lo abbracci un'altra volta e se lo strinse al petto, senza stancarsi di esclamare: "Rupert, eh! Rupert... nu, nu, nu".
"Salve, Aleksej" gli disse Rupert, infine.
E allora furono in piedi l'uno di fronte all'altro, a guardarsi; Rupert fu sorpreso di vedere com'era piccolo e tarchiato Aleksej. Poi cap di colpo che prima di quel momento non lo aveva mai visto in piedi. La sua faccia larga e grossa e la massa d'indisciplinati capelli neri e le sue cordiali braccia e le forti spalle robuste davano l'idea di un Aleksej discretamente in buona salute, che senza stancarsi esclamava e balbettava parole di amicizia ed eroismo. Appuntate al bavero dell'impermeabile aveva due stellette d'oro, e Rupert, incuriosito, si chiese perch mai ne avesse due.
Assolutamente dimentico di tutti gli altri, Aleksej scrutava in fondo agli occhi di Rupert, quasi ne chiedesse un'egoistica risposta, una completa, esauriente ammissione dell'unicit della loro amicizia; Rupert per altro era estremamente conscio della necessit di fare le presentazioni. Jo e Angelina e i bambini e la moglie di Aleksej e i silenziosi suoi amici stavano aspettando.
"Jo..." disse affrettatamente Rupert, prendendo il braccio della moglie: "Ecco, questo  Aleksej Vodopyanov".
Aleksej mosse un faticosissimo passo in avanti. Rupert avvert distintamente il panico di Jo, e la vide quasi arretrare come se temesse di dover subire gli stessi abbracci. Aleksej si limit invece a prenderle la mano, dicendo: "Piacere! Ah..." aggiunse poi. "Questi sono i tuoi bambini, Rupert. Nina!" esclam d'un tratto, voltandosi verso la moglie.
Rupert gett una frettolosa occhiata in direzione di Nina Vodopyanov, e vide una bella e giovane donna, snella e sottile, quasi autunnale, una donna vagamente d'altri tempi, che nel frattempo lo aveva osservato insistentemente, sicch lui se ne sent imbarazzato, a disagio. Quando le strinse la mano, ebbe l'impressione che lei lo facesse in modo assolutamente non femminile, e anche il suo viso, gli sembr di notare, non si soffondeva degli abituali tratti di femminilit.
"Sono molto lieta di conoscerla" disse Nina Vodopyanov, seria e compresa e nondimeno con una lieve sfumatura di eccitazione. Fece l'atto di abbracciare i bambini, e offr poi un gran mazzo di crisantemi a Jo.
"Nu!" grid Aleksej, e gir di scatto su se stesso come se improvvisamente destandosi avesse compreso le sue responsabilit. "I miei amici... Saia!" esclam Aleksej, e allora un imponente signore dall'aria distinta fece un passo in avanti. Aleksej prese a parlare in russo, e poi, passando un braccio intorno alle spalle di Saia, spieg in inglese: " un mio caro amico, Rupert. Un vecchio pilota del nostro ministero... Aleksandr Sergeevic Nekrassov. Boris!" esclam di nuovo, un altro russo gli fu subito a fianco. "Un vecchio pilota anche questo, non del nostro ministero, ma pur sempre un pilota: Boris Leontovic Gorski. E questo  un altro mio grande amico, Rupert... un uomo famoso in tutto l'Artide con Schmidt, sulla banchisa e un po' dappertutto. Anche lui si chiama Boris... Boris Apollonovic Orzhinokovsky."
Rupert strinse per tre volte due mani molto serie, e infine la terza mano; e si rese conto che gli occhi di tutti si concentravano su di lui. I tre uomini poi si tolsero il cappello e s'inchinarono sulla mano di Jo, e Rupert, allora, disse seccamente a Rolland: "Rolland... da' la mano!" quasi che il ragazzo avesse trascurato un'importante parte del cerimoniale.
"Bene!" esclam Aleksej. "Adesso andiamo, allora."
"Ma i bagagli..." cominci Rupert.
"Se ne occuper lui" disse Aleksej, indicando un allampanato russo che stringeva e quasi masticava fra i denti una sigaretta russa. "Vieni" disse ancora Aleksej, e incerto e lento cominci a camminare sulle sue deboli, fragili gambe, stringendo in una morsa di ferro un braccio di Rupert, mentre con l'altra mano si appoggiava a turno a Boris o Saa o al secondo Boris.
"Ebbene..." s'inform Rupert, educatamente: "Come va, Aleksej?".
"Sai?... Sono venuto apposta fin qui a prenderti dal Mar Nero" gli spieg Aleksej, stringendogli un po' pi forte il braccio.
"Davvero?"
"Sicuro. E non basta, perch staremo insieme anche sul Mar Nero" annunci Aleksej, felice.
"Ma  magnifico" mormor Rupert.
Lentamente avanzarono ancora di qualche altro passo; Aleksej, tuttavia, gi sudava per lo sforzo, e la sua grossa e larga faccia era un fitto intrico di muscoli contratti. Furono costretti a fermarsi.
"Nina!" chiam Aleksej. "E i fiori... dove sono?"
Tutti avevano fiori. Rupert si accorse improvvisamente che nella destra stringeva un mazzo di piccoli bocca di leone bianchi, e non seppe capacitarsi come gli fossero finiti in mano. Si volt. Jo portava fiori, e ne portava Angelina, cos come ne avevano anche i bambini, e Nina (che teneva per mano Rolland, mentre Tess stringeva quella di Angelina) aveva un gran mazzo di garofani rosa. Nina disse alcune parole al marito, sottovoce, in russo, forse un rimprovero. "Aleksej!" continu, in inglese. "Sarebbe meglio che tu aspettassi qui. Possiamo far avvicinare la macchina..."
"Nyet" protest Aleksej. Ma subito lanci di nascosto una fugace occhiata alla moglie, quasi implorandone il permesso di proseguire a piedi.
"Va bene (laadno)" gli disse lei.
"E allora, andiamo!" esclam di nuovo Aleksej. Ma prima che potesse muoversi, un uomo di piccola statura che indossava l'uniforme dell'aviazione russa con controspalline azzurre gli si avvicin e con enfasi gli disse: "Aleksej Alekseivic...". Si strinsero la mano, e dopo che si furono scambiate alcune frasi di saluto, il nuovo arrivato si fece in disparte, ovviamente aspettando di essere presentato a Rupert.
Aleksej per altro lo ignor, e di nuovo strinse il braccio di Rupert, da un lato, e dall'altro quello di Boris, e senza traccia di premura o d'imbarazzo esclam: "En avant, mes amis!".
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Capitolo 25.
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Rupert - a proposito di Mosca - avrebbe potuto continuare anche all'infinito a discutere con Jo, giacch ad essi la citt non piaceva per motivi differenti e in modi del tutto differenti. La loro prima visione della Russia sovietica non fu quale Rupert si era forse atteso, e nondimeno l'aspra reazione che suscit in lui era (come stabil egli stesso) abbastanza facile da comprendere. Lo irritava, e gli faceva provare un desiderio folle di fuggirne immediatamente. E per Jo, che cercava esclusivamente il peggio, essa fu ben pi di ogni desiderabile, immaginabile peggio.
Si fermarono due giorni a Mosca. Il Metropole Hotel era esattamente quale lo aveva preannunciato Paul Poole... se ne poteva quasi raschiare dalle pareti l'atmosfera della vecchia Russia. Era vecchio e decrepito, e immerso in una immobilit di pietra; una morta sopravvivenza d'un mondo defunto. Ma chi erano coloro che vi allignavano e vi si aggiravano, vivevano, chi erano quanti lo conducevano e vi dimoravano e vi trascorrevano le giornate? Strane, vecchie donne che strascicavano i piedi lungo i corridoi con fazzoletti avvolti attorno al capo; e le amministratrici in abito a giacca azzurro scuro che amministravano le soffitte, il seminterrato e ciascuno dei piani. Ragazze spavalde con abiti di seta facevano echeggiare i corridoi sotto il passo di solide, intrepide scarpe. Gli uomini avevano denti d'oro e pantaloni ampi e scarpe marroni, e i pasti erano sempre freddi e difficilissimi da ottenere, e le ore trascorrevano ad aspettare, aspettare; e nella loro camera i servizi non funzionavano.
Pure, con Aleksej Vodopyanov, Mosca non fu, non poteva essere ci che aveva desiderato Rupert.
Aleksej annunci felice che sarebbe venuto a trovarlo ogni giorno, e per tutto il giorno. Era ovviamente il tradizionale modo russo d'interessarsi agli amici; e di fronte alle garbate proteste di Rupert, Aleksej credette d'interpretarle come riguardo per le proprie difficolt fisiche e disse: "No, no, Rupert. Ti accompagner io dappertutto".
Cos come aveva fatto Jo, Rupert cap che istintivamente cercava di sottrarsi al contatto. E tuttavia non ad Aleksej, ma all'aria di vivida esuberanza che sempre si portava dietro Aleksej. Il russo procedeva incespicando penosamente su gambe contratte, irrigidite, e dondolandogli dal bavero, le due stelle d'oro emettevano un tintinnio musicale. Quando sostarono sul nero lago lastricato a contemplare la vuota spaziosit della Piazza Rossa, che saliva a lambire le rosse mura di mattoni del Cremlino, e quindi, al di l di quella che un tempo era stata chiesa, spariva verso la sponda del fiume, Vodopyanov per qualche minuto fu circondato da una folla di ignoti ammiratori, che avevano riconosciuto lui e riconosciuto Rupert; e Rupert si accorse di essere gi molto noto in Russia.
"Guarda: anglski gero!" dicevano. "Rupert Ruoiff... il pilota inglese che ha salvato Vodopyanov, al Polo Nord."
"Vedi?..." comment sorridendo Vodopyanov: "Ti conoscono gi tutti. Sei veramente un eroe sovietico".
E generoso, magnanimo come una celebrit, Vodopyanov si intratteneva con chiunque cos lo avvicinasse, ma soprattutto godeva di trascinare in quell'incredibile mondo anche Rupert... uno strano mondo di uomini che gli battevano amichevolmente sulle spalle e gli stringevano la mano e gli dicevano compresi: "Buona fortuna, tovaris Ruoiff!"... "Lasciatemi stringere la mano di un buon amico, di un valoroso inglese!" Un vecchio con una sola gamba esclam: "A me quasi sembra un finlandese".
Dopo alcune ore, Rupert, che si trovava con Aleksej, cominci istintivamente ad arretrare in se stesso, quando si avvicinava qualche estraneo, sebbene fosse troppo cortese per fare qualcosa di diverso che contraccambiare con compresa gravit e attenzione le strette di mano e gli auguri e le dichiarazioni di amicizia. Ma quando finalmente la giornata si concluse, confid a Jo:
"Ho paura che non sar facile. A quel che sembra, questa storia dell'eroe qui l'hanno davvero presa molto sul serio."
Jo fu d'accordo: gli disse che certo sarebbe stato insopportabile, spaventoso. Aveva trascorso l'intera giornata con Nina Vodopyanov, e dichiar che non se la sentiva di sopportare ancora quella donna. Non ne poteva pi di Nina, la quale, con tipico entusiasmo russo, aveva cercato d'interessarla alle bellezze di Mosca, che Jo, ovviamente, era ben lontana dall'apprezzare. Nina aveva cercato d'interessarla a una quantit di cose... musei e gallerie d'arte e l'esposizione agricola della citt.
"Non posso assolutamente soffrire i musei" aveva protestato Jo.
"Ma la Galleria statale Tretyakov  famosa in tutto il mondo" obiett Nina.
"Mai sentita nominare" dichiar Jo.
Nina ne fu sorpresa, e in parte anche intimidita.
A un certo punto, quando avevano sostato ai bordi d'una delle vie principali, in attesa di attraversarla, Nina spieg a Jo che avrebbero potuto procedere solo quando fosse venuta la luce verde.
"Ma non occorre che mi stia a spiegare certe cose!" esclam Jo. "Non creder che noi non ne abbiamo di semafori in Inghilterra?..."
"Non sapevo che anche da voi vigesse lo stesso nostro sistema di luci" spieg Nina.
Jo si lasci condurre al Museo di Lenin, ma dopo aver visto appena un paio di sale insistette per uscire.
"Non va bene per i bambini" Jo disse a Nina. "E poi,  solo propaganda."
"Ma Lenin  ovunque conosciuto come un grande uomo!" protest Nina, quasi offesa.
"Pu anche darsi che lo sia qui da voi" disse Jo. "Ma non credo proprio che per i miei bambini possa significare un bel niente."
E avevano anche discusso della sciatta opacit della gente ("Ma come fa a dire che siamo sciatti?..." obiett Nina. "Tutti hanno abiti a sufficienza, anche se non sono come quelli degli europei occidentali.") e per le donne che scopavano le strade ("Certo, le donne da noi lavorano!" esclam Nina), oltre che d'un dispositivo per la distribuzione automatica di bibite che a disposizione di quanti se ne servivano metteva un unico bicchiere... e in questo caso, Nina Vodopyanov non pot trovare assolutamente scuse. A quel punto aveva gi perso qualsiasi mezzo per controbattere adeguatamente le pungenti osservazioni di Jo, che d'altra parte non volevano essere offensive o giungere molto in profondit, ma le sorgevano spontanee dalla mente. Com'era possibile replicarvi? Nina Vodopyanov, nondimeno, sembrava in certo senso esserne ferita, sicch ora si teneva sempre pi sulla difensiva. Alla fine della giornata, Nina gi era divenuta guardinga e addirittura esitante a prodigarsi ancora in elogi per la propria gente o per la citt e la societ in cui viveva. Jo l'aveva soggiogata senza eccessive difficolt.
"Non  solo il fatto che siano sciatti" Jo stava ora dicendo a Rupert, mentre stanca si spogliava per mettersi a letto. "Quello che colpisce  una strana specie di uniformit nella sciatteria. Oh, non mi meraviglio certo che noi odiamo tanto il comunismo. Per sarei proprio curiosa di sapere com'era la vita qui prima che venisse il comunismo. Peggio di cos non poteva essere, di sicuro. Hai visto quelle vecchie che scopano le strade, e il modo che hanno tutte le donne d'infagottarsi nei vestiti?"
Anche Rupert aveva visto quello che aveva visto Jo, pure, per lui l'interesse principale non si era tanto soffermato sulla gente quanto sull'ampia e sparsa disseminazione della citt. S'incontravano verdi piazze, splendidi viali e strade alberate, e tuttavia le spaziose arterie, larghe quasi come vallate, e i pesanti, monumentali edifici non erano affatto intimi o accoglienti e nemmeno gradevoli alla vista. Rupert immagin di essere forse un po' troppo inglese a pretendere qualcosa di accogliente o intimo in una citt nuova. Immagin che simile solidit fosse l'espressione d'un compromesso con il rigido clima settentrionale, o con l'aspro carattere di quella popolazione nordica. Ma il nuovo edificio dell'universit - che avrebbe pur dovuto impressionarlo, entusiasmarlo - gli fece pensare soltanto a una gigantesca struttura architettonica gi in attesa di essere inevitabilmente abbandonata, quale documento di ci che poteva sognare un'immaginazione vincolata alla terra. Se questo era il loro concetto della favolosa isola di Utopia, ebbene... il concetto che ne aveva lui era totalmente opposto. Ammesso che uno ne avesse, in simile concetto gli edifici avrebbero dovuto essere lievi, quasi alati, e quanto pi inseparabili possibile dall'aria e dall'aperto cielo e dal circostante ambiente naturale, e da questo separate solo da esilissime linee - le pi sottili immaginabili - appena sufficiente a conservare adeguate caratteristiche di temperatura e comodit e protezione... e tanto migliore l'insieme quanto pi sottili quelle linee.
"Ti piace?" gli chiese orgogliosamente Aleksej, mentre socchiudendo gli occhi alzavano lo sguardo verso la sommit della torreggiante costruzione.
"Bello, molto bello" disse Rupert, educatamente.
"Trentacinquemila allievi" spieg Aleksej.
"Oh, me lo immagino" assent Rupert.
"Non vuoi entrare a dare un'occhiata?"
"No, no" si scherm Rupert, affrettatamente. Ricord di essere venuto per visitare i ruderi delle antiche colonie greche sul Mar Nero, e non l'interno di monumentali edifici universitari. In Russia non era venuto per osservare ammirato quel che vedeva, e non era nemmeno venuto per soddisfare il desiderio di J. B. Lille; sebbene se ne sentisse tentato.
"Allora andiamo, Rupert" disse Aleksej, di nuovo afferrandogli il braccio.
Rupert trasal. Era d'acciaio la mano di Aleksej, e la sua stretta certo lasciava ben poco adito all'umano dubbio.
L'indomani mattina, senza che quasi avessero avuto il tempo di rimettersi dalla giornata precedente, Aleksej si un a loro per la prima colazione al ristorante del Metropole, dove furono costretti ad aspettare oltre un'ora per avere due uova in camicia semifredde. Mentre aspettavano, Aleksej continu a parlare... e narr della sua vita, a Jo: soprattutto della sua vita in mezzo ai ghiacci, spiegando che sarebbe certamente morto se non avesse avuto al fianco un uomo cos coraggioso e risoluto come Rupert.
"La vita  fortuna, vede!..." esclam Aleksej; e affettuosamente si gir verso Rupert, in attesa d'una sua conferma. "Vero che ne valeva la pena, Rupert? Guarda!...
Guarda com' magnifico adesso trovarci seduti qui, a Mosca."
Jo comunque lo ascoltava solo a mezzo; e s'inquiet tanto per l'esasperante attesa che diede perfino un sonoro schiaffo a Tess, che aveva osato protestare. Tess non pianse, ma sapeva di non esserselo meritato e si volt a guardare il padre. Rupert scroll dolcemente la testa, come per dirle: "Non farci caso". Tess, durante la notte, si era lamentata di aver male allo stomaco, ma d'altra parte era quasi una sua abitudine dire d'aver male allo stomaco ogni volta che voleva vedersi oggetto d'un po' di attenzione.
"Rupert..." annunci intanto Aleksej, inconsapevole dell'atmosfera di tensione familiare: "Rupert, oggi ti sar consegnata la medaglia. Alle dodici dobbiamo trovarci al Cremlino. Dovrai indossare il tuo abito migliore. Anche la signora Royce...".
"Come, come... vuol dire che anch'io devo indossare il mio abito migliore?" gli chiese ironicamente Jo, che parve d'un tratto volersi adeguare al buonumore di Aleksej.
"Oh, s" disse Aleksej, e si mise a ridere. "Ma deve venire anche lei."
"Aleksej... oggi dov' tua moglie?" si affrett a intervenire Rupert, per sabotare le intenzioni di Jo.
" al nostro istituto. E mia zia invece  a casa per preparare il nostro gran pranzo... Oggi verrete da noi, naturalmente. Dobbiamo festeggiare la tua medaglia, Rupert..."
"Ma... e i bambini?" domand Jo. Evidentemente cercava un pretesto per sottrarsi all'invito.
"Ma sicuro, anche i bambini" disse Aleksej.
Rupert mand gi un boccone di uova freddo e semicrudo, e si arrese. Meglio tenersi la fame in quel nuovo mondo socialista.
Era domenica; e per trascorrere il resto della mattinata, essi decisero di visitare i grandi magazzini di Mosca. Mentre stavano per entrare al Mosstorg - situato dirimpetto al Teatro Bolscioi - una donna urt Jo, e le fece perdere l'equilibrio. Jo era naturalmente abituata al vicendevole urtarsi e scostarsi della scortese folla londinese; ma la scortese folla moscovita non aveva affatto l'usanza di scostarsi, e la donna e Jo, oltre tutto, si urtarono proprio di fronte... Jo cerc di tirarsi su, e Rupert, frettolosamente, la spolver e l'aiut a rassettarsi gli abiti. Aleksej si lasci sfuggire un gemito di disappunto.
"Per favore, faccia attenzione" disse a Jo. "E tu Rupert... cerca di darle il braccio."
Rupert diede il braccio a Jo, e insieme furono inghiottiti dai grandi magazzini alla testa di una frotta di moscoviti. Per poco non furono immediatamente sospinti fino all'altra uscita prima che si capacitassero di quanto accadeva. La folla era compatta, e si comportava come se fosse cosa del tutto normale morire schiacciati nella calca. La sensazione di umanit compressa, e il frastuono di migliaia di piedi strascicati sul pavimento di granito, o lungo le scricchiolanti scale di legno, li soffocava e assordava mentre cercavano a stento di reggersi in piedi sotto l'urto della marea.
"Ma non  possibile uscire?" grid Jo, che si stringeva a Rupert, e con l'altra mano contemporaneamente cercava di stringere a s Tess, mentre Angelina teneva per mano Rolland. "Finiranno per ammazzarci i bambini."
"Abbiamo scelto una brutta giornata" grid Aleksej, che si trovava ovviamente in gravi difficolt e penosamente tentava di aprir loro un varco con il suo passo incerto. "Oggi tutti vengono a far compere."
Le sue parole si persero, ed essi stessi persero contatto fra loro. Jo, spaventatissima, chiam a gran voce Rolland e Angelina, dicendo loro di star vicino e di non perderli di vista e di fare attenzione... per amor di Dio!
Pur cercando di star loro vicino, Rupert fin col perderli; e fin poi nella corrente che si dirigeva verso l'uscita e si lasci urtare, sospingere, schiacciare, trasportare avanti... finch non fu proiettato fuori delle porte come un tappo fuori della bottiglia. Jo era gi in piedi in mezzo alla strada, i capelli scarmigliati e una mano saldamente stretta intorno al braccio di Tess.
"Ma sono dei selvaggi!" esclam infuriata.
A mezzogiorno, Rupert fu insignito ufficialmente della medaglia di eroe, al Cremlino, in un ufficio bianco e azzurro, dove il presidente dell'Unione Sovietica, di cui egli non conosceva il nome, gli disse frasi molto garbate in russo... era un uomo di eccezionale valore, e l'Unione Sovietica era ben lieta di onorare in lui uomini dotati di meraviglioso coraggio.
"Gli uomini sapranno sempre dimostrare una grande forza di sopportazione quando esista qualcosa per cui valga la pena di farlo" disse il presidente a Rupert, gli scuri occhi castani attenti ad appuntargli con cura la medaglia al risvolto della giacca grigia. "E lei ha dimostrato di non pensare solo a sua moglie e ai suoi figli, bens al suo prossimo."
Il presidente sorrise con garbo e per un attimo scrut attentamente Rupert, e d'improvviso lo baci su entrambe le guance e infine gli strinse la mano. Poi gli consegn un minuscolo rettangolo di carta, dicendogli con un sorriso: "Anche questo".
Rupert non guard il foglietto di carta, e nondimeno, dal modo in cui veniva fatto il gesto, gli fu facile comprendere che doveva essere un assegno... sicch fece l'atto di ritrarre la mano.
"Pojalusta!" insistette il presidente.
Rupert arross, e si decise a prendere il foglietto di carta che frettolosamente cacci con odio in una tasca della giacca.
Il presidente gli strinse di nuovo la mano, e con lui scambiarono strette di mano anche diversi uomini sconosciuti e lo stesso Aleksej. Il presidente offr un mazzo di fiori a Jo, e don a ciascuno dei bambini un grosso involto.
"Che cosa c' dentro?" Tess domand ad Aleksej, in un bisbiglio.
"Grossa sorpresa" spieg Aleksej, sempre bisbigliando.
Per qualche istante attesero impacciati, finch un uomo con una macchina fotografica - che aveva gi scattato diverse inquadrature della cerimonia - non li fece disporre in gruppo e prese una nuova fotografia; e poi disse "Ishaw raz!" e ne scatt ancora un'altra.
Salutarono in forma ufficiale il presidente; e si avviarono lungo gli alti corridoi color crema del palazzo uscendo infine nel sole: il sole dell'estate russa che morbidamente riluceva sulle cupole dorate delle vecchie chiese del Cremlino. Sostarono qualche momento. Mentre Aleksej si guardava intorno ammirato, Rupert gi si chiedeva quando avrebbe potuto togliersi senza dar troppo nell'occhio la sfavillante stella d'oro che gli pendeva dal risvolto della giacca... e soprattutto quando gli sarebbe stato possibile sbarazzarsi del denaro che aveva frettolosamente cacciato in fondo a una tasca.
Aleksej e Nina Vodopyanov abitavano nei pressi del vecchio aeroporto, e la scura berlina del ministero si arrest in un cortile sabbioso dove cinque o sei uomini sedevano in maniche di camicia intorno a un tavolo di legno giocando la domenicale partita di domino. Aveva cominciato a cadere qualche goccia di pioggia, sicch i giocatori affrettarono la partita, vociando allegri e calando con forza sul tavolo una tessera dopo l'altra, finch la pioggerella non si trasform in acquazzone che li costrinse a lasciar perdere il domino per correre in cerca di riparo.
"Paurosi!" grid loro Aleksej.
Gli uomini allora li raggiunsero, e sulle scale - pulite, ma malandate - si affollarono intorno ad Aleksej e Rupert. Aleksej orgogliosamente annunci: "Piloti! Vedi..." spieg a Rupert, indicando un uomo di piccola statura con i capelli grigi: "Questo  un mio grande amico. Ha percorso in volo tutto l'Antartide. Conosce gli inglesi che sono laggi".
Rupert aveva ormai compreso che si muoveva in un mondo prevalentemente popolato da piloti polari, un mondo in cui tutti amavano e stimavano Aleksej. Alcuni dei piloti ora strinsero la mano a Rupert, qualcuno disse frasi scherzose; e tutti furono molto rispettosi pur esaminandolo apertamente... da uomini abituati ad apprezzare solo i propri uguali e nessun altro.
Salite le scale, Aleksej e Rupert e gli altri si affollarono in un appartamentino cos angusto che non se ne distingueva quasi la disposizione. Essi comunque sedettero in un piccolo salotto o biblioteca o camera da letto, e Nina Vodopyanov, che indossava un vestito di seta marrone, li accolse con la stessa schietta franchezza e uguaglianza dei piloti. Ma sembrava molto pi esitante del giorno prima, e anche pi cauta. Tanto insolitamente vestita, Nina Vodopyanov aveva un aspetto cos fragile - e insieme cos contenuto - che in lei mancava qualsiasi tratto particolarmente femminile. Rupert ne provava uno strano disagio, come Jo, del resto, e quasi se ne dispiacque per Nina, sicch decise di suggerire alla moglie di non continuare, sia pur involontariamente, a tormentarla.
Nina disse che aveva fatto venire anche un loro nipote di dieci anni per farlo giocare con Rolland e Tess, e lo present: "Seriozha!". Era un bel ragazzo serio e pallido, con la stessa carnagione trasparente che aveva Nina; e le guance indurite dal freddo e occhi russi e mento russo e zigomi russi e la consueta espressione russa di uguaglianza.
Nina si serviva sempre dei nomi come di esclamazioni, quasi dei vocativi: "Aleksej!"... "Tess!"... "Rolland!"... e solitamente cominciava ogni sua frase anteponendovi questo o quel nome. "Maa!" disse ora Nina, alla vecchia domestica. "Portateci le bibite, per favore!"
Quanto a Jo... ebbene, Nina evitava di chiamarla direttamente. Sembrava che ora diffidasse di Jo.
Nina fece il tentativo di presentare formalmente la zia di Aleksej, ma questi pass un braccio intorno alle spalle della vecchia donna di campagna e la strinse a s dicendo: "Quando ero piccolo cercavo sempre di scappar via, e lei dopo mi picchiava...".
Ripet in russo quanto aveva detto, e la donna gli sorrise affettuosamente con la sua vecchia faccia russa e protest: "Ma perch dici cose simili ai tuoi ospiti, Aleksej?... Loro magari poi ti credono!".
Mentre si affrettava a tornare in cucina, Aleksej le grid dietro scherzosamente: "Ma  vero! Tu lo sai che  proprio vero...".
Aleksej si era penosamente trascinato su per le scale, e tuttavia ora volle continuare a trascinarsi penosamente intorno preparando vodka e altre bibite per gli ospiti. Tess si teneva stretta fra Jo e Angelina, sedute sul divano, mentre Rolland era uscito sul balcone con Seriozha, dove avevano cominciato a farsi fotografie. Maa, la vecchia domestica, che indossava spesse calze nere, entr dalla cucina portando ciambelline calde. A Jo fu offerta della limonata, oppure del moscato o del Porto. "No, no!" si affrett a dire lei. "Adesso ho bisogno d'un po' di vodka!"
Aleksej fece tintinnare il bicchiere con Rupert, e tutti bevvero fino in fondo l'ardente liquido bianco e nebuloso e dissero: "Ahhhh!".
"Un altro?"
"No, grazie." Ma Aleksej aveva gi riempito di nuovo i bicchieri.
Quando Tess bisbigli alla madre che aveva bisogno di andare in bagno, Jo si guard intorno preoccupata perch dubitava che nell'appartamentino esistesse una stanza da bagno. Sempre bisbigliando, domand alla bambina: "Ma non puoi aspettare un momento?". Tess fece di no con la testa, e Jo, disperata, guard Rupert. A Nina, tuttavia, il particolare non era sfuggito, sicch lanciando un'occhiata vagamente risentita a Jo si affrett a dire: "Tess! Vieni, vieni con me". Usc con Angelina e Tess.
"Allora, Rupert... ti piace la Russia?" domand Aleksej, come se non si vedessero da chiss quanto tempo.
"S" disse Rupert. "Molto interessante..."
"Ma vedrai anche molte altre cose; oh, moltissime altre. Tutto quello che desideri."
Torn la zia di Aleksej, e sost un attimo ad ammirare i bambini e Jo. Poi sussurr qualcosa in russo ad Aleksej, e questi disse: "Bene... andiamo, andiamo a mangiare. Ah..." fece, mentre si alzava a fatica: "Ti ricordi gli ultimi giorni sui ghiacci, Rupert? A me non riesce di ricordarli tanto bene... solo la volta che abbiamo mangiato quell'uccello crudo, e continuavamo a tossire per le piume. Pensavo proprio che mi avrebbero fatto morire soffocato".
Rise, e per un istante vacill. Impallid e si afferr al bordo del tavolo, serrando le labbra. Ma s riprese subito. Rupert comunque intu che non era stato il ricordo dell'uccello crudo, bens l'eccesso di sforzo fisico cui voleva insistentemente sottoporsi; e proprio per fare onore all'amico inglese.
"Faresti meglio a sederti..." Era Nina. Era tornata, e ora diceva sommessamente al marito: "Non dovresti bere vodka. Ti prego, Aleksej".
"Ah, nichevo!" le bisbigli Aleksej, del tutto incurante delle sue esortazioni.
Si affollarono nella stanza attigua, intorno a una tavola da pranzo stracarica di vivande. Era colma fino agli orli di dolci, biscotti, pani di diverse forme, frutta, vini, salsiere, vasetti di caviale, piatti con fette di pesce e carne fredda... e pomodori e insalate e cetrioli e sottaceti e ogni sorta di leccornie russe. Rupert si stup di vedere simile abbondanza di cibi. Allargando le braccia, la zia di Aleksej disse: "Ospiti! Prego, cominciate!"... Ed essi cominciarono.
A Rupert il caviale piaceva, e tuttavia - quando gliene fu posta sul piatto un'abbondante cucchiaiata, e poi un'altra - trattenne la mano della zia di Aleksej per impedirle di aggiungerne anche una terza. Jo non avrebbe voluto caviale; Nina comunque glielo mise sul piatto con enormi fette di salmone e coregone e della carne fredda, e un'aspra salsa rossastra. Riempiti di vodka i bicchieri, Aleksej si alz in piedi per dare inizio ai brindisi.
"Miei cari amici..." disse Aleksej, estremamente compreso: "Questo  davvero un gran giorno. Un giorno felice. Era molto tempo che desideravo avere mio ospite Rupert, qui a Mosca, in casa mia, affinch mi fosse possibile ringraziarlo personalmente per avermi salvato la vita. Nina?" prosegu Aleksej, voltandosi verso la moglie. "Non  forse vero?".
"Oh, s!" assent Nina, ugualmente compresa. " proprio vero!"
"Tu mi sarai amico per tutta la vita, Rupert... qualunque cosa possa succedere! Bevo alla tua salute e a quella della tua splendida famiglia, e alla nostra amicizia. Per sempre!"
Con incerto, vacillante passo, Aleksej aveva fatto il giro dietro le sedie fittamente assiepate fino a portarsi dov'era seduto Rupert, e gli pose un braccio intorno alle spalle e tocc il bicchiere col suo e bevve e disse: "Ahhh...".
Rupert non disse nulla, e il suo viso non mut espressione.
"Adesso mangiate, su... mangiate!" ordin Aleksej. "Nina" disse alla moglie: "Guarda, dovresti dare un po' di salmone a Tess. Eh? Ti piace il pesce, Tess? Ah, chiss che cosa non avremmo dato a suo tempo io e il tuo pap per avere un po' di pesce... eh, Rupert? E lei, signora Royce? Ma deve mangiare anche il caviale!  una specialit russa! Le piace la vodka... dunque, deve piacerle anche il caviale. Su, su, ne prenda dell'altro. Mangi! Mangiate tutti!".
Mangiarono, e cominciarono a sentirsi meglio; e Jo (il viso gi un po' arrossato) si mise a trattare con voluta gentilezza Nina Vodopyanov, parlandole con voce allegra ed eccitata e alquanto stridula. Questo comunque parve intimidire ancor pi Nina, che si sforz di concentrarsi a servire ai bambini pane con olive e insalata di cipolle crude affettate e cetrioli sott'aceto.
Rupert e Aleksej si scambiarono frequenti brindisi; e pronunciarono frasi augurali, bevvero, ansimarono per prendere fiato... e poi attaccarono le vivande. Per le sue stesse buone maniere, Rupert si trov in certo senso forzato ad alzarsi in piedi e proporre un pi formale brindisi alla salute di Aleksej e di sua moglie e della zia e alla loro cordiale ospitalit.
Aleksej replic a sua volta (mentre mangiavano bollente minestra di cavoli in grandi terrine) con un brindisi all'amicizia fra l'Inghilterra e l'Unione Sovietica; e tutti bevvero parecchie volte, e ogni volta il liquore sembrava farsi pi ardente. Jo cominci a sentirsi pizzicare gli occhi, sicch smise di bere vodka, anche perch non era pi in grado di tenere a freno Tess, che si dimenava inquieta e avrebbe voluto uscire sul balcone. Chiese del succo d'arancia. "Solo succo di mela" spieg in tono difensivo Nina, e subito gliene vers da una grossa fiasca con il manico di vimini.
"E allora, Rupert!..." grid Aleksej, a pieni polmoni: "Alla nostra amicizia, eh?".
"S, all'amicizia" disse Rupert, sempre calmo e flemmatico.
Accompagnarono la minestra con due altri brindisi. Angelina, che sedeva in mezzo ai bambini, ma non aveva mangiato n bevuto niente, improvvisamente si alz dirigendosi in cucina. Poterono sentirla parlare in italiano con la vecchia domestica, che le rispondeva in russo. Nina Vodopyanov la chiam, e cominci a dirle in inglese che doveva stare seduta...
"Perch?" domand Angelina. "A me piace di pi lavorare, sinnio'. Non sono capace di starmene seduta e farmi servire dagli altri. Impossibile."
"Ma lei  nostra ospite, Angelina."
"No" protest Angelina. "Gli ospiti sono loro!..." e indic con aria di sufficienza Jo e Rupert, i quali avevano preferito portarsela dietro perch Tess non stava molto bene.
"Lasci, lasci pure che faccia a modo suo" Rupert disse a Nina Vodopyanov. "Lei preferisce fare cos." E aggiunse, parlando ad Angelina: "Per guardi che non capiranno quello che dice, e quindi cerchi di fare attenzione...".
"Non c' bisogno di parlare" lo interruppe Angelina, in inglese; e scomparve in cucina per uscirne di l a qualche momento con un gran piatto di ciambelline calde come se ogni cosa fosse gi predisposta e del tutto normale.
Apparentemente imbarazzata, giacch in certo senso le erano state tolte di mano le redini della situazione, prima da Angelina, e poi da Rupert, Nina Vodopyanov non disse altro, ma si limit ad affondare ancor di pi il capo fra le spalle. Rupert si chiese stupito se fosse proprio la stessa donna che l'aveva chiamato al telefono a Londra, e gli aveva parlato con tanta forza e veemenza.
Mangiarono le ciambelline calde, comunque; e fecero loro seguire altri due o tre brindisi. Rupert not che i due ragazzi - Rolland e Seriozha - stavano parlando animatamente... Ma in che lingua? Che strano! Nina, che beveva solo succo di mele, si concentrava intanto con grande attenzione a spiegare qualche cosa a Tess, e quindi (quasi desiderando evitare Jo) mostr alla bambina come doveva fare per aprire le bambole matreoska che le aveva donato il presidente. Tess estrasse tutta una serie di bamboline di legno - sempre pi piccole, l'una dall'interno dell'altra - finch giunse all'ultima, una minuscola contadina grassottella...
"Guarda!" esclam Tess.
"Ahhhh!..." fece Aleksej, lanciando un evviva, e interrompendo quanto stava narrando a Rupert, ossia tutte le sue avventure all'ospedale americano e l'inglese che vi aveva imparato. Adesso infatti aveva un accento completamente americano. "Oh, ecco qui la carne affumicata!" annunci Aleksej, vedendo la zia che all'estremit del tavolo collocava un grande piatto di carne accanto a Nina. Entr anche Angelina, con altri due piatti di verdure.
"Ma non possiamo mangiare pi niente" cerc di protestare Jo.
"No, no... questa carne deve assolutamente assaggiarla" insistette Aleksej, e di nuovo brindarono tutti.
Poi cominciarono a mangiare la carne, che Nina, aiutata dalla vecchia domestica, andava via via servendo nei piatti. Aleksej fece tintinnare pi e pi volte il bicchiere con quello di Rupert, esclamando: "Alla pace e all'amicizia...".
"S" disse Rupert, avvertendo una gradevole sensazione di calore che gli saliva alla testa lungo il collo e la gola. "Alla pace e all'amicizia."
E poco dopo: "Al tuo paese! Vero, Rupert?... A tutti coloro che nel tuo paese lottano per la pace. Ahhh!".
"S" fece Rupert, sempre calmo e flemmatico, e di nuovo bevve, e mangi un grosso boccone di calda carne bollita e affumicata su cui aveva sparso salsa di barbaforte.
"Tu sei un ottimo amico del nostro paese" disse Aleksej, alzando il bicchiere.
A sua volta, Rupert alz il bicchiere; ma non disse nulla.
Continuarono a mangiare, e a bere. "Alla flemma degli inglesi!" esclam Aleksej. "Sono tutti sempre molto calmi e flemmatici. Guardate Rupert... A te piacciono i russi, Rupert?"
"Ma certo, si capisce..."
"Allora beviamo ai nostri due popoli!"
Bevvero di nuovo, e poi, ancora una volta, Aleksej propose un ennesimo brindisi alla loro amicizia. Rupert ora capiva quello che desiderava Aleksej. Ma lui non intendeva farlo. Aleksej avrebbe voluto che si alzasse per pronunciare un elaborato brindisi ai suoi sentimenti di amicizia verso l'Unione Sovietica... e quella era cosa in cui non credeva, assolutamente. Non poteva certo pretendere di essere un grande amico di quel paese. Anzi, all'atto pratico, era tutt'altro che un amico sincero!... No, non avrebbe mai potuto brindare a una simile menzogna. Era un buon amico di Aleksej, questo s, e perci continu a fare brindisi
alla salute di Aleksej, e a quella della sua famiglia e dei suoi amici piloti, e alla sua cordiale ospitalit, ma evit sempre qualsiasi accenno al paese, come invece avrebbe tanto desiderato Aleksej. Brindare alla grande Unione Sovietica?... Ah, no!
Continuarono dunque a bere, e Rupert, infilandosi una mano in tasca, avvert la presenza del foglietto di carta... La tir subito fuori.
Quell'assegno! Maledetto denaro! Se n'era quasi dimenticato.
Sent sopra di s lo sguardo sospettoso di Jo, che si sporse anche in avanti e gli disse: "Lo sai, neanche tu sei nelle condizioni pi adatte a bere questa roba. Devi averne gi vuotato una bottiglia. Finirai per ubriacarti".
S, anche lui lo sapeva. Provava un gran caldo e insieme freddo, e sentiva uno stranissimo insieme di euforia e calma e felicit e malinconia. Davvero uno straordinario liquore la vodka, ma su di lui non produceva lo stesso effetto che faceva su Vodopyanov... cos allegro e rumoroso e pieno di cameratismo e fraternit. Ah, no...
"Alla tua visita nel nostro paese. Vedrai che ti piacer, Rupert" stava ora dicendo Aleksej, sempre pieno di speranza.
Ma Rupert non intendeva cedere. La sua mano scivol di nuovo in tasca. Si sent arrossire, e cominci a non poter pi sopportare il contatto dell'assegno. Ma che bisogno avevano di dargli del denaro, e in quel modo? Che odiosa, che stupida cosa da fare!
"A Londra!" esclam ancora Aleksej.
"S, naturalmente" disse Rupert, con aria stranamente imbronciata, e bevve, ma non propose un brindisi a Mosca. Si sentiva sempre pi ostinato; e come poteva capire, Nina Vodopyanov lo guardava con muti occhi castani... uno sguardo aperto e vagamente malinconico. Capiva di averla delusa, inspiegabilmente. Ma erano tutte come lei le donne russe? Tutte cos uguali, cos poco femminili?
Rupert avvamp all'idea... "Ah, in fondo al cuore io sono un moralista", si disse, eppure la guard di nuovo e si sforz di scorgere in lei qualche cosa capace di dargli un po' di eccitazione. Quel che vide fu un volto decisamente grazioso, e tuttavia gli occhi - con quello sguardo cos schietto, aperto - ne cancellavano la grazia. Le donne avrebbero sempre dovuto avere qualcosa di femminile, pens Rupert. Come Jo!... I loro occhi avrebbero sempre dovuto lasciar intuire all'uomo un mondo intimo e misterioso, un mondo segreto.
"Ai bambini del tuo paese e del mio" grid infine Aleksej.
"S, ai bambini!" esclam di rimando Rupert, in tono quasi aggressivo; e bevve.
Aleksej si arrese, finalmente. Quasi stringendosi nelle spalle, con gesto di rassegnazione, e poi con un formidabile scoppio di risa, egli disse: "Ah, Rupert... Sei proprio inglese. Sempre lo stesso, sei. Lo stesso che ho conosciuto in mezzo ai ghiacci. Com' inglese..." aggiunse ancora rivolgendosi a Jo. " inglese, tipicamente. Io invece sono tipicamente russo. Ebbene, comunque sia... noi saremo due buoni amici, e per sempre, vero, Rupert?" Si alz faticosamente sulle deboli gambe, e raggiunse la sedia di Rupert: abbracci insieme l'amico e la sedia e per un istante li sollev da terra e torn quindi a deporli. Si raddrizz, poi, e disse, scompigliando affettuosamente i capelli di Rolland: "Ah, io voglio proprio bene agli inglesi. Sono un popolo cos calmo, cos straordinariamente calmo!".
Scoppi un'altra volta in una grande risata, e and a sedersi di nuovo e di nuovo brind ai bambini... ma questa volta con una vaga sfumatura di tristezza come se avvertisse un'indefinibile incrinatura in quella meravigliosa armonia. Il pranzo ebbe termine. Ma Rupert ancora si sentiva pieno di sorda ostinazione, e ancora si rifiutava di accogliere il mondo che voleva offrirgli Aleksej: strano mondo, un mondo cos caldo, ardente, cordiale, assoluto.
"No! Non  fatto per me" si disse Rupert, mentre prendevano congedo. E se ne andarono, lasciando Nina e Aleksej e Seriozha e la zia di Aleksej e la vecchia domestica Maa con una spaventosa pila di piatti da lavare.
...
.
...
Capitolo 26.
.
Rupert se la cav abbastanza bene a camminare, e tuttavia lo colmavano ancora le contraddizioni della vodka, e ancora era inebriato dalla propria esagerata, acerba esasperazione per il denaro che dalla tasca continuamente attizzava la sua oltraggiata sensibilit. Erano le cinque quando giunsero al Metropole Hotel, e trovarono al loro piano un giovanotto inglese che aspettava di parlare con Rupert.
"Sono un amico di Paul Poole" spieg il giovane a Rupert, con aria molto seria. "Non crede che le sarebbe possibile uscire a fare una passeggiata?"
"Adesso?"
"S.  abbastanza urgente."
Rupert portava in braccio Tess - a cui era di nuovo venuto male allo stomaco - e perci la depose a terra, e con occhi lucidi studi attentamente il giovane inglese. Aveva l'aria d'uno studente molto compreso e attento, e inoltre aveva occhiali e una giacca di tweed e un'abbondante ciocca di capelli ondulati; il tipo di giovane che si poteva incontrare nei corridoi di qualunque facolt inglese di scienze, o in qualche dipartimento di fisica.
"Per... voialtri avete la specialit delle passeggiate" comment Rupert, ad alta voce. "Che cosa vorrebbe dire, scusi?"
"Oh, niente... lasci perdere. D'accordo. Andiamo pure."
"Ci sono dei giardini..."
"Ah, no!" gemette Rupert, ma si mise subito a ridere perch quel giovanotto cos serio e compreso non avrebbe mai colto l'umorismo della situazione. "D'accordo" aggiunse. "Vada per i giardini. E sentiamo... come si chiama lei?"
"Coleman. Michael Coleman."
"Sta bene, Coleman. Eccomi qui" disse Rupert, con faticosa determinazione. Incaric Tess di dire alla mamma che non sarebbe stato via molto, e con attenzione si avvi gi per le vecchie scale a fianco di Coleman, con la sensazione di essere nato e cresciuto a Mosca, e di abitare da chiss quanti anni in quel decrepito albergo.
" qui da molto tempo?" Rupert domand al giovane, mentre attraversavano le larghe strade affollate. "No, non molto."
"Studente?"
"S, in un certo senso."
Proseguirono in silenzio, decisi. Coleman, evidentemente, non intendeva parlare finch non fossero giunti ai giardini, e Rupert, pensando a Oleg Hansen, l'agente americano conosciuto a Londra, non pot fare a meno di ridere fra s. Che addestramento formidabile! E che avvenire per i parchi di tutto il mondo!
Era sempre domenica, naturalmente. Procedettero fra la folla moscovita, che li urt lungo i marciapiedi, attraverso ampie strade, e nel centro stesso della Piazza Rossa, finch non entrarono nel parco, dove una serpeggiante coda di gente - forse pi d'un chilometro, in una serie di complicati giri e sinuosit - aspettava di visitare il mausoleo con i corpi di Lenin e Stalin.
"Ma perch lo fanno, poi?" Rupert chiese a Coleman, sottovoce. " proprio interessante come si direbbe?"
"I russi sono un popolo di contadini" spieg con gravit Coleman, inarcando un istante i sopraccigli per alleviare la pressione degli occhiali all'attaccatura del naso. "Hanno sempre bisogno di effigi o icone o comunque di semidei... anche se morti. Anzi, specialmente se morti."
"Hmmm!" fece Rupert. Straordinariamente serio - pens - questo ragazzo, e tale e quale Hansen. Che cos'era infine a dargli un'aria cos austera? Coleman pareva perfino pi giovane di Hansen, e perfino pi compreso, infatuato della sua missione, oltre che privo della bonaria parvenza d'una occasionale disciplina degli americani. Anche lui era uno degli esperti di J. B. Lille? Questo, dunque, il segreto stratega e diplomatico all'opera, in cerca di vere risposte? Rupert sorrise fra s. "Un po' troppo giovane, e con ogni probabilit troppo incompetente" si disse.
"Non ho molto tempo..." Rupert spieg a Coleman: "Partiamo stasera per il Mar Nero".
"S, lo sapevo. Appunto per questo ho voluto vederla con tanta urgenza."
Erano giunti a una panchina in fondo ai giardini. Alle loro spalle, la poderosa massa di mattoni rossi delle mura del Cremlino; e da un lato bambini russi con calze lunghe e scarpe nere e berretti da marinaio giocavano in un grande spiazzo sabbioso, mentre una venditrice di morozhnie (gelati) in vestaglia e copricapo bianchi - che aveva collocato la cassetta azzurra sopra il treppiedi di sostegno a breve distanza da loro - sostava immobile a guardarli. Lo aveva fatto di proposito, per osservarli?
"Tanto non pu sentirci" disse Coleman, avendo notato l'intensit con cui la fissava Rupert. Questi, sorpreso, cap che la vodka, con i suoi attacchi a ondate successive contro il cervello, determinava in lui un'eccezionale lentezza di reazione agli stimoli. La stava fissando, veramente?
"Bene, va bene. E allora... di che cosa si tratta?" domand Rupert, con fare quasi brusco sebbene avesse sperato di assumere un'intonazione molto professionale.
Ma ora che si trovavano sicuramente avviluppati dai giardini, Coleman sembrava volersi concedere qualche attimo di pausa. "Ha notato" chiese a Rupert "quanta gente giovane fra quelli che facevano la coda per visitare il mausoleo?"
"No, mi pare di no."
"Abitualmente le persone anziane sono in maggior numero. Solo che di questi tempi si vede in giro un sempre maggior numero di adolescenti... dev'essere proprio la generazione del millenovecentoquarantacinque, che sta facendosi sotto. Sicuro, quello  certo stato un anno formidabile per i neonati in questo paese" spieg Coleman, con fare assorto o pensoso.
"La stessa cosa  successa un po' dappertutto" osserv Rupert.
"Naturalmente. E del resto, anch'io sono nato proprio il giorno che cominci la guerra."
"Veramente?"
"S, certo" conferm Coleman, e intanto i suoi attenti occhi di studente ispezionavano Rupert... come volessero scoprire che genere d'uomo era. Soddisfatto, il giovanotto improvvisamente si tolse di tasca una busta e vi tracci sopra il profilo di una costa.
"Questo  il Mar Nero" spieg a Rupert.
"S, vedo anch'io."
"Ebbene, signor Royce..." disse Coleman, e sost un momento prendendo fiato. "Signor Royce, noi vorremmo che lei quando sar laggi si guardasse intorno attentamente, e soprattutto in determinati punti, come questi..." Accuratamente, il giovanotto con la matita tracci alcuni cerchi sulla cartina.
Rupert sospir, senza prestargli grande attenzione. "Ah, cos?" disse, in tono vagamente ironico. "Ma precisamente... che cosa dovrei guardare da quelle parti?"
"Be'... tanto per cominciare, a noi occorre conoscere quali sono le zone a cui  proibito l'accesso" gli spieg Coleman. "Sa, questo suo spiccato interesse per l'archeologia  stato davvero un'idea meravigliosa. Proprio vorrei che ci avesse pensato uno dei nostri. Oh, ma se la caver benissimo anche lei."
"Convinto?" fece Rupert, quasi assonnato; ma poi si drizz attento a sedere. "Dico... che cosa mi sta suggerendo?"
"Adesso, adesso le dar anche i particolari" prosegu Coleman, scoccando un'occhiata alla venditrice di gelati. "L'interessante, in ogni modo,  che lei, sul Mar Nero, avr mezzo di visitare delle localit che nessuno straniero ha mai potuto vedere dopo la fine della guerra... Quelle colonie greche si trovano tutte lungo la costa." Il giovane appoggi un'altra volta la matita sulla cartina. "Ho verificato con cura la loro dislocazione."
"Veramente?" disse Rupert.
"Quanto c'interessa sono soprattutto tre cose in particolare, le quali, all'atto pratico, sono poi sempre la stessa cosa... Primo, come le ho gi detto, le zone a cui  proibito l'accesso, e che ovviamente lasciano sempre supporre l'esistenza di qualche segreto. Secondo, stazioni radar di qualsiasi genere. Terzo, e questo  il pi importante, certamente, i loro dispositivi di avvistamento precoce... ossia le stazioni di avvistamento radar a grandissimo raggio. Noi siamo certi che hanno stazioni radar in tutta la Crimea, ma ci occorre sapere con esattezza dove sono e soprattutto dove sono le stazioni radar a grandissimo raggio."
"E lei vorrebbe che fossi proprio io a scoprire dov' tutta questa roba?..."
"No, non proprio tutto. Non sarebbe neanche possibile. Per, se appena possibile, noi dovremmo quanto meno sapere dove si trovano le stazioni radar per l'avvistamento a grandissimo raggio... le stazioni di avvistamento precoce."
"Vede..." cominci Rupert: "Non possiamo ignorare che io sono qui come ospite...".
"Oh, questa poi!" lo interruppe Coleman. "Non si lasci prendere da certi scrupoli, signor Royce. Ricordi che fanno lo stesso anche loro con noi.  tutto perfettamente lecito, mi creda. Lo sa chiunque che tutti quanti lo facciamo come meglio possiamo, sia da una parte che dall'altra." Rupert a tutta prima ne fu sbalordito, ma poi osserv meglio l'espressione di quel giovane inglese cos assorto e cap che aveva ragione. Ma certo... lo facevano tutti, e con tutti gli artifici o stratagemmi che potevano escogitare. Aveva ragione anche J. B. Lille. Si trattava d'un gioco in cui non esistevano nobili o cavalleresche regole, affatto. Verissimo. E in fondo, non era forse una semplicissima estensione della grande contesa... capitalismo contro comunismo?
"Anche lei lo fa?" Rupert chiese a Coleman, scrutandolo con accresciuto interesse.
"Non sono cose che si chiedono. E comunque, per quale motivo crede che le stia parlando?"
"D'accordo, d'accordo. Capisco."
"Ma le ripeto, non si preoccupi per questo aspetto della cosa" gli disse Coleman, in tono suasivo. "Succede a tutti di preoccuparsi cos, al primo momento. Lei, per, pu considerarsi discretamente al sicuro... Ma il problema  che a noi occorrono informazioni particolareggiate, o quanto meno le pi particolareggiate che le sar possibile ottenere. A noi occorre sapere con esattezza dove sono situate le stazioni radar, e soprattutto quelle per l'avvistamento a grandissimo raggio. Per noi questo ha un'importanza tremenda. Qualsiasi cosa le capiti di vedere... lei dovr naturalmente segnalarla con estrema cura e nella localit esatta. Ma sar meglio che non faccia schizzi molto evidenti, o che siano comunque individuabili qualora vadano a perquisirle il bagaglio. Tuttavia, occorre che siano molto precisi..."
"Un momento" lo interruppe Rupert. "Non posso certo pretendere di essere molto esperto come spia."
Il giovane sorrise distrattamente. "Oh, non lo  mai nessuno. Ma per conto mio lo si fa meglio proprio quando si improvvisa. Si capisce... dovr approfittare di quello che pu, ogni volta che pu. Sta in questo la vera abilit. Quindi non si preoccupi di non essere molto esperto, signor Royce. E riuscir meglio di tanti altri proprio per certe sue particolari esperienze, e quindi non si preoccupi."
"Ma io non mi preoccupo affatto" protest Rupert, quasi seccato, e ormai sul punto di perdere la visione umoristica del problema, anche perch capiva che in fondo non si trattava poi di quel giochetto che gli era sembrato a prima vista.
"Di che cosa si tratta, allora? Vuol forse dirmi che non intende farlo?" chiese Coleman, ma con l'aria che la obiezione fosse gi prevista.
"Pu darsi" ammise Rupert, dopo un attimo. "Non sono assolutamente capace di spiegarmi perch mai dobbiate far tanto assegnamento su di me per ottenere informazioni di questo genere."
Coleman si strinse nelle spalle. "Temo che ne abbiamo un bisogno tremendo, come le ho detto... E lei ha sotto mano l'incredibile fortuna di poter andare dove non pu andare nessun altro. Perci... non credo che lei intenda esitare, vero?"
Rupert studi con cura Coleman, quasi volesse scandagliare le sue intenzioni. Non vi riusc, comunque; e rinunci. Per un attimo pens a se stesso, e pens a J. B. Lille. Mise la mano in tasca... e subito sent l'assegno russo, avvert di nuovo un'ondata di risentimento e disgusto invadergli il cuore. Guard la venditrice di gelati e la coda che si snodava fra le aiuole fiorite, e si chiese che cosa significavano per lui... "Niente!" concluse. Allora cap che aveva ragione Coleman, aveva perfettamente ragione. Anche J. B. Lille aveva ragione. Certo, doveva farlo, naturalmente, doveva farlo anche se in quel momento desiderava di avere la mente un poco pi sgombra, un poco pi calmo il cuore. S, in avvenire doveva porselo come regola: non assaggiare mai una goccia di vodka.
"No, non intendo certo esitare" disse Rupert. "Continui pure. Far quanto mi sar possibile."
"Bene... A noi occorre sapere dov' situato il loro sistema di avvistamento precoce. Siamo certi che ne stanno costruendo uno nella zona del Mar Nero, e il posto pi logico sembrerebbe la Crimea. Sa come si presentano le cupole radar d'intercettazione a grande raggio..." Rupert annu. Ne aveva viste a Thule. "Ma qualora vedesse attivit di qualsiasi genere che faccia pensare a traffico pesante diretto verso zone a cui  proibito l'accesso, allora tenga gli occhi aperti. Autocarri con ossigeno liquido, per esempio... sono sempre un indizio. Pu darsi esistano rampe di lancio sulle alture nei pressi di Sebastopoli, ma noi pensiamo che si tratti d'impianti radar per l'intercettazione a grande raggio. Per installazioni di quel genere, Sebastopoli senza dubbio  la zona pi verosimile, e quindi stia con gli occhi aperti quando vi si trover, il che naturalmente vale anche per zone nelle vicinanze a cui sia eventualmente proibito l'accesso."
"Veramente io non so se andr a Sebastopoli..."
"Potr andarci senz'altro se vuole, ne sono certo. In ogni modo, si guardi sempre attorno con attenzione in cerca di eventuali dispositivi radar sulle alture della Crimea; e tenga d'occhio anche possibili palloni frenati di aspetto strano, o antenne molto alte. Ma se trover qualche cosa, io sono quasi sicuro che sar nelle vicinanze di Sebastopoli. Questo almeno  quello che speriamo."
"Va bene" disse Rupert, e si prepar ad alzarsi per andarsene.
Coleman lo trattenne. "Sar meglio che lei sia molto prudente" gli consigli. "Penso non sia nemmeno il caso che glielo dica. Sa, qui sono piuttosto permalosi quando si tratta di confini. Riflettori, guardie... e via dicendo. Brutto mare, il Mar Nero; voglio dire... non si presta minimamente a osservazioni ravvicinate dal mare, dato che dappertutto  pochissimo profondo. Nel caso, veda se non pu fare un viaggio per mare. Pu darsi che dal mare le sia possibile individuare qualche collegamento radar."
"E poi, che cosa dovr farmene di tutte queste meravigliose informazioni?" volle sapere Rupert, in tono ancora vagamente ironico.
"Potr passarle a Paul Poole, quando sar tornato."
"D'accordo" fece Rupert, rassegnato. "Far il possibile."
Si alzarono; e il giovane gli strinse un attimo il braccio, come per fargli coraggio. "S, cos va bene. Non dimentichi che qui  un uomo celebre, e pu chiedere praticamente tutto. Ne approfitti al massimo."
Rupert gett uno sguardo alla venditrice di gelati, che di nuovo li stava osservando.
"Dunque, posso contare su di lei?" gli chiese lo studente, molto serio.
"Gliel'ho detto: far il possibile..."
Rupert non era capace di tenere la mano fuori della tasca in cui si era infilato l'assegno, che aveva piegato pi volte sino a formarne un minuscolo quadratino. Lo dispieg, ma non lo estrasse, n lo guard. Perch gli uomini dovevano cacciare ovunque il denaro? Perch dovevano avergli fatto una cosa simile? Che sciocca, enorme maledizione il denaro era per il mondo! Possibile non esistesse assolutamente nessun atto in cui non intervenisse il denaro a guastarlo? Non era certo per denaro che aveva salvato Aleksej Vodopyanov...
Rupert capiva di nutrire un'eccessiva sensibilit per quel denaro, e probabilmente si stava opponendo con esagerato vigore anche alla parte di eroe. Per di pi era vittima della vodka di Aleksej. Anche con quella, non si sentiva per felice n euforico n onesto con il loro denaro e la loro ammirazione. Lo stavano trascinando ad assumere delle responsabilit che non gli piacevano. Non era certamente un amico dell'Unione Sovietica, affatto. Quello mai!
"Non vuole un gelato?" gli domand Coleman, e finalmente sorrise.
"No, grazie." Rupert all'idea si sent quasi rivoltare lo stomaco, tanto lo aveva pieno.
"Be', vuol dire che ne prender uno io" disse Coleman. sostando davanti alla venditrice di gelati per comprarne uno. Esamin la donna da vicino, per valutarla con cura, e scoprirne i segreti, individuarne la vera natura. Soddisfatto, Coleman gi stava per allontanarsi con il suo gelato, ma la donna gli disse qualche cosa in russo, e si rivolse poi direttamente a Rupert.
Tuttavia, il cervello di Rupert - troppo esausto - in quel momento non era certo all'altezza di comprendere il russo. "Che cosa dice?" domand a Coleman.
"Dice di aver riconosciuto l'eroe inglese che ha salvato dai ghiacci il nostro pilota russo Vodopyanov... E le offre anche un gelato, gratis."
La donna infatti gli stava gi porgendo un'azzurra mattonella di gelato, e gli sorrideva con denti d'oro in cui fu per un attimo imprigionato il sole pomeridiano che mise fra loro interi mondi.
"Oh!..." esclam Rupert, e prese il gelato. "Grazie, mille grazie!"
Cap d'essere stato riconosciuto per la medaglia, che ancora gli pendeva dal risvolto della giacca. Si allontanarono frettolosamente, mentre la donna, alle loro spalle, continuava a parlare ad alta voce in russo, e Coleman, sospirando, disse: "Che strana gente sono, stranissima". Poi aggiunse, come colto da un'idea improvvisa: "Ma io non ho nessun motivo di tornare indietro con lei. Devo andare dalla parte opposta, e perci tanto vale che la saluti qui".
Brevemente sostarono accanto alla coda che aspettava di entrare nel mausoleo, e quindi si separarono con un cenno del capo proprio mentre un poliziotto in uniforme blu avanzava lentamente lungo la folla in attesa. Lui pure guard fissamente Rupert, che subito pens alla medaglia. Come prese a camminare, armeggi con la mano libera per togliersela; e la infil nella tasca con l'assegno. Gli parve di avere in parte alleviato il peso che gli gravava sul cuore. In fondo, non aveva colpa della medaglia.
"Be', e adesso che cosa diavolo faccio con questo?" si chiese, reggendo il gelato in modo che non gli sgocciolasse sui calzoni.
Stava per attraversare una delle vie laterali diretto verso la Piazza Rossa, quando si sent prendere per un braccio. Trasal.
"Mi scusi!" Era Coleman. "Sa... mi ero dimenticato di darle questa."
"Buon Dio, mi ha messo paura!" esclam Rupert. Per la sorpresa, aveva lasciato cadere il gelato.
Coleman gli fece scivolare qualcosa in una tasca della giacca.
"Che cos'?"
"Una stilografica a inchiostro invisibile."
Ormai Rupert non era pi in condizioni di sorprendersi, o di fingere. "E che cosa ci dovrei fare?" domand.
"Le verr utile. Pu servirsene per scrivere o disegnare, su qualsiasi cosa... eccetto che sulla plastica. Assolutamente sicura: l'inchiostro non si pu scoprire, con nessun mezzo."
"E che cosa dovrei fare io per farlo poi diventare visibile?"
"Non lo so. Non credo che nessuno lo sappia, eccetto qualcuno che sta dall'altra parte.  questo il vantaggio. Qualsiasi cosa lei scriva, o disegni... la consegni poi a Paul Poole. Penser lui a farla pervenire a chi di dovere. In gamba..."
E Coleman spar. Evidentemente, si era servito di quel mezzo per evitare di essere individuato. Ora Rupert non desiderava altro che di avere una testa gelida come ghiaccio capace di sceverare il serio dal grottesco, giacch indubbiamente si sentiva equipaggiato in modo alquanto paradossale... in una tasca il denaro russo, e nell'altra la stilografica a inchiostro invisibile di Coleman.
...
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Capitolo 27.
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Vodopyanov si tenne quanto meno in piedi per i due giorni di viaggio in treno che li portarono sulle coste del Mar Nero; e si afflosci poi al suolo privo di conoscenza, quando giunsero a destinazione.
Durante il viaggio, Aleksej si lasciava scivolare gi dagli alti scalini del treno almeno a met delle fermate. L'intera popolazione del treno smontava; e Aleksej - abitualmente - ricompariva portando ghiottonerie russe d'ogni sorta: cipolline sott'aceto, strane more selvatiche, cetrioli piccanti, minuscole uova sode, gamberetti d'acqua dolce, bottiglie di limonata, grosse brioches protuberanti e farcite di marmellata. Tutta roba immangiabile per il giudizio e il gusto di Jo. Qualsiasi cosa le provocava disgusto. L'intero treno conosceva Aleksej Vodopyanov, sicch uomini in pigiama e donne strette in polverosi abitini e fazzoletti avvolti attorno al capo s'intrattenevano a parlargli, e a parlare con Rupert, il quale se ne sentiva in certo senso responsabile, poich Nina, la moglie, li aveva preceduti in aereo in una localit del Mar Nero, invece che viaggiare sullo stesso treno. Rupert perci aiutava l'amico a rialzarsi, ogni volta che cadeva, cosa tutt'altro che infrequente, e Aleksej, quasi volesse sdebitarsi, colmava l'ampio scompartimento azzurro di cibi polverosi, di amici, di chiacchiere, di fumo e - per Jo - di sofferenza... Jo era sbigottita e atterrita per l'incalzante, assorbente disagio del viaggio, e per ogni villaggio, per la gente.
"Brutto, brutto paese; arretrato" Jo diceva a Rupert. "Non potr mai farmelo piacere."
"Paese di contadini" commentava Rupert, senza impegnarsi, quasi assente, eppure avendo ben presente J. B. Lille.
I due bambini erano sporchi, impolverati; e Tess di nuovo soffriva per il male allo stomaco, sicch Angelina la doveva curare e vezzeggiare come una piccina. Rolland, d'altro canto, aveva imparato a sparire in ogni angolo del treno, dove russi che masticavano un po' d'inglese lo catturavano per parlargli di suo padre o far pratica della lingua. A tutte le stazioni, Jo viveva momenti di panico, sicurissima com'era che lui sarebbe smontato senza pi poter salire sul treno nel caotico pigia pigia dell'ultimo minuto. Mandava Angelina a cercarlo, dopo ogni fermata. Rupert trascorse due giorni ad ascoltare Vodopyanov, osservando al di l dei finestrini le immense, sconfinate distanze, e lunghi solchi bruni in ondeggianti tratturi, e chilometri e chilometri di cavi telefonici, e gente su carri e carrette, e donne che lavoravano nei campi, e fanciulle che coglievano more selvatiche lungo la linea ferroviaria sollevando verso il treno occhi lustri e allegri visi campagnoli... e ragazzi a non finire che conducevano oche bianche, e fangosi villaggi, cittadine fangose, oscuri cieli.
Per il momento, ancora non era capace di farsene un concetto chiaro, e tuttavia dopo due giorni cominci a capire quello che aveva inteso J. B. Lille, dicendogli che quel paese avrebbe anche potuto entrargli sotto la pelle. Aveva qualcosa, un inesplicabile fascino misterioso.
"Ti piace la Russia, Rupert?" gli chiedeva quasi ogni ora Vodopyanov.
"Molto interessante" diceva Rupert, poco convinto.
La mattina del terzo giorno - una mattina gi calda alle dieci - arrivarono a Gagra, una stazioncina sui bordi sfrangiati di spuma bianco-lattea del Mar Nero. Precipitosamente scaricarono i bagagli, e si affrettarono a scendere dal treno, che fermava solo pochi minuti, e mentre salutavano Nina Vodopyanov e gli uomini venuti a incontrarli, Aleksej, quasi fosse finalmente pago di averli consegnati sani e salvi a destinazione, si afflosci su se stesso come nave che maestosamente s'inabissa in morbido, sterminato oceano.
"Aleksej!" grid Nina Vodopyanov, vinta da subitaneo terrore.
La mezza dozzina di uomini venuti a incontrarli si misero istantaneamente in azione, ma gi era tornata in s anche Nina Vodopyanov. Con russa voce alta e stridula, Nina ordin a uno degli uomini di andare al telefono e chiamare la Casa di riposo.
"Aljoka!" esclam poi, all'indirizzo di un altro degli uomini. "Dov' l'ambulanza?"
"Adesso telefono" disse l'uomo.
"No" gli ordin Nina. "A telefonare non rispondono mai. Montate in macchina e andate a prenderla. Ditegli che si tratta di Vodopyanov."
Cominci ad affollarsi gente. "Allontanatevi, compagni" li apostrof Nina. "Perch fate ressa qui attorno? Vi prego, lasciateci tranquilli."
A Jo e Angelina e ai bambini, Nina disse: "Meglio che voi aspettiate all'ombra. Mettetevi l sotto, per favore. Anche lei, signor Rupert. Penser io a tutto. La prego...".
Ma Rupert si sentiva troppo responsabile per cedere. Aleksej aveva il viso giallastro, ed era rattrappito su se stesso e immobile. Era evidentemente stremato, e il suo respiro andava sensibilmente rallentandosi.
"Sapevo che doveva succedere una cosa di questo ge-genere" si disse Nina, in russo, irritata contro se stessa, mentre collocava sotto il capo del marito una valigetta che questi aveva portato in viaggio, e Rupert, a sua volta, cercava di distendergli le gambe. "Lo sapevo!" disse ancora Nina, sconsolata.
"Sono veramente addolorato" volle spiegarle Rupert.
"Lei non ne ha colpa" gli disse Nina, con occhi lucidi e irritati. " colpa mia e sua. Ma lei non deve star qui ad aspettare,  nostro ospite, lei. Deve andare con sua moglie. Anatoli Leontovic..." chiam, rivolgendosi a uno degli uomini: "Accompagnateli alla dacia. Per favore! Non deve star qui ad aspettare. Adesso provvederemo a trasportarlo alla Casa di riposo".
Rupert si raddrizz, ancora esitante.
"Tanto, qui lei non potrebbe far nulla" gli disse Nina Vodopyanov, con decisione.
Rupert comprese di trovarsi ora di fronte a un'altra Nina Vodopyanov, del tutto diversa. La sua fragilit non aveva pi senso, e qualunque cosa le avesse fatto Jo, a Mosca, per intimidirla e soggiogarla, qui era d'un tratto sparita. Nina lo fissava con occhi limpidi, penetranti, e lui ne avvertiva tutta la diffidenza, e forse anche l'avversione. "La prego, vada con Anatoli Leontovic" disse Nina. Voleva essere un'esortazione, un invito; Rupert nondimeno ebbe piena coscienza dell'immensa ostinazione che vibrava nella sottile voce russa della donna.
Presero alloggio in un bianco villino russo con l'impiantito scabro, verniciato, una bassa e grande veranda, un giardino pieno di alberi e fiori e ortaggi, un filare di cipressi che costeggiava lo steccato di legno di fronte alla casa. A un'estremit della veranda, un tavolo e un catino e un fornello elettrico e una dispensa piena di piatti e di pentole fungevano da cucina e insieme da stanza da bagno. Il gabinetto era un semplice buco sporco racchiuso in una capannuccia dipinta di verde, in fondo al giardino. Un grande salice - imponente, magnifico - s'incurvava sopra la casa, quasi nascondendone un lato e proteggendola dagli ardenti raggi del sole al mattino. Nel vento della sera il salice stormiva e frusciava; e ai suoi piedi sorgeva una baracchetta bianca per la guardiana, la quale era una contadina con un occhio solo che si chiamava Totja Marfoua... zia Marfoua. La guardiana chiuse a chiave il cancello del giardino come furono entrati, e lo chiuse ugualmente a chiave quando uscirono per scendere al mare.
Per andare alla spiaggia - ghiaiosa, bianca - dovevano attraversare la linea ferroviaria, e poi scendere lungo un breve sentiero tortuoso, attraversare la strada... ed ecco il mare. Il primo giorno, quando tornarono a casa, a mezzogiorno, Totja Marfoua non si present ad aprire il cancello per farli entrare. Nina l'aveva chiamata, gridandole di aprire; ma la guardiana si affannava a frugare in tutti gli angoli della sua piccola stanzetta in cerca della chiave. Guard nell'armadio, che teneva chiuso a chiave, e guard nella valigia e nel baule, che teneva similmente chiusi a chiave... E intanto, fuori del cancello sbarrato, in piedi sotto il solleone, essi la sentivano borbottare fra s:
"Ma dove posso averla messa quella maledetta chiave?"
"Sicuro che se l' legata intorno al collo" brontol Angelina.
"Per caso, non ve la sarete messa intorno al collo?" Nina grid a Totja Marfoua, dalla veranda.
Totja Marfoua s'infil una mano nella scollatura... e infatti ecco la chiave, appesa a un pezzo di spago. La guardiana scese con passo sbilenco lungo il sentiero del giardino, e intanto farfugliava fra s deridendo la propria et e balordaggine.
"Sarei..." si diceva: "Sarei proprio curiosa di sapere dove diavolo la perder quest'altra volta".
"Ma che bisogno ha di chiudere a chiave il cancello?" Jo chiese a Nina, quando furono entrati.
"Lei si sente responsabile per voi" spieg Nina.
Ora, per altro, appariva evidente che la responsabilit di tutti l'aveva Nina Vodopyanov... Lei stessa aveva annunciato che sarebbe sempre venuta per prima cosa il mattino, e se ne sarebbe andata per ultima la sera. Jo, naturalmente, aveva protestato che non occorreva si prendesse tanto disturbo, che si preoccupasse tanto. Con fermezza, Nina aveva risposto: "Ma io devo preoccuparmi.  appunto per questo che il nostro ministero mi ha inviata qui con voi. Sono qui per questo motivo. Io e Aleksej dobbiamo prenderci cura di voi".
Alla Casa di riposo (che sorgeva sopra di loro lungo il fianco della collina, e da cui era inizialmente partito per andare ad accoglierli a Mosca) Aleksej si era rimesso, ma doveva rimanere ancora a letto. Stava bene, tuttavia, spieg Nina, quantunque non fosse ancora possibile andare a fargli visita. Di pi non volle dire, e ora che il suo tenue velo di riservatezza era stato strappato dal collasso del marito, Nina Vodopyanov si dimostrava donna estremamente decisa, risoluta, che aveva evidentemente intenzione di compiere fino in fondo il proprio dovere verso gli ospiti, e nondimeno sempre con una vaga sfumatura di diffidenza e delusione, che Rupert, anche ora, credeva d'individuare nel suo atteggiamento.
Ebbe di nuovo modo di accorgersene mentre s'ingegnava di essere gentile con lei, giacch in certo senso se ne sentiva sempre colpevole. Erano sulla veranda, e parlavano di Rolland, che, come le aveva fatto notare Rupert, sembrava gi essersi perfettamente ambientato. Dopo essere stati a sbirciare dalla strada per un giorno intero, una mezza dozzina di ragazzi del paese - di varia et - avevano deliberatamente scavalcato l'alto steccato e si erano fatti conoscere. Totja Marfoua, che li spiava con il suo unico occhio, scintillante di luce demoniaca, aveva invano cercato d'inseguirli, per scacciarli. Era intervenuto Rupert, dicendo che li lasciasse pure stare. E Rolland, adesso, era scomparso con i suoi nuovi amici, e non accennava a farsi vedere sebbene fosse gi ora di pranzo.
"Ha fatto in fretta a trovarsi degli amici" Rupert disse a Nina, con fare conciliante. " una bella cosa."
"S. I bambini non hanno pregiudizi" gli rispose Nina, in tono pungente.
Come appariva ormai evidente, fra loro le relazioni non erano di certo destinate a essere facili, e semplici, e di gi le personali doti di buona educazione venivano messe a dura prova da vaghi sentimenti d'offesa e antipatie.
"Sarebbe meglio se facesse stare a dieta Tess" Nina sugger a Jo, poich la bambina continuava a lamentarsi di avere male allo stomaco. "A buon conto, io far venire un medico."
"So io quello che devo fare" ribatt Jo, risentita. "E non mi venga a parlare di medici."
"Come crede, ma comunque occorre che abbia molta cura" insistette Nina.
"Perch... crede forse che io non abbia cura dei miei figli?" chiese Jo.
Vedendo il rossore di Nina, Rupert comprese che le cose si mettevano piuttosto male e si propose di fare quanto poteva per appianarle. A Nina, comunque, Jo non manc di far sapere che personalmente non avrebbe mai potuto piacerle la Russia, perch trovava che in essa ogni cosa era interamente sbagliata.
Ma Jo - pens Rupert - era pi di chiunque altro incline a trovare qualsiasi cosa interamente sbagliata, giacch sembrava fosse vittima d'elezione delle differenze di classe. Jo, il secondo giorno, era uscita con i bambini, per andare alla spiaggia attraversando come di solito la linea ferroviaria e poi la strada. Ma qui un vecchio con un cappelluccio bianco punt sbalordito la mano in direzione dei calzoncini corti di Jo, e la apostrof indignato: "Nyet. Eto nye culturni!"... E via di seguito, acerbamente condannando quell'esposizione di gambe nude con offesissime parole in russo. Quando sopraggiunse, di l a qualche istante, e fu informata dell'accaduto, Nina invest subito il vecchio con un profluvio altrettanto infuriato di frasi ed esclamazioni russe, e lo cacci via in malo modo. Poi si rivolse a Jo, scusandosi per la scortese balordaggine del vecchio... e lo fece quasi con le lacrime agli occhi tanto ne provava vergogna.
"Mi dispiace, mi dispiace proprio moltissimo.  tremendo" disse Nina. "Ma non sapeva chi  lei..."
"Secondo lui, io non dovrei portare i calzoni corti?"
"Ai russi non  permesso indossarli per la strada" spieg Nina.
"Ma  un'assurdit!"
"S, lo so... ma nel suo caso  diverso" si affrett ad assicurarla Nina. "Lei pu fare come meglio crede. Mi sono fatta dare un permesso speciale dalla polizia, per lei e per i suoi..."
"Per indossare i calzoni corti?... Ma santo cielo, se sulla spiaggia c' gente che va intorno nuda!"
"Lo so, lo so anch'io" gemette Nina. " un'assurdit. Ma la prego, non la prenda troppo sul serio."
Jo la prese molto sul serio, invece. Torn a casa di furia e s'infil una gonna, e altrettanto fece fare anche a Tess, e poi, non contenta, impose d'indossare calzoni lunghi perfino a Rolland e Rupert.
Di quel passo - si chiese Rupert - quanto tempo ancora avrebbe potuto resistere Jo, con le sue furie? Gli pareva gi di sapere che non sarebbero rimasti un intero mese in Russia, e forse neanche una settimana se continuava cos.
Oltretutto, Tess peggior. Alla sera le venne qualche linea di febbre, e disse che non poteva pi stare in piedi tanto le faceva male il fianco sinistro. Nell'oscurit, Nina Vodopyanov si avvi di corsa lungo la linea ferroviaria, per andare alla Casa di riposo, quella che sorgeva sulla spiaggia, a chiamare un medico. E infatti il dottore arriv quasi subito, e non era un dottore, ma una dottoressa, e senza fiato come se anche lei avesse fatto tutta la strada di corsa.
La dottoressa visit con cura Tess, e infine disse che doveva probabilmente trattarsi di colite; occorreva perci metterla scrupolosamente a dieta... solo riso e acqua bollita. Jo ascolt con aria scettica, e poi, quando la dottoressa se ne fu andata, sentenzi:
"Per conto mio non  affatto colite.  una dissenteria, questa... ne sono sicura."
"Oh, no" protest Nina. "Non  possibile!"
"Oh, s...  possibilissimo. Dipende dalla roba che mangiamo" insistette Jo. "E dalle mosche."
Sulla veranda, dove stavano a sedere, le mosche erano effettivamente moltissime, e Jo se ne disperava, anche perch sembrava che nessun altro se ne desse pensiero. La donna che portava gi i pasti dalla vicina Casa di riposo - e li faceva poi scaldare sul plilka, sotto la veranda - si limit a dire con aria sconfortata, impotente: "Lo so, lo so!". Era un'ucraina buonissima, e con la mano fece il gesto di scacciar via le mosche. "Ma s capisce... le mosche vengono fuori da tutte le parti."
"Solo dove c' sporcizia" Jo disse a Nina Vodopyanov, che non aveva nulla da opporre a simile affermazione. Perci Nina si limit a fare un cenno d'assenso con il capo, e di nuovo assunse un'aria impacciata.
"Domani sera avremmo dovuto andare a Tiflis" Nina disse poi tranquillamente a Rupert, quando pi tardi si trovarono soli sulla veranda al termine di quella burrascosa giornata. "Ma se Tess non sta bene..."
"Chi ha deciso che dovremmo andare a Tiflis?" volle sapere Rupert.
"I professori di greco di quella citt... i professori hanno espressamente invitato lei e la sua famiglia."
"Ma io non ne sapevo niente" protest lui, offeso. "E anzi, se mi ricordo bene, avevo precisato che non desideravo avere nessun contatto con le vostre universit... assolutamente."
"Si tratta di un invito particolare."
"E le antichit greche che sono venuto qui per visitare... quelle quando andiamo a vederle?" chiese Rupert, spazientito per la sua sottile aria di dovere. Ma ora il dovere non interessava pi soltanto lei, ora sembrava che investisse anche lui. La visita a Tiflis, ovviamente, veniva intesa quale suo preciso dovere, e come ospite e come turista.
"Si tratta di persone molto importanti, persone che hanno una grande ammirazione per lei..."
"Allora, come chiunque altro, io le dico che sono un po' troppo inclini all'ammirazione, la dispensano con troppa facilit!" esclam Rupert, ma subito se ne dispiacque perch cap che non era gentile. D'altronde, era proprio stata lei a farglielo dire. "Be'... sentiamo, che cosa si dovrebbe poi vedere in questa Tiflis?" aggiunse, volendo in certo senso smussare gli spigoli.
" la capitale della Georgia, una magnifica citt. Sono sicura che vorr visitarla, vero? E poi,  una citt famosa."
"E va bene" disse Rupert, in tono ancora sostenuto. "Ma le antichit greche... quando andremo a vederle? Questo me lo deve dire, assolutamente."
"Quando torner" dichiar Nina, con fermezza. "Fa parte del suo programma. Ma se Tess non sta bene..."
Tess miglior, comunque. E Rupert convinse Jo - sia pure contro il proprio desiderio, e soprattutto contro il proprio buonsenso - che valeva la pena di fare l'escursione a Tiflis, perch lo interessava visitare quella famosa citt del Caucaso. Rupert si preoccupava anche di Rolland, inoltre: il ragazzo doveva vedere quanto pi gli fosse possibile. Con sua sorpresa, Jo si dichiar d'accordo.
Raggiunsero in treno anche la capitale georgiana, e anche questa volta di notte; e alla stazione di Tiflis - nel caldo sole del mattino - vennero accolti da una dozzina di uomini bruni in bianchi abiti stazzonati, e da diverse donne, che offrirono mazzi di fiori con aria estremamente seria, donne con occhi scuri e scure sopracciglia, e da un imponente georgiano con i capelli nerissimi che aveva l'aspetto d'una tigre in gabbia... un celebre professore di antropologia, da quel che dissero quando lo presentarono a Rupert.
Ancora una volta scure berline li trasportarono a grande velocit fino a una sontuosa palazzina che sorgeva a mezza costa, e qui li accolsero donne in bianco camice inamidato, che li scortarono al piano superiore, dove si aprivano splendide camere da letto circondate da vaste terrazze di legno che si affacciavano teatralmente sui primi contrafforti grigiastri delle montagne del Caucaso.
"Magnifico! Un vero paradiso!" esclam Jo, mentre usciva sul terrazzo e lasciava scorrere lo sguardo sul sottostante frutteto denso di meli e di peschi.
La villa, come spieg Nina, era la dimora degli ospiti di riguardo del governo georgiano.
"Meno male che siamo di riguardo" comment Jo, allegra e contenta. "Mi piace, mi piace molto."
Rupert volle sapere quale fosse la durata prevista per la loro visita.
"Una settimana, se possibile" disse Nina. "Una settimana!... Ma lei  fenomenale" proruppe Rupert, quasi montando su tutte le furie. "Sa perfettamente che non mi  possibile trascorrere una settimana qui. Non  per questo che sono venuto in Russia."
"Guardi che saranno estremamente dispiaciuti se proprio vuol partire" disse Nina, con ostinazione.
"E va bene... che si dispiacciano pure. Una settimana!" Ancora una volta, Nina fu sconcertata e offesa. "Ma non le piace? Sua moglie..."
"S, mi piace. Ma non  per questo che sono venuto in Russia" insistette Rupert. "Tutt'al pi, potremo fermarci fino a domani sera. Ma  il massimo."
"Non capisco..." cominci Nina, lanciando un'occhiata interrogativa a Rupert; ma non incontrando in lui alcuna risposta si strinse leggermente nelle spalle e aggiunse: "Allora sar meglio che vada subito a informarli. Ma lo so gi, ne saranno terribilmente dispiaciuti" disse di nuovo, e scese al piano inferiore per telefonare.
I bambini erano rimasti da basso con Angelina, e ora, dal giardino, chiamavano Jo, per dirle di scendere a vedere una nidiata di cuccioli che avevano trovato... un cuoco con un candido berretto alto e inamidato li aveva tirati fuori da una grande cassetta che teneva vicino alle cucine. Rupert sent la voce di Tess: "Oh, sono una bellezza!...". Ma l'esclamazione s'interruppe quasi con un gemito di dolore, e tutti e due, allora, si precipitarono gi per le scale e uscirono di corsa in giardino, dove trovarono la bambina gi sorretta da Angelina, che si sforzava di confortarla. Tess aveva il volto contratto per il dolore, e si comprimeva una mano contro il fianco.
" tornato" disse a Jo, con un visino di nuovo pallido e sofferente. Jo se la prese fra le braccia, sussurrandole: "Dolcezza, dolcezza!".
Tre professori georgiani furono condotti al capezzale di Tess; e dopo averla minuziosamente visitata, il pi anziano dei tre - con aria seria, ed esprimendosi in faticoso inglese - disse a Jo: "Mah, potrebbe anche trattarsi di cosa grave".
"Grave?"
"Occorre farla stare a letto, quanto meno" intervenne in francese un altro dei tre professori, di aspetto alquanto pi giovane. Sedeva sul terrazzo, e aveva pi l'aria di un meccanico che di un medico. " sempre difficile fare una diagnosi nel caso di bambini" aggiunse. "Non credo si tratti di una dissenteria. Dev'essere un'infezione del colon, probabilmente. Ma meglio di tutto sarebbe portarla in clinica, e farle delle radiografie."
Jo disse che non era favorevole a sottoporre i bambini a radiografie, a meno che non fosse assolutamente indispensabile.
"Temo che sia proprio indispensabile" osserv il professore pi anziano. "In ogni modo, sar opportuno farla stare a letto; e che stia molto quieta. Nel frattempo, possiamo farle della streptomicina."
"No, niente streptomicina" si oppose Rupert.
Jo protest... se non altro, qualche cosa dovevano pur darle se aveva un'infezione interna.
" uno sbaglio somministrare antibiotici ai bambini appena gli casca un capello" insistette Rupert.
Continuarono a discutere anche dopo che i tre medici se ne furono andati, cercando di decidere che cosa convenisse fare; e con la triste ineluttabilit che Rupert aveva presentito da tempo, Jo disse che assolutamente doveva portare a casa Tess.
"Ma  necessario?" domand Rupert. "Devi proprio essere cos drastica, Jo?"
"Qualche cosa deve pur essersi presa" disse Jo. "Vuoi forse che questa gente cominci a farle radiografie, e che continui magari a cercare a tentoni che cosa pu avere di malato?"
"No, certo."
"Vuoi forse che la mettano in una clinica russa?" incalz Jo.
Il morbido sole georgiano batteva loro sul dorso, mentre in piedi guardavano dall'alto terrazzo Angelina e Rolland, nel sottostante giardino, che giocavano con i cuccioli. L'autista della loro macchina strofinava con cura la luccicante carrozzeria nera, asportandone la soffice polvere grigiastra. Nina Vodopyanov - come se le cose fossero andate oltre le sue possibilit di sopportazione - passeggiava distratta e un po' curva lungo i filari di peschi, senza preoccuparsi delle nuvolette di polvere georgiana che si sollevavano intorno ai suoi piedi e alle scarpe. Fra i filari di piante crescevano dei fiorellini selvatici gialli, e Nina, curvandosi, ne colse uno. Si ferm; e Rupert, in quel momento, avrebbe dato qualunque cosa pur di vederla in faccia. Stava sognando? O semplicemente chiudeva gli occhi e serrava le labbra accingendosi a tuffarsi un'altra volta nei suoi compiti ora cos spiacevoli?
"Se veramente sei convinta di dover tornare a casa" Rupert disse a Jo "ebbene... facciamo pure cos. Partiamo."
"Ma non occorre che venga anche tu" protest Jo, in tono molto reciso. "So perfettamente che tu per il momento non desideri ancora partire."
"Ero venuto con un certo programma, e immagino che dovrei almeno cercare di portarlo avanti" ammise Rupert. "E Rolland?"
"Oh... lasciamelo qui, Jo. Secondo me, dovrebbe cercare di vedere quanto pi gli  possibile."
Jo infil un braccio sotto quello di Rupert, e cedendo a un impeto di esasperazione e nervosismo proruppe: "Scusami, Rupert. Mi devi proprio scusare. Ho cercato a ogni costo di farmelo piacere, ho cercato davvero. Sinceramente!... E forse avrei anche finito per farcela, se non avessi sempre avuto la sensazione di trovarmi come in un carcere. Sai, come se non dovessimo potercene mai pi andare. Non riesco a fare a meno di pensarlo. E poi... sono veramente preoccupata per Tess".
"Lo so, lo so" disse Rupert, gentilmente. "Quanto a me, far in modo di sbrigarmela presto; e verr a casa quanto prima possibile."
"No, non farlo. Non occorre."
"Be', in fondo anch'io non posso dire che mi piaccia poi tanto" spieg lui. "Comunque, gi che sono qui devo visitare almeno un paio di queste antichit greche. Poi verr a casa."
"Penserai tu a dirlo a lei?... Sai, mi sembra che tu con lei te la cavi meglio di quanto non sappia fare io..."
"D'accordo" assent Rupert. "Spero solo che non se la prenda come un affronto personale. Ma perch diavolo questi russi devono poi prendersi cos di petto qualunque cosa succeda?"
Nina Vodopyanov al primo momento non disse nulla. Annu. Parve comprendere. "Va bene" disse. Ma poi cambi improvvisamente idea, e con disappunto esclam: "E proprio un peccato, per. Le vostre vacanze erano appena cominciate... Potrebbero prendersi cura i nostri medici di Tess. Sa, i nostri medici sono bravissimi. Faremo venire anche un'infermiera".
"Vede..." le fece notare Rupert, in tono molto gentile: " sempre una grande preoccupazione quando i bambini sono ammalati. Non c' che la loro casa, in questi casi".
"Ma non pu proprio persuaderli a trattenersi almeno per una settimana?" implor Nina.
"No, non credo" spieg Rupert. "Se domani riuscissimo a tornare a Gagra, Jo potrebbe prendere l'aereo per Mosca. Anzi... forse lei potrebbe disporre le cose in modo che a Mosca non le tocchi poi aspettare troppo l'aereo per Londra."
"Naturalmente, ma..."
"Se ne occuper lei, allora?"
Nina Vodopyanov assent malinconicamente, e gli gett uno dei suoi fugaci, fuggevoli sguardi che sembravano quasi volerlo implorare di scendere in certo senso a patti, quantunque i gravi occhi castani della donna non lasciassero trasparire quali potevano essere quei patti... e Rupert, d'altro canto, era pi che deciso a non accondiscendere.
"Ma  un peccato, un peccato" disse un'altra volta Nina, afflitta e sconsolata. Rupert di nuovo avvert quasi un senso di piet per lei.
Volendo forse concedere una piccola soddisfazione a Nina, egli comunque acconsent a intervenire da solo alla cena che i professori georgiani di greco intendevano dare quella sera in suo onore. E nel frattempo, dedic quanto ancora restava della giornata a visitare la citt che - a sentire i georgiani - era una seconda Parigi.
A Rupert comunque non fu possibile individuarvi Parigi, affatto. S... la citt aveva tre viali ampi e diritti, ma in salita; aveva un fiume, ma era pi che altro un torrente di montagna impetuoso e grigiastro; aveva un'atmosfera, e tuttavia era l'atmosfera dell'alto Caucaso e di grigie pianure sterminate e di cieli azzurri e polverosi. E gli abitanti - gente dagli occhi scuri e dalle labbra tumide - non erano gli esausti, consunti pedoni di Parigi. Non erano commerants d'una metropoli, e sembravano invece lievi, inconsistenti e quasi accesi, e non certo affranti da vecchi affanni, da debolezze.
"Noi non siamo russi" gli aveva bonariamente detto il professore dall'aria tigrina, quando Rupert - inopportunamente - si era lasciato scappare che anche in loro vedeva dei russi. "Siamo georgiani, noi."
E gi una stranissima donna gli si era silenziosamente accostata mentre sostava sulle rive del fiume a guardare l'alta fortezza che sorgeva sulla sponda opposta, e in perfetto francese gli aveva detto: "Non pensi a noi come russi. Non lo pensi mai. Se lo rammenti, monsieur... noi siamo georgiani".
Lo aveva detto con estrema calma, e poi era silenziosamente scomparsa. Nina - che aveva sentito, ovviamente - era arrossita, ma senza fare commenti.
Rupert lo aveva notato anche nei rapporti dei georgiani con Nina. Essendo la sola russa fra loro, Nina veniva trattata dai professori georgiani con grande compitezza e deferenza, e tuttavia, con ogni evidenza, in quell'ambiente lei non poteva essere che un'estranea.
Gli vennero in mente i desideri e le teorie di J. B. Lille.
Apparentemente, un fatto di quel genere vi si adattava in maniera perfetta. E nondimeno, pur individuandone il sottile, vicendevole antagonismo, un'ombra di naturale differenza, di diffidenza, Rupert capiva che fin dal momento stesso del suo arrivo non aveva mai smesso di opporsi agli occhi e ai nervi di cui lo aveva dotato l'ammiraglio. In fondo, aveva veramente intenzione di guardarsi attorno con quelle particolarissime sensibilit che non erano del tutto sue? Si era imposto di far si che la sua mente continuasse a essere integra e indipendente, e sinora aveva potuto contrastare l'influenza dell'ammiraglio. Per altro, il concetto di quell'uomo cos timido era molto pi insidioso di quanto gli fosse stato possibile immaginare a tutta prima. Era, in effetti, assai difficile osservare quel paese in altro modo, un qualsiasi modo. No, doveva e poteva essere solo il modo di J. B. Lille... una invitante curiosit dettata da scopi senza dubbio sinistri. Era l'attrazione insita in una curiosit preordinata di capire come quei luoghi effettivamente vivessero... e non tanto in senso intrinseco, quanto piuttosto in una snervante visione della loro potenziale forza umana e della loro potenziale debolezza umana. Poteva divenire un elemento utile a valutare le probabilit che quel paese aveva di vincere o di perdere la pi grande contesa del mondo. Pure, il vero interrogativo per chi si trovasse a osservarlo era: a te sar mai possibile astrarti da una lotta in cui questi due mondi enormemente diversi stanno per cozzare fragorosamente l'uno contro l'altro con enorme velocit e violenza? Ovviamente, la risposta era: No! E del resto, come avrebbe fatto un individuo qualsiasi ad astrarsene proprio allorch ogni cosa sembrava in procinto di esplodere sul volto di chiunque?
Perci Rupert non poteva fare a meno di avere gli occhi e la sensibilit nervosa di J. B. Lille, e ora ecco anche quella stranissima donna georgiana che gli offriva un prezioso frammento di prove quali appunto interessavano J. B. Lille.
"Ma non stia tanto a preoccuparsi per Tess" gli diceva Nina, mentre lui nebulosamente cercava di trovare una risposta in mezzo a quei dubbi. "Guarir, guarir presto... stia certo."
"S, lo so" si affrett a dire Rupert. Sedevano nell'interno della berlina. E lui si era fatto sorprendere in un momento di assorta preoccupazione, anche se non si trattava di Tess. Lanci uno sguardo a Nina; un'abitudine che gli era divenuta familiare, ultimamente. Aveva forse scoperto qualcosa d'insolito in lui? Nutriva forse dei sospetti su quello che avrebbe potuto eventualmente fare... sospetti capaci di spingersi assai pi a fondo che non la sua strana, inspiegabile delusione in lui?
Rupert assolutamente non poteva sopportare l'idea di sentirsi in colpa, con Nina Vodopyanov.
"Aleksej mi aveva detto che a lei spesso piaceva pensare" prosegu Nina, ora. "Mi scusi se lho distratta."
Nina, apparentemente, si stava ingegnando di comprenderlo, e questo non gli piaceva in quanto ne traeva l'assurda impressione d'essere sempre intento a tenderle un abominevole tranello.
Ma l'introspezione e il sospetto erano di breve durata in Rupert; sicch se li scroll quasi subito di dosso e prese a osservare con maggiore attenzione la sottile differenza esistente fra georgiani e russi, di cui era specchio l'isolamento di Nina.
Quella sera cenarono all'aperto sull'ampia veranda di una villa sperduta fra le prime alture del Caucaso, in una localit che aveva nome Tseneti. Molto, molto lontano, e molto pi in basso, Tiflis sfavillava di luci come polvere di stelle nella profonda vallata caucasica. E in alto, sopra le loro teste, i picchi del Caucaso, di evanescente azzurro e spruzzati di neve, sembravano stringere segreti e romantici patti con il cielo... per incontrarsi senza pi alito nell'etere limpidissimo e pacato.
Sulla veranda della piccola villa fra i monti era disposto un lungo tavolo carico di vini e vivande; e uno degli ospiti - celebre lessicografo di lingua greca - intonava canti epici georgiani. Uno studioso d'inglese, il professor Nico, ne cantava una sommessa traduzione all'orecchio di Rupert, spiegandogli la derivazione dal famoso canto d'un prigioniero georgiano in Persia.
E cos cant il professor Nico:
Perch vuoi propinarmi veleno?
Ti amer sempre, e comunque.
Anche se sono sconfitto
Rimarr eternamente fedele alla mia patria.
Intorno a Rupert - per un'ora e pi - il tavolo aveva confusamente ondeggiato di cibi e vini e canti e dizioni classiche, la maggior parte in suo onore. Si eseguivano due serie distinte di brindisi: quelli normali, che si bevevano dal bicchiere, e i brindisi pi importanti, che venivano invece sorbiti da un grande corno. Era stato eletto un presidente (il Tamadan) che aveva l'incarico di assegnare i brindisi, e a turno il grande corno veniva affidato a ciascuno dei convitati che pronunziava il proprio brindisi e vuotava poi fino in fondo il corno. Era un vino leggero - diafano e lievemente dolce, eppure asciutto e sottile - e gli sconosciuti professori georgiani brindavano di continuo a Rupert, e in suo onore innalzavano canti e lo elogiavano con epigrammi greci e versi georgiani. Proposero anche un brindisi in onore di Nina, e cantarono una breve canzone russa.
Il professor Nico, sempre al fianco di Rupert, gli faceva da interprete, e lo informava su quanti erano presenti... chi era ciascuno degli uomini, e quale l'importanza che aveva, la sua et, il campo delle sue conoscenze. Poi Nico - gli occhi ardenti per ognuna delle parole inglesi, e per le sue descrizioni che orchestravano quanto accadeva intorno al tavolo - salt in piedi e and a parlare con uno degli altri professori, e torn quindi accanto a Rupert. "Beva, signor Royce!" esclam il professor Nico. "Sia felice. Lei si trova in mezzo a meravigliosi amici. Tutti l'ammirano, e amano il suo paese e la poesia del suo paese."
Poi Nico di nuovo si alz, e inton un canto facendosi accompagnare da due chitarristi. Il canto cominciava "Dili, dili, dili..." e tutti risero felici, e una fanciulla georgiana - una delle sei donne presenti, che avevano tutte volti diafani e scuri occhi a mandorla - ne tradusse il significato a Rupert.
" un celeberrimo canto georgiano," spieg la fanciulla, mentre Nico teatralmente, appassionatamente intonava:
Perch amo i monti?
Non chiedetemelo.
Perch amo la spada?
Non chiedetemelo.
Perch amo la mia terra?
Oh, questo nessuno me lo chieda...
Nico aveva voce decisa, incisiva, e tutti lo applaudirono, e di nuovo intonarono il canto. Poi chiesero di cantare anche a lui, a Rupert: gli chiesero di cantare per loro. Lui guard Nina. Come lui, Nina era isolata, e tuttavia sospinta, agitata dagli irrequieti flutti dell'oceano georgiano; Rupert ne prov un improvviso sentimento di simpatia. Sentiva di avere la testa perfettamente sgombra, sebbene ancora una volta fosse stato costretto a fare brindisi su brindisi. Ma che cosa poteva cantare per loro?... Poteva forse intonare il vecchio canto "Bevi a me sol con gli occhi tuoi" fra quelle montagne, in quell'atmosfera?...
"Oh, no" si schermi Rupert. "Non potrei, non posso cantare."
"Ma no, lei deve cantare!" esclam Nico, pieno d'entusiasmo.
"Con le vostre montagne i canti inglesi non si accordano" spieg Rupert.
"Oh, ma noi adoriamo Shakespeare!" grid Nico; e si mise a cantare in inglese per Rupert, mentre uno dei chitarristi pizzicava le corde dello strumento come se conoscesse il motivo:
Ove suggono l'api, io suggo, E lieto mi distendo fra primule nel prato... Gaiamente, gaiamente per l'innanzi vivr Sotto i nuovi germogli di cui s'adorna il ramo.
Ma che cosa conteneva l'inglese cuore di Rupert, che ne fu tanto sconvolto? Per un lungo, densissimo attimo, l'affetto per la sua terra si affoll nell'accesa mente di Rupert, e l'aroma e il piacere dell'antico canto inglese misero a dura prova la sua chiusa riservatezza. Mai Rupert in vita sua si era sentito tanto inglese. Per quale motivo? Era il vino, e non doveva fidarsene... si disse.
"I canti elisabettiani sono molto simili ai nostri" disse Nico, tornando a sedersi, con i grandi occhi scuri che ridevano, mentre la dozzina di uomini e la mezza dozzina di donne presenti applaudivano e lo esortavano a cantare ancora in inglese, a cantare insieme a Rupert.
"Oh, no" protest Rupert, dopo un istante. "Ora non  pi possibile cantare questi canti..."
"Ma sono i vostri canti" insistette Nico. "Non li cantate pi, adesso?"
"Non cos" disse Rupert, malinconicamente.
Uno dei professori pi anziani allora si alz dal suo posto e, girando intorno al tavolo, venne a portarsi accanto a Rupert, e in piedi alle sue spalle declam in greco:
Dispensati agli uomini sono i doni degli dei,
E quanti essi amano, gli dei lontani tengono dalla sventura.
Il professore si chin in avanti e baci i biondi capelli di Rupert, e gli disse in francese: "Sono versi di Euripide... Mio caro amico inglese, gli dei le hanno elargito infiniti doni. Siamo davvero felici di averla qui fra noi".
Il professore dall'aspetto tigrino - che fungeva da Ta-madan - invi il corno colmo di vino a Rupert, il quale, sebbene a malincuore, si alz e, abbassando lo sguardo su Nina Vodopyanov, esord:
"Ho l'impressione di essere in certo senso qui sotto false vesti..."
Nina chin ancor pi la testa, e lui la guard ancor pi attentamente.
"Non sono infatti un esperto di cultura greca o di storia greca..."
"Ma non importa!" esclamarono gli astanti. "Lei  un caro amico!"
"... E, naturalmente, prima di venire qui, io non sapevo assolutamente nulla della Georgia. Forse non sarei mai venuto se non fosse stato per la gentile insistenza della signora Vodopyanov..."
"Brava! Evviva!" si grid da molte parti; e Rupert, interrompendosi, osserv l'espressione di Nina, per comprendere se fosse stato capace di darle almeno parte del piacere di cui sapeva di averla forse privata. Vedendo che lei non alzava lo sguardo, Rupert pens che doveva essere probabilmente quel vino (gi ne aveva bevuti oltre due litri) a possedere virt sentimentali... desiderava vedere i limpidi occhi di Nina Vodopyanov, desiderava che lei sollevasse lo sguardo per fargli in qualche modo capire che non sbagliava cercando di rappacificarsi con lei.
Nina comunque non sollev lo sguardo; e Rupert, assai brevemente, si limit a dire che era lieto di essere venuto, che gli dispiaceva di dover partire cos presto, che sperava di poter tornare un giorno...
"Benvenuto! Benvenuto!" gridarono tutti; e Rupert, dopo aver bevuto il vino contenuto nel corno, si mise di nuovo a sedere, e li ascolt di nuovo cantare e recitare, e li osserv danzare... a tratti cogliendo fuggevoli, fresche occhiate attraverso la calda notte delle bianche montagne lontane.
La festa si prolungava, ma lui quasi non avvertiva il trascorrere del tempo, e tuttavia, alla fine, quando cerc di alzarsi per andare, dopo un'altra decina di brindisi e canti e versi epici, alla fine si accorse che non era in grado di reggersi in piedi. Aveva la mente lucidissima, sgombra, eppure, inesplicabilmente, doveva essere successo qualcosa alle sue gambe.
"Nina" sussurr Rupert. "Ho paura che lei mi dovr aiutare ad alzarmi."
"Non si preoccupi" disse lei, compresa.
Rupert si appoggi a Nico e Nina, dunque. Era il momento di andare.
Ricord di aver visto una fontana fra l'edera del giardino, e passandovi accanto nel chiarore lunare fece l'atto di mettervi sotto la testa con la speranza di scacciare la strana sensazione che gli paralizzava le gambe. Ma non gli permisero di fare un atto tanto pericoloso, insensato, e lo aiutarono invece a prendere posto nella berlina. I professori lo salutarono con grandi gesti, intonando addii in georgiano mentre la macchina imboccava la bianca strada in discesa, fra le profonde gole montane, e si avviava verso Tiflis, che giaceva in distanza sotto un immenso, evanescente alone di polvere argentea.
...
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...
Capitolo 28.
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Jo era partita, e tuttavia, all'ultimo momento, guardando dal finestrino dell'aereo Rupert e Rolland, in piedi sul prato investito di ardente sole ai due lati di Nina Vodopyanov, all'ultimo momento ebbe la sensazione di commettere uno sbaglio.
"Torner..." Jo aveva gridato a Rupert, gi dalla scaletta dell'aereo: "Se Marian dice che non c' da preoccuparsi per Tess, torner".
Lui aveva accennato di s con la testa, malinconicamente. Non le credeva; era solo ingenua, comprensibile finzione per i loro stessi sentimenti.
"No che non si torna, sinnio' Royce" aveva brontolato Angelina. Ma era in collera, Angelina. A lei sarebbe piaciuto fermarsi. "Egoista..." Angelina aveva detto a Rupert, mentre si avviava su per la scaletta dell'aereo portando in braccio Tess: " proprio un'egoista la sinnio' Royce".
L'aereo decoll nell'infuocato, compresso urlo di fragorosi reattori, e Jo, in cabina, mentre il velivolo saliva sempre pi alto, non pot trattenere le lacrime, perch gi sentiva l'isolamento di quanto faceva, e capiva il pericolo di lasciare soli suo marito e il figlio in quello strano, imprevedibile paese.
E frattanto, a terra, la spia Rupert - quasi proprio malgrado - s'imponeva di stimolare un deliberato interesse per quanto aveva intorno. Dov'era esattamente quell'aeroporto, e com'era grande?
L'aeroporto era quello di Adler, ed era un campo modesto, del tutto privo d'importanza, a circa met della strada per Yalta; e non vi si scorgeva traccia di traffico intenso, o di serbatoi con ossigeno liquido, o di attrezzature radar...
Rupert rise di se stesso. Oh, buon Dio... Che sciocchezza!
Le vere, allettanti possibilit d'informazione stavano piuttosto nel valutare qualcosa di assai diverso, e la stessa Nina Vodopyanov, indubbiamente, avrebbe potuto fornirgli non poche delle risposte che cercava.
Fino a che punto, per esempio, Nina Vodopyanov esprimeva l'atteggiamento generale dei russi... dei russi sovietici? E non solo l'atteggiamento verso il loro mondo, ma verso il mondo esterno, e verso le stesse idee, le normali esigenze della vita? Nina lo incuriosiva profondamente; e nondimeno, giunto a tanto, Rupert non sapeva pi distinguere con esattezza la propria curiosit istintiva da ci che invece costituiva l'interesse strategico di J. B. Lille per la misteriosa mentalit del popolo russo.
Ritornarono a Gagra, in macchina. Rupert trascorse sconsolatamente quanto ancora restava della giornata. No, Jo proprio non doveva partire. And a sedersi sulla spiaggia, e un po' per volta la gente cominci a fargli circolo intorno per porgli le consuete domande sull'Inghilterra. Nina stava in guardia, e intervenne per chiedergli se la gente lo infastidiva, ma lui disse che no, non lo infastidiva affatto, e rispose a tutti garbatamente. A pomeriggio inoltrato, Rupert torn a casa, e cen e poi se ne and a letto e si sent solo e sperduto senza Jo e Tess.
L'indomani mattina, quando si svegli, ebbe la sorpresa di scoprire che qualcuno gli aveva rubati tutti i calzoni, e anche buona parte delle camicie.
All'ora della prima colazione, Nina entr come suo solito dal cancello del giardino, e con l'abituale, indomabile senso del dovere cominci la mattinata dicendo: "Buongiorno. Aleksej sta molto meglio, oggi". Rupert rispose: "Bene, mi fa piacere..." e si scus di essere in calzoni corti, spiegando che purtroppo gli avevano rubati quasi tutti gli abiti.
Nina impallid e si appoggi a uno dei pali di sostegno della veranda, quasi colta da collasso.
"Rubati!" mormor con un filo di voce, come se lui l'avesse colpita.
"Ne ha tutta l'aria" conferm Rupert.
"E non abbiamo sentito assolutamente nulla" aggiunse Rolland, con aria grave.
"Ma  impossibile!" esclam Nina. "Oh, no, no... impossibile!"
Dovette tuttavia convincersi che era possibile, possibilissimo. Totja Marfoua pianse con l'unico occhio che le restava, e pi e pi volte disse: "Sar qualcuno che ha scavalcato lo steccato. Non posso mica stare sveglia tutta la notte. Sar qualcuno che ha scavalcato lo steccato...".
Qualche volta, Totja Marfoua trotterellava intorno, guardando, lavorando in giardino, anche alle due di notte, e spesso entrava in casa, sempre parlottando fra s, e accendeva fiammiferi sopra i letti dei bambini per assicurarsi che dormissero tranquilli e sicuri.
"Bisogna chiamare la polizia" decise Nina.
"No, meglio non farlo" intervenne Rupert. "Finirebbero per darne la responsabilit a Totja Marfoua."
"Ma non  colpa sua" osserv Nina, via via riprendendosi di fronte alla necessit di agire. Doveva fare qualche cosa, assolutamente. Doveva catturare il ladro, doveva punirlo, ricuperare i calzoni... Rupert glielo leggeva negli occhi ardenti, lo capiva dalla sua fiammeggiante ma disorientata collera.
"Chi pu aver fatto una cosa cos terribile, nel nostro paese? Chi?"
"Ma come... un ladro, naturalmente!" disse Rupert, in tono di scherzo.
"Si capisce. Ma rubare proprio a lei...  terribile. Impensabile."
"Sar forse necessario che lei mi procuri un permesso per indossare calzoncini corti oggi, a Sukhumi" disse Rupert.
Per quel giorno era infatti in programma la prima delle visite alle antichit greche, nella Baia di Sukhumi.
"S, s" assent Nina, ancora scossa. "Ma  un fatto cos orribile. Che cosa tremenda. Proprio... Non posso far altro che scusarmi! Mi dispiace. Oh, sapesse come mi dispiace..."
"Povera Nina" comment lui. "Ma lei si sente sempre cos responsabile di tutto quello che avviene nel suo paese?"
"Si capisce" afferm categoricamente Nina, e tuttavia non le fu possibile trattenere una piccola lacrima di collera o di vergogna. "Gente simile li dovrebbero mettere al muro."
Rupert si chiese se fosse solo un modo di dire, o se lo si dovesse intendere alla lettera. Ma Nina era troppo sconvolta perch lui cercasse di estrarle un'informazione del genere.
Rolland fu lasciato a casa a giocare con i suoi nuovi amici russi; e Rupert - le nude gambe protette da un paio di informi calzoni bianchi di lino, che Nina, precipitatasi di corsa in paese, gli aveva comprato in fretta e furia - prese posto sul sedile posteriore d'una vetturetta Pobeda, angusta, scarsamente molleggiata, e osserv Nina, che al suo fianco si sforzava di vincere un incipiente mal d'auto.
Sukhumi distava circa sessanta chilometri, ma la strada era un ininterrotto susseguirsi di curve, e volendo distrarre la compagna dalle asperit del percorso, Rupert cominci a parlarle della storia dell'antica colonizzazione greca di quel tratto di costa. Nina comunque non sembrava dedicargli eccessivo interesse.
"Perch ammira tanto gli antichi greci?" volle sapere, a un certo punto, mentre, sballottata contro di lui sul sedile posteriore della macchina, chiudeva gli occhi e s'imponeva di tener duro.
"Ma non  naturale?" domand lui, per tutta risposta. "La Grecia  stata la culla della nostra civilt..."
"E qual  stata la culla della civilt greca?" chiese Nina. "Perch ammira tanto la cultura greca, e non piuttosto quella egiziana, o l'assira, che sono precedenti? Perch sempre la Grecia, solo la Grecia?"
Rupert non aveva mai cercato un motivo specifico, e non certo del genere che avrebbe ora preteso Nina. Doveva senz'altro essere qualcosa di pi che il semplice concetto di un'eredit classica, e certamente ancor pi del piacere stesso di riscoprirla. Quanto desiderava Nina, per contro, era di conoscere quale ne fosse l'importanza relativa, in termini attuali.
"Be'..." disse Rupert, un po' innervosito, mentre la macchina svoltava continuamente intorno a strette, pericolose curve: "Nel suo miglior periodo, la Grecia rappresenta un'et nobilissima. I greci furono veri uomini. Gli stessi dei erano per met umani, cos come gli uomini erano semidei".
"E che cosa c' di cos ammirevole in tutto questo?" volle sapere Nina.
"Non saprei, eccetto che mai essi furono intimoriti dai loro tempi" spieg Rupert. "Erano molto superstiziosi, e avevano un vero terrore di cose del tutto ridicole, quali gli auspici, o le maledizioni, eppure non erano come gli uomini del nostro tempo; essi non si lasciarono mai schiacciare o sopraffare dai tempi in cui vissero."
"La Grecia era una societ schiavista" disse Nina, caparbiamente.
"Ad Atene, e pi tardi nell'intera Grecia" obiett lui "i cittadini liberi erano assolutamente uguali, in tutto e per tutto. Erano uomini coraggiosi, tenaci. Verissimo, avevano debolezze d'ogni sorta, e tuttavia erano anche leali, generosi e profondamente solidali fra loro. Avevano fede nel mondo in cui vivevano..."
"Ma per questo che bisogno ha di tornare agli antichi?" lo interruppe Nina. "Sono qualit che pu trovare anche nel nostro paese, attualmente." Rupert si mise a ridere.
"Perch ride, adesso?  vero, verissimo. Anche noi vogliamo che il nostro popolo sia leale, generoso e uguale; e non brutale o crudele o primitivo. I greci non furono sempre ammirevoli. Per esempio, lei fa un gran parlare di Achille... era poco meno che un bruto, e si comportava come un bambino viziato. Che cosa pu avere di ammirevole un simile passato, a parte il fatto che  passato?"
Con ogni evidenza, Nina stava per essere colta da un violento mal d'auto; Rupert ne osservava preoccupato gli occhi annebbiarsi e il volto eburneo farsi sempre pi pallido. Avrebbe preferito aspettare che a parlargli fosse Nina, ma lei non ne parl. Allora si decise a far fermare la macchina, e le disse di scendere per prendere un po' d'aria e rimettersi. Nina scese sul greto d'un tranquillo fiumicello, dove si sdrai sulle fresche pietre, respirando profondamente, mentre lui gettava sassolini nell'acqua e osservava grossi, antiquati torpedoni, carichi di turisti sovietici, che s'inerpicavano lungo l'assolata strada tortuosa addentrandosi fra le alte montagne alle loro spalle.
"E perch voi adesso non avete pi gli stessi ideali dell'antica Grecia?" chiese Nina, mentre si toglieva le scarpe.
"Ma noi li abbiamo, e come!"
"Per la societ occidentale  violenta e crudele e non la si pu certo definire molto eroica..."
"Non  pi violenta e' crudele che la vostra; anzi, all'atto pratico lo  molto di meno."
"Nella vostra societ" prosegu Nina, drizzandosi a sedere "ogni uomo pensa esclusivamente a se stesso. Voi permettete ai bambini di apprendere ogni sorta di brutalit... Avete degli spettacoli basati sull'orrore e film tremendi. Da noi cose del genere non esistono. Ai nostri bambini s'insegna il reciproco rispetto e il rispetto della societ, e si educano a diventare dei buoni compagni..."
"E Stalin, allora... come mai era cos brutale?" volle sapere Rupert.
"Stalin ha sbagliato. Questo lo sappiamo, naturalmente."
"La vostra societ  molto pi brutale che la nostra" insistette Rupert. "Da voi le leggi semplicemente non contano... Potete arrestare chiunque e spedirlo in Siberia, senza neppure l'ombra d'un processo. Ci  impossibile in Inghilterra. Sotto Stalin milioni di persone sono morte in questo modo, e allora... allora dov'era tutta la vostra educazione a ideali sublimi?"
"Questo si deve attribuire alle conseguenze della rivoluzione e poi della guerra, e a una serie di terribili errori" spieg Nina, che, dopo essersi di nuovo infilate le scarpe, stava ora salendo il pendio e con lui prendeva di nuovo posto nell'automobile guidata da un giovane abcasiano, alto, magro, il bruno volto seminascosto dalla barba d'una settimana.
"No, queste non sono scuse valide" protest Rupert. "Anche noi abbiamo fatto la guerra. Ma non ci ha fatti diventare crudeli."
"Voi siete crudeli nelle vostre colonie" obiett lei. "E comunque sia, da voi la guerra  stata un fenomeno d'importanza limitata. Non avete perduto quasi venti milioni di uomini. Il vostro paese non  stato incendiato, raso al suolo. Non avete conosciuto le brutalit che noi abbiamo sofferto coi tedeschi."
"Sia pure, ma  pur sempre stata una guerra anche per noi. Moltissime delle nostre citt sono state ferocemente bombardate."
"Allora dovreste aver imparato che cosa significano la guerra e la brutalit, come abbiamo fatto noi" disse Nina.
"No, non  possibile che noi siamo veramente cattivi come lei pretenderebbe" replic Rupert, in tono aspro. "Ma senta... Secondo lei, Rolland si pu definire il prodotto di una societ brutale?"
Arrossendo, Nina Vodopyanov disse: "Ma no, si capisce! Lei, comunque,  una persona per bene, e si sa che le persone per bene sopravvivono anche nella peggiore delle societ".
Rupert si mise a ridere. "Ma lei non si arrender mai, proprio mai?"
Nina non comprese, e neppure rise.
Mentre la vettura ripartiva, Rupert si chiese se fosse questo ci che intendeva J. B. Lille. Attraverso simili discussioni sarebbe stato effettivamente capace di scoprire qualcosa che potesse validamente inserirsi nella strategia mentale di J. B. Lille? Era dunque questo ci che intendeva l'ammiraglio... questo ingenuo, caparbio atteggiamento di Nina Vodopyanov, sia verso i propri connazionali, sia verso i loro strani e utopistici livelli di esistenza?
"No, probabilmente" si disse Rupert. E quindi non aveva imparato assolutamente nulla di nuovo, sicch, evidentemente, gli occorreva diventare una spia pi abile, e ben pi agguerrita, profonda, se davvero intendeva scoprire che cosa faceva della mentalit sovietica un'entit cos spaventosa e minacciosa per l'occidente.
Quando fu a Sukhumi, Rupert decise che in fondo era molto pi facile indagare su quanto voleva scoprire il giovane Coleman, giacch l'antica citt greca di cui doveva visitare i resti si trovava ora sotto la moderna rada, e la rada era gremita di navi della marina militare sovietica.
Non era certamente facile concentrarsi sulle antichit quando la mente gi si guardava intorno con gli occhi del marinaio, cercando di cogliere i particolari del porto. Anzi, il farlo era quasi un piacere. Parecchi anni erano trascorsi da quando aveva osservato un porto dedicando un'interesse professionale alla sua profondit, o ad altre caratteristiche quali protezione, esposizione, accessi, ormeggi, ancoraggi.
Sul piccolo molo, Rupert sost dunque guardandosi attorno e scrutando ogni cosa, mentre Nina, in piedi al suo fianco, aspettava paziente.
Poi rise, e d'improvviso distolse lo sguardo. "Roba che potrebbe fare chiunque" si disse, e decise di concentrarsi esclusivamente sulle rovine della citt che intendeva visitare: Dioscuriade, il porto un tempo situato all'estremit orientale di quello che per gli antichi greci era il Ponto Eusino.
Lui e Nina, al molo, avevano atteso di essere ufficialmente accolti dal vice-sindaco e da una delegazione del consiglio comunale, che giunsero con mazzi di fiori, e poi li condussero in un albergo, e quindi al museo, quand'era gi mezzogiorno e la giornata estiva scioglieva il cielo meridionale in un'opprimente foschia grigia e afosa. Un museo di proporzioni modeste, e - nelle intenzioni - destinato a illustrare l'intera storia di Sukhumi.
Vi era compresa naturalmente anche una sezione dedicata al periodo greco, nella quale, come la curatrice mostr a Rupert, veniva conservata una stele greca (sospinta sulla costa qualche anno prima dal mare) che rappresentava la morte della madre d'un fanciullo. Nella stele, la madre morta era raffigurata sullo sfondo - in piedi, con le mani legate - mentre in primo piano una nutrice reggeva un libro aperto per simbolizzare il concetto che il fanciullo sarebbe stato ugualmente curato e guidato durante la vita. Un'arte sottile, elevata... arte greca, e di certo una fra le migliori espressioni della capacit immaginativa. Vi erano anche vasi e qualche anfora e altri utensili di varia fattura per la vita sociale.
"Erano un popolo di navigatori" gli disse la curatrice, con piglio austero.
Rupert annu, e la donna si dilung a illustrargli la storia sociale delle citt greche, di cui egli non sapeva molto. Ci che conosceva meglio era una storia pi personale e romantica, in quanto appunto in quei luoghi Mitridate - l'ultimo grande monarca indipendente dell'Asia Minore - aveva trascorso un intero inverno per organizzare i colchi e le trib settentrionali a opporre un'estrema resistenza a Pompeo e alla potenza di Roma. Mitridate era stato il principale nemico di Roma nell'Asia Minore; e mentre uscivano dalla sala greca e percorrevano i corridoi del museo, Rupert spieg a Nina come l'antico re fosse divenuto leggendario per il coraggio e la forza e la maestria nel cavalcare e nel cacciare e nel combattere.
"Ma gli piaceva anche mangiare e bere, e parlava ventidue lingue diverse" aggiunse Rupert. "Raccoglieva opere d'arte, e intorno a s radunava insigni uomini di lettere greci. Assegnava premi a quanti eccellevano nel mangiare, cos come ai pi grandi poeti. E il suo corpo, a causa dell'abitudine a pratiche di magia, era talmente saturo di veleni che nessuno avrebbe mai potuto avvelenarlo, sicch, quando i romani infine lo sconfissero grazie alla ribellione di suo figlio, il vecchio re fu costretto a dar ordine a un mercenario gallico di trafiggerlo con la sua stessa spada."
"Allora dev'essere stato una specie di mostro" comment Nina.
"Ma no..." esclam Rupert, scandalizzato: "Era un uomo dell'antica Grecia!".
Nina non discusse; ma di l a qualche attimo si avvicin alla curatrice e le fece diverse domande, e dopo una vivace conversazione in russo - appena per met comprensibile a Rupert - si rivolse di nuovo a lui e gli disse:
"Il suo Mitridate, a quanto sembra, fu effettivamente tutto quello che lei sostiene... ma mi risulta che uccise la madre e i suoi stessi figli, e anche la propria sorella che aveva sposata. Inoltre uccise di propria mano tutte le sue concubine per impedire che le avessero i romani. Nessuno aveva fiducia in lui, e lo odiavano tutti; e fu il suo stesso figlio a ordinargli di togliersi la vita. Che genere di eroe pu quindi essere un uomo simile, Rupert?"
"Lei non comprende il passato" osserv Rupert, in tono di beffardo rammarico. "Gli eroi dell'et classica esprimono l'inizio dell'eroismo, non la sua conclusione. Essi, dopotutto, cercavano di emergere dalla barbarie, e di conseguenza erano in parte ancora essi stessi dei barbari. E comunque... in quei giorni erano forse pi brutali di quanto in tempi recenti non lo siano stati i vostri capi comunisti?"
"E lei allora perch non ammira anche i nostri capi?" domand Nina, seccamente.
"Nina!" esclam lui, sbalordito. "La trovo un'osservazione alquanto cinica!"
Sapeva che avrebbe sempre finito col farla arrossire, qualunque cosa dicesse; e nondimeno si sorprese di vederne il viso farsi di fiamma anche ora e assumere un'espressione di imbarazzo. "Questo non me lo deve mai dire. Io non sono cinica, mai" replic Nina, con voce intimidita e tuttavia offesa.
Rupert si scus. Non aveva certamente intenzione di offenderla. Ma chi mai avrebbe potuto supporre che un'innocua accusa di cinismo fosse ancora capace di causare imbarazzo a una giovane donna?
Per Rupert era stato fatto venire un sommozzatore (che di norma faceva l'apicoltore, sulle colline) giacch i ruderi dell'antica citt greca - Dioscuriade - si trovavano sul fondo d'un vasto tratto d'acqua tiepida e giallastra che si estendeva lungo l'insenatura della baia. L'uomo si era portato un'imbarcazione, una piccola barca con motore fuoribordo, e inoltre aveva con s due respiratori a ossigeno, un paio di calzoncini da bagno per Rupert, pinne e una cartina topografica su cui erano segnate le localit sommerse.
"No, no!" si oppose Nina Vodopyanov, mentre sostavano sulla spiaggia in mezzo a una moltitudine di ospiti delle circostanti Case di riposo. "Non pu andare sott'acqua..."
"E neppure noi vorremmo farcelo andare" disse il vicesindaco. "Per non c' altro mezzo, se intende vedere quanto rimane dell'antica citt... i ruderi sono tutti sott'acqua."
"Ma  troppo pericoloso" obiett Nina.
"Naturalmente" convenne il vice-sindaco.
"Rupert!" esclam Nina. "Lei non deve andare sott'acqua, assolutamente!"
Rupert aveva compreso la conversazione, e disse: "Perch no? L'ho gi fatto altre volte, e dopotutto sono venuto qui appunto per vedere i resti della citt".
S'inizi allora una vivace discussione fra Nina, il comitato delle accoglienze, il personale del museo e un centinaio almeno di curiosi... uno dei quali consigli in inglese a Rupert:
"Sia prudente...  pericoloso. Rischier di perdersi fra tutte le strade che ci sono sul fondo, e non potr pi trovare quella giusta per venir fuori."
L'apicoltore - che ascoltava e osservava compreso, il viso mal rasato atteggiato a espressione intimidita - non disse nulla, e si limit ad aspettare paziente in disparte indossando gi calzoncini da bagno blu. Non meno d'un centinaio di persone vollero dire la loro, ma Nina, incrollabile, decret categoricamente che non doveva andare sott'acqua; e in ci le si associarono tutte le autorit presenti e una buona met degli spettatori.
"L'ossigeno fa male" disse uno di questi. "Capita spesso che i subacquei ne muoiano."
Rupert sapeva che aveva ragione. Troppa gente in marina era morta usando quel dispositivo perch fosse possibile considerarlo sicuro. Ma ora ascoltava come incantato. La discussione si era fatta generale.
" un eroe..." disse qualcuno: "Perci lasciategli fare come vuole".
"Se non vuole immergersi lui" dichiar un giovanotto "vuol dire che allora ci andremo noi..."
Rupert si vide in tal modo sfidato proprio nella sua particolare qualifica. Era in gioco il suo buon nome di eroe, e perci sorrise distratto e, sfiorandole un gomito, disse a Nina: "Su, andiamo".
Faceva molto caldo, e Nina, per proteggersi dal sole, si teneva un ombrellino bianco sopra la testa; e ora improvvisamente lo protese anche a riparare Rupert. "Per favore!" esclam. "Non si fidi a immergersi con quell'apparecchio. Occorre aver pratica per usarlo..."
"Ma io sono praticissimo" protest lui. "Parlo sul serio."
Lei non gli credette, comunque. Lo conosceva ormai abbastanza da dubitare. E faceva bene - pens Rupert - perch non si era mai servito d'un dispositivo a ossigeno, e aveva sperimentato solo respiratori del tipo ad aria pura ma non quelli ad aria rigenerata.
"Per favore, Rupert" implor Nina. "Pensi alla sua famiglia. Se le succedesse una disgrazia, che cosa potrei dire io a Rolland? E che cosa potrei dire a sua moglie?"
"Andiamo, andiamo" fece Rupert, spazientito, e arrotolandosi sulle caviglie gli informi calzoni bianchi, si tolse le scarpe di tela, che gett nella barca, e poi aiut l'apicoltore a metterla in acqua, vi fece salire Nina, che stringeva sempre il suo parasole bianco, e infine vi sal anche lui, mentre Michail, l'apicoltore, avviava il motore con uno strattone.
Rupert aveva immaginato che si sarebbero spinti al largo nella baia, e invece si limitarono a percorrere qualche centinaio di metri diagonalmente per andarsi a fermare poco pi in l della moltitudine di bagnanti che sguazzavano nell'acqua sabbiosa.
"Qui?" Rupert chiese all'apicoltore, in russo. "S, dovremmo esserci sopra" spieg Michail. "Bene" disse Rupert; e si gir verso Nina, per pregarla di voltarsi mentre lui s'infilava i calzoncini da bagno.
Ovviamente imbarazzata, Nina si affrett a calare fra loro lo schermo dell'ombrellino da sole, e poi, non contenta, si gir anche dall'altra parte. Rupert si lev i bianchi calzoni russi, e infil calzoncini e pinne, mettendosi di nuovo a sedere, mentre Michail, l'apicoltore, lo aiutava a indossare il respiratore a ossigeno. Poi Michail spieg a Nina, in russo, quali operazioni si dovevano compiere, e lei lo ripet in inglese:
"Dice che deve riempire il serbatoio, soffiandovi dentro grosse boccate d'aria; e che deve stare attento a non lasciarla scappare fuori. Non deve trattenere il respiro, ma respirare con ritmo regolare; e periodicamente deve rigenerare l'aria con la bombola dell'ossigeno. Deve aprire la valvola del tutto, poi chiuderla completamente. Ma vorrei proprio che non andasse, Rupert.  pericoloso, specie a non essere pratici dell'apparecchio."
"Shhh" fece lui. "Piuttosto, gli domandi che cosa devo fare quando sono gi."
Nina domand, e poi rifer: "Vede, glielo avevo detto. Non c' scopo. Dice che oggi non potr vedere niente perch l'acqua  troppo sporca. Potr solo sentire..."
"Sentire che cosa?"
"Le case... i tetti delle case" intervenne Michail. Lo apicoltore mostr la cartina topografica a Rupert, e gli fece vedere l'incerto contorno di quanto avevano scoperto e segnato sulla pianta; e poi aggiunse: "Sono affondate nel fango, quindi sar meglio fare attenzione".
Rupert annu; e cominci a mettersi la maschera sul viso, adattandosi alle labbra la bocchetta di respirazione. Aveva gi riempito il serbatoio con due o tre profonde boccate, e ora il vago sapore di ammoniaca dell'aria rigenerata gli secc la gola.
"La terr lui, e cos la guider sul posto giusto" gli grid Nina. Rupert osserv il suo viso preoccupato, e le sorrise mentre scavalcava il bordo della barca e scendeva in mare in attesa di Michail, il quale, dopo essersi calato lentamente a sua volta in acqua, gli fece un cenno col capo. Allora s'immersero.
Stando in superficie, su quella piatta, opaca distesa di mare, Rupert aveva supposto che l'acqua sarebbe stata limacciosa, e tuttavia si stup di non poter vedere assolutamente nulla dopo essersi immerso di appena poche spanne. Un metro sotto il pelo dell'acqua era gi buio completo. Si sent smarrito, istantaneamente.
Una mano trov il suo braccio, lo tir. Rupert trattenne il fiato. Poi si ricord che non doveva farlo, e prese a respirare a brevi, rapidi intervalli, mentre l'apicoltore se lo trascinava dietro. Le loro mani si unirono, e il russo allora cominci a fargli sprofondare le dita nel limo del fondo: il millenario fango che gravava sull'antica citt di mattoni. Rupert sent qualcosa di duro sotto le dita.
Michail continuamente lo tirava per fargli comprendere di affrettarsi; ma pur muovendosi con cautela nell'oscurit fittissima, Rupert prosegu audacemente cominciando a intuire sotto le mani la forma d'una cupola, dei mattoni, d'una struttura complessa... ovviamente dei tetti.
Pur nel nero, limaccioso pozzo d'impenetrabili tenebre, Rupert fu allora tanto romantico da posare ambedue le mani sui mattoni e percepire il palpito d'un mondo scomparso e tuttavia vivente.
"Meraviglioso!" mormor nel respiratore, e allora vi entr un po' d'acqua. La inghiott.
Il russo di nuovo lo spinse avanti, e percorsero insieme il perimetro d'un tetto circolare. Dimentico di tutto, Rupert si avventur avanti tastoni, seguendo il contorno dei mattoni, quasi avesse l'intera citt fra le mani, e sost abbastanza a lungo prima che una mano - con una lieve stretta e una spinta - venisse a esortarlo a risalire in superficie.
Riemersero; e nuotarono fino alla barca e vi si arrampicarono, grondanti e affannati.
Il volto di Nina si distese in un sorriso di sollievo. "Ah, meno male... Tutto a posto! Non riuscivo a vedervi sott'acqua..."
"Veramente notevole" disse Rupert. "Meglio, ancora meglio di quanto immaginavo."
"Ma come... Se Michail dice che non ha potuto vedere niente?"
"Oh, ma  meglio cos" insistette Rupert. "Ogni cosa  seppellita sotto mille anni di fango." Michail volle sapere perch fosse meglio. "Un giorno, se vi sar mai possibile asportare il fango, con ogni probabilit vi troverete sotto l'intera citt completamente intatta... E sar il fango a conservarla."
Nina tradusse, e l'apicoltore fece un cenno d'assenso. "S, questo  ci che vorremmo fare" spieg. "Solo che si dovrebbe isolare tutto questo lato della baia, e qui ci sono Case di riposo dove vengono migliaia di persone." Poi Michail chiese se quanto avevano visto era sufficiente. "Eh, no, assolutamente" disse Rupert. "C' ancora dell'altro?"
"Ci sarebbe un'altra zona di ruderi, un po' pi al largo. Parecchi subacquei raccontano di avervi scoperto delle anfore" disse l'apicoltore. "A me per non  mai stato possibile scoprire niente."
"Ebbene, andiamo a vedere" disse Rupert, in russo. "Ah, no! No, per favore!" esclam Nina, all'indirizzo dell'apicoltore. "Pu bastare cos."
"Oh, via... Nina! Adesso non stia a guastarmi tutto" protest Rupert. "Ha visto, non c' da preoccuparsi. Su, Michail..." aggiunse, impaziente: "Andiamo, andiamo!".
Michail avvi il motore, spingendosi un centinaio di metri pi al largo dove si notava una maggiore attivit in mare... vi erano due lance di cadetti messe in acqua da un incrociatore. E quattro sommergibili erano fermi fianco a fianco, ormeggiati a una grande boa.
Rupert si sent d'un tratto a disagio di trovarsi cos vicino a quei sommergibili con un dispositivo per la respirazione subacquea sulle spalle.
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Capitolo 29.
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"Ma non far niente se ci tuffiamo vicino a questi sommergibili?" domand a Michail.
Il russo guard distrattamente le navi, e disse: "Nicbevo".
Rassicurato, Rupert cominci a mettersi la maschera. Michail intanto gli spiegava che in quel punto l'acqua era molto pi profonda, quasi il massimo per apparecchi a ossigeno; e quindi occorreva servirsi con maggiore frequenza della bombola. Ma se avesse appena avvertito un po' di stordimento doveva venire immediatamente a galla.
All'ombra del parasole, Nina aveva di nuovo un'espressione molto preoccupata. Essi tuttavia scavalcarono ugualmente il bordo della barca, e s'immersero. Rupert cominci subito a dare violenti colpi di gambe per spingersi a fondo. Scese per un gran tratto, ma non gli fu possibile toccare il fondo. Respirava rapidamente; e di nuovo cominci a dare colpi di gambe scendendo lentamente, finch avvert d'improvviso un appiccicoso abbraccio e comprese di essersi posato sul fondo melmoso. Doveva probabilmente avere uno spessore d'una quindicina di metri, e lo circondava da ogni lato, sgradevole, scivoloso.
Questa volta, inoltre, nell'oscurit fittissima, Rupert aveva perso il contatto con Michail sicch cominci ad aggirarsi tentoni sul fondo, cercando di posare le mani su qualche cosa di solido. Ma era come nuotare nell'inchiostro. Trov un piccolo mattone, se lo infil nei calzoncini; e prosegu brancolando.
Ma frattanto era scattato in azione l'esploratore, lo scopritore... e dimentic tutto il resto. Quantunque avvertisse in bocca il sapore stantio dell'aria viziata, Rupert comprese che qualche cosa non andava solo quando effettivamente si verific. Fu colto da stordimento. Tastoni cerc la valvola dell'ossigeno, e l'apr, ma si sentiva gi molto male, sicch con una grande sforbiciata si sforz di staccarsi dal fondo per salire in superficie. Diede un violento colpo di gambe, e per un attimo credette di avercela fatta. Ma dovette quasi subito accorgersi che si era capovolto nell'acqua e posava di nuovo sul fondo. Non era pi capace di comprendere da che parte dovesse andare. Stordimento e nausea ormai erano tali che desiderava disperatamente strapparsi la maschera dal viso, e s'imped di farlo solo con un tremendo sforzo di volont.
Riprese a sforbiciare con le gambe, e continu, ma quando perse conoscenza cap che distava ancora dalla superficie.
Dalla barca, nell'ombra del parasole, Nina lo vide affiorare con la testa piegata da un lato, e immediatamente cap che qualcosa era successo. Lo chiam, ma lo vide sparire sott'acqua. Allora chiam Michail, che, emerso un attimo prima, ora si era di nuovo inabissato per cercare Rupert. Michail non poteva sentirla, dunque.
Nina si gett allora oltre il bordo della barca e con alcune bracciate giunse nel punto dov'era sparito Rupert, e lo vide riemergere. Lo afferr per i capelli, di nuovo chiam Michail.
"Horoshaw" disse una voce accanto a lei. "Ce l'ho, lo tengo."
L'apicoltore strapp la maschera dalla faccia di Rupert, poi lo trascin fino alla barca e, senza tante cerimonie, ve lo fece rotolare dentro. Rupert giacque sul fondo, ansante e, in un primo momento, ancora privo di conoscenza, ma gradualmente si riprese anche se ancora in preda a forte malessere, e vide Nina, che gli stava curva sopra, fradicia, e ripeteva il suo nome.
"Rupert..."
Si riprese, allora, drizzandosi lentamente a sedere, e come vide i loro volti atterriti comprese in un lampo che cos'era accaduto.
"Mi dispiace, mi dispiace proprio" disse a stento Rupert, con voce incerta.
Mentre Nina lo sosteneva, Michail lo liber completamente dell'apparecchio d'immersione.
"Come si sente, adesso? Si sente meglio?" gli chiese Nina. "Che cos'era successo?"
"S, sto meglio. Ero svenuto, credo. Penso di essermi dimenticato di aprire l'ossigeno."
"La valvola... non l'ha aperta bene" spieg Michail. "Si deve aprirla completamente." Mostr la valvola a Rupert, che annu e si guard intorno. Nessun altro aveva notato l'incidente, a quanto sembrava. Tutto si era svolto tanto in fretta che nessuno se n'era accorto... sia sulle lance che sull'incrociatore o sui sommergibili, e neppure a terra. Rupert pos lo sguardo su Nina Vodopyanov.
Era fradicia, e irritata; i capelli le stavano appiccicati sulla faccia, e la faccia e il collo erano arrossati per il sole che aveva preso. Lo fissava con tale concentrazione che quando i loro occhi s'incontrarono si lasci sfuggire un lungo sospiro, subito distogliendo lo sguardo.
"Bisogna che adesso la portiamo a riva, qui" gli disse Nina.
"Ma sto perfettamente bene" protest Rupert, e si mise a sedere riprendendo l'equilibrio. ""Mi dispiace terribilmente... lo dica a Michail, per piacere.  stata tutta colpa mia."
Anche l'apicoltore era irritato, e tuttavia si manteneva straordinariamente calmo; Rupert comprese che era un eccellente compagno da avere al fianco. Rivolgendogli un cenno del capo, Michail disse: "Far il giro dall'altra parte della baia, cos potremo vedere i resti d'una vecchia citt turca che sorgono sulla riva; e in quel punto potremo sbarcare facilmente senza che nessuno ci dia fastidio".
"Ma dovremmo approdare qui" obiett Nina.
"No" disse l'apicoltore. "Meglio dall'altra parte."
Lei cap. Si capivano tutti e tre, molto bene. Era un imbarazzante segreto che dovevano conservare; Michail avvi il motore, e mentre la barca passava a breve distanza dai quattro sommergibili, Rupert li esamin con occhio esperto, e si chiese subito quale fosse la parte del suo cervello ancora cos sgombra da osservarli e stimarne la stazza, l'armamento, la potenza motrice... Guard di sfuggita Nina Vodopyanov, quasi le fosse stato possibile intuire che cosa gli passava per la mente.
Nina si stava scostando dal viso i capelli bagnati.
"Come si sente? Bene?" le chiese Rupert. Lei annu, e chin gli occhi sulle vesti bagnate. Rupert sapeva quello che lei aveva fatto, e provava un'immensa gratitudine. Pure, gli fu impossibile trattenersi dal pensare alla comica ironia d'un destino che a Nina Vodopyanov permetteva di fare in pochi secondi per lui quanto lui aveva impiegato sei mesi a fare per suo marito. Era sicuro che sarebbe andato inesorabilmente a fondo se lei non lo avesse trattenuto a galla.
Gi stava per ringraziarla, quando si accorse che, attraverso le vesti fradicie, si poteva distinguere l'intero corpo di Nina... e allora cap fin troppo bene che dopotutto era molto femminile.
Senza dir nulla distolse lo sguardo.
...
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...
FINE Parte 2.